CORRIERE della SERA del 29 gennaio 2009: "Il finto antinazismo di Cruise"
di Bernard Henry Lévy (traduzione di Daniela Maggioni):
L' uscita nelle sale del film «Operazione Valchiria», prima negli Stati Uniti e in Germania e adesso in Francia, è evidentemente una buona cosa. Infatti, è sempre una buona cosa vedere che il mondo rende onore ai propri eroi (in questo caso, Claus von Stauffenberg, anima del complotto del 20 luglio 1944 che, come sappiamo, fallì nel tentativo di uccidere Adolf Hitler). Resta il fatto che questo film, per quanto appassionante esso sia, pone un certo numero di interrogativi: troppo complessi, troppo delicati per essere risolvibili nella sola logica dell'industria hollywoodiana.
Il primo non è sfuggito ai commentatori tedeschi: riguarda la scelta di Tom Cruise per interpretare il ruolo di un uomo che ci è presentato come l'incarnazione stessa dell'onore anti-hitleriano. Non che l'attore abbia mai manifestato una qualunque simpatia per l'hitlerismo. Ma è uno dei dirigenti di una setta, la Chiesa di Scientology, i cui valori, è il minimo che si possa dire, non hanno molto a che vedere con quelli che consentirono di abbattere Hitler. Elitismo… Darwinismo sociale e politico… Educazione intesa come addestramento… Lavaggio del cervello fatto passare come principio di convinzione… Sequestri… Applicazione delle tecniche della cibernetica al coordinamento del legame sociale… Magia nera… Visione apocalittica del mondo… E' questa la scientologia. E' questo, quindi, il credo di Cruise.
Avergli permesso di incarnare Stauffenberg è, da tale punto di vista, un errore, per non dire uno sbaglio— o, come ha detto il figlio Berthold von Stauffenberg quando ne fu informato — un grave, gravissimo oltraggio alla memoria del padre.
Il secondo interrogativo è probabilmente inerente a questo genere di film e porta a chiedersi se l'eroizzazione di un personaggio non avvenga, purtroppo, a discapito della precisione, della sfumatura e della storia stessa. Il film fa ben vedere l'integrità di Stauffenberg. Mostra il suo coraggio, l'elevatezza di vedute, la fermezza d'animo. Ma cosa ci dice dei suoi pensieri? Della sua adesione, entusiasta, al nazismo, nel 1933? Perché non espone nei particolari quello che, del nazismo degli inizi, egli dovette ripudiare per portare a termine il complotto e quello che, invece, conservò? Jünger, per esempio?
Spengler? L'ostilità spietata nei confronti di Weimar e l'idea di democrazia che egli condivideva con gli ex compagni dei corpi franchi i quali, invece, restarono fedeli al nazionalsocialismo e al suo frenetico antisemitismo? La speranza consisteva nello sbarazzarsi di Hitler o dell'hitlerismo? Di un malvagio tiranno o del principio di qualsiasi tirannia? Il progetto era di distruggere il nazismo o di salvarlo? E perché il film non si dilunga sul vero e tragico paradosso della vicenda? Perché non illustra quello che si dovrebbe chiamare il «teorema di Stauffenberg», secondo cui bisognava avvicinarsi molto, moltissimo a Hitler (una prossimità che, tenuto conto di quella che era la società di iper-sorveglianza hitleriana, non poteva essere né finta né fittizia) per avere la possibilità, come Stauffenberg, di accedere alla Tana dei lupi e deporvi la valigetta con l'esplosivo? Non credo di offendere la memoria di chicchessia dicendo che, dopo «Operazione Valchiria», resta aperta la questione della comunità di valori (eh sì!) fra il nazismo e certi suoi avversari; o anche che potrebbe esserci, dopo tutto, e in seconda analisi, una forma di Witz, di logica nascosta, di astuzia della Storia, nell'incontro fra l'attore scientologo e gli autori del complotto del luglio 1944.
Resta infine il rischio che questo film faccia vedere l'albero Stauffenberg, nascondendo però la foresta della resistenza tedesca all'hitlerismo, così come la descrive Joachim Fest in un libro che esce in questi giorni in Francia («La résistance allemande à Hitler», ed. Perrin) e che bisogna leggere come contrappunto a «Operazione Valchiria». Infatti, nella casta degli alti ufficiali hitleriani, c'è già una differenza fra cospiratori tardivi (Stauffenberg) e precoci (solo nel 1938, e dall'interno stesso dell'esercito, Hans Oster e Hans von Dohnanyi). Nella galassia generata dall'esplosione del primo nucleo nazional-socialista, ci sono i nazional-bolscevichi che, come Ernst Niekisch, ruppe con Hitler fin dal 1934; i nazional-conservatori nostalgici, come Canaris, di una grande alleanza a Est infranta dalla rottura dell'accordo Stalin-Hitler; i rivoluzionari conservatori, il cui prototipo fu Hermann Rauschning, autore di «La rivoluzione del nichilismo» (ed. Armando 1994). Ma soprattutto ci furono persone semplici, come il falegname Georg Elser, autore di un tentativo di assassinio di Hitler nel 1939. Ci furono associazioni studentesche, come il gruppo «La rosa bianca», che nascosero ebrei durante tutta la guerra. Ci furono socialisti, cattolici, ebrei. Ci furono gli operai di Berlino, eroi di un romanzo di Hans Fallada che, secondo Primo Levi, era il più bel libro sulla resistenza tedesca antinazista. Ci furono, infine, quei weimariani impenitenti, come Willy Brandt, che preferirono esporsi al rimprovero d'essere «disertori» piuttosto che affrontare l'irrimediabile disonore di dover portare l'uniforme della Wehrmacht e, quindi, dei cospiratori del 20 luglio.
Cancellare queste distinzioni, tutte queste distinzioni: è qui la trappola.
Sottolinearle, incriminarle, rifare instancabilmente la distinzione fra la cultura di guerra dei nazisti e di alcuni loro oppositori da un lato e l'antinazismo radicale degli eredi di Willy Brandt dall'altro: è questo il compito che impone la confusione stessa del film. Un compito per la Germania. Un dovere per l'Europa.
29 gennaio 2009
UCCIDERE HITLER PER SALVARE IL NAZISMO? OPERAZIONE VALCHIRIA...
Pubblicato da
anamorfo
h.
9:44 PM
0
commenti
Etichette: Cinema, Democrazia, Destra, Europa, Facebook, Fascismo, Guerra, Moderno/Antimoderno, Nazismo, Operazione Valkiria, Scientology, Tom Cruise
Nel bombardamento tedesco di Coventry il 14 novembre 1940 morirono almeno 568 (o forse 1.000) persone. Il bombardamento britannico di Dresda il 13-15
Nel bombardamento tedesco di Coventry il 14 novembre 1940 morirono almeno 568 (o forse 1.000) persone. Il bombardamento britannico di Dresda il 13-15 febbraio 1945 causò almeno 24.000 (o forse 40.000) morti. Nessuno, allora o dopo, parlò di proporzionalità, ma molti elogiarono Churchill per il suo contributo all’esito della Seconda guerra mondiale. Il Partito Nazionale Fascista in Italia e il partito Nazionalsocialista in Germania – due formazioni totalitarie e non democratiche – giunsero al potere attraverso procedure elettive e ottennero l’appoggio della grande maggioranza della popolazione. Nel dopoguerra europeo, nessuno propose che la ricostruzione avrebbe dovuto inderogabilmente avvenire con la partecipazione delle forze politiche nazifasciste. In Palestina, Hamas – un partito che proclama l’uccisione di tutti gli ebrei e la verità dei Protocolli dei Savi Anziani di Sion – ottenne la maggioranza relativa dei voti nelle elezioni parlamentari del gennaio 2006. Oggi il discorso di molti analisti europei su Gaza e Israele è fissato sulla non-proporzionalità della reazione e sul coinvolgimento obbligato di Hamas nel futuro processo politico. Nel Giorno della Memoria ci si può chiedere che cosa sia stato capito, che cosa sia cambiato e che cosa sia stato dimenticato nelle percezioni e nelle identità politiche dell’Europa.
Sergio Della Pergola, demografo, Università Ebraica di Gerusalemme
da UCEI informa
Pubblicato da
anamorfo
h.
9:40 PM
0
commenti
Etichette: Democrazia, Guerra, Israele
09 gennaio 2009
29 ANNI E 1 MESE ESATTI
L'8 dicembre 1980 John Lennon veniva ucciso a New York. Oggi in Central Park sorge un memoriale intitolato Strawberry Fields, una piccola collina con una roccia nera e spaziosa che la domina e una targa che ricorda i tanti paesi del mondo che hanno contribuito, Gli italiani hanno realizzato un mosaico con la scritta Image. Il mio piccolo omaggio quest'oggi, esattamente 29 anni e 1 mese dopo...
Pubblicato da
anamorfo
h.
5:38 AM
0
commenti
Etichette: Israele, John Lennon, Musica, New York
04 gennaio 2009
IDENTITA' (1)
Il Figlio: "Finalmente ho scoperto la differenza tra uniforme e divisa. La prima unisce, la seconda divide. Noi (...omissis...) rifiutiamo le divise e usiamo solo uniformi."
Il Padre: "L'uniforme è sempre una divisa, e viceversa. Unisce un gruppo di persone ma per farlo deve dividerle da tutte le altre."
Il Figlio: (continua...)
Pubblicato da
anamorfo
h.
3:52 PM
0
commenti
Etichette: Arte, Filosofia, Politica, Punk, Religioni, Uniformi e Divise
14 dicembre 2008
A VOLTE RITORNANO!
In ORFEO PUNK Massimo lo dice con grande lucidità: siamo tutti un po' Orfeo quando ci guardiamo alle spalle, al passato. e cerchiamo di far tornare in vita ciò che è morto. L'altra sera alcuni suoi amici di quella data hanno OSATO, sono tornati a suonare insieme e devo dire che non c'era nulla di morto né in loro né intorno a loro. Nessun tentativo di far rivivere il passato, nessuna atmosfera da reduci (tanto presente a Londra al concerto di novembre dei Damned). Ho ritrovato amici invecchiati bene e che il passato non vogliono viverlo come fardello... GRAZIE CHAIN REACTION. Per me, che sto lavorando a documentarne la stagione, una grande spinta a fare e a sapere quello che faccio... (video di Vincenzo D'Amelio in cui si scorge anche la mia persona all'opera per il documentario - n.d.c. ossia nota di curiosità)
Pubblicato da
anamorfo
h.
8:26 PM
1 commenti
Etichette: Bari, Massimo Lala, Musica, Punk
03 dicembre 2008
IT'S THE JINX (prima di leggere mettere in Play il video sotto)
Certi giorni capita.... è la sfiga! Se ne rimane come storditi... almeno io. Reagisco così, pensando che potrei disperarmi e che devo davvero meritarmi tutto questo se la sfiga si accanisce contro di me con una catena inesorabile di eventi. Non c'è altra spiegazione... devi meritartelo. E allora che fare? Meglio restare composti e non agitarsi, farsi attraversare dalla sfiga. Alla fine però sai che hai pagato un prezzo amaro e ingoi. Io rimango stordito, lo sono ancora ora che mi sto chiedendo cosa dovevo fare questa mattina di così importante. Già, hai una giornata di fuoco, ti sta cadendo il mondo addosso, sembra che ormai i treni siano passati tutti e tu ora devi correre, correre, correre e puoi solo aggiungere, aggiungere, aggiungere cose da fare. Ti alzi la mattina di buona lena, svegli i bambini, svuoti la lavastoviglie, gli metti qualcosa da mangiare sul tavolo, sistemi la tua valigia lavoro, fai giungere il caffè a chi lo aspetta. ti fai la barba, controlli l'ora perché ti scatta al parchimetro dalle 8,00 e dici a tua figlia di aspettarti sotto al portone, prendi il suo zaino di piombo e vai, giungi all'auto ed è con la RUOTA A TERRA, completamente a terra, cerchione sull'asfalto, torni indietro di corsa, no, prima paghi un tagliando per 40 minuti, torni all'auto e lo posizioni sul cruscotto e ora corri, tua figlia aspetta, per strada la vicina di casa ti passa accanto e dice che tua figlia è nel portone che piange, corri, la chiami da duecento metri, il cellulare suona, si sono sotto casa, lei esce, l'abbracci e le spieghi e l'accompagni a piedi a passo sostenuto, riesci a farla ridere, tutto bene, torni all'auto che hai le gambe che non ti reggono, mancano due minuti allo scadere del grattino, vai dal gommista e ti fai prestare una pompa a pressione con manometro e torni all'auto. gonfi la ruota sotto gli occhi minacciosi del vigile e vai dal gommista, lui prende l'auto e la porta dentro l'officina, chiude lo sportello, tu devi avvisare del ritardo e vai a prendere da dentro l'auto il cellulare ma CRIBBIO! l'auto è chiusa... con le chiavi dentro, inserite nel cruscotto, COME E' POSSIBILE?, il gommista se ne lava le mani, dice che non può essere stato lui, bisogna sacrificare un vetro?, no grazie, torno a casa a cercare la chiave di riserva, non uso quell'auto da cinque anni e lei non sa dove sia la chiave di riserva, tiretti, comò, libreria... niente, torni al gommista, la gomma a terra è già montata e mostra orgogliosi i segni di gesso blu per dire che è come nuova ma l'auto è chiusa e non sai che fartene, che fare?, elettrauto? stesso responso, rompere il vetro, la serratura dev'essere caduta giù quando ha chiuso lo sportello, può succedere, è raro ma può succedere, perché se aperto non va giù e non può averlo fatto per distrazione uscendo il gommista, bene, gommista innocente, riesco però a coinvolgerlo in un tentativo di scasso, chiave di porco e filo di ferro inizia l'estenuante operazione di deformare la portiera e infilare il fil di ferro, avrò fatto cento tipi di occhiello sino a trovare quello capace di agganciarsi e tirare sù il pomello, ore 11,30 l'incubo è finito, la mattinata è persa, tra meno di due ore devo essere di nuovo a prendere i bambini da Scuola e tenerli sino alle 16,00 per il pranzo.... Nel frattempo mi dedico mentalmente la canzone dei Tuxedomoon ma canticchio in italiano una stupida canzoncina di una anonima band locale anni '80, scena post punk, che diceva "mi uccido o non mi uccido, mi uccido o non mi uccido, non lo so, lo sai tu, è la jella, è la jella".
Pubblicato da
anamorfo
h.
10:55 PM
0
commenti
Etichette: Diario, Tuxedomoon
27 novembre 2008
CARO BENNY...

Esattamente un anno fa scrivevo questa lettera segreta (a Benedetto Petrone ucciso il 28 novembre 1977). Quest'oggi un amico ritrovato mi ha mostrato la mia immagine del 28 novembre 1978 (la prima manifestazione per ricordare la sua morte). Ho deciso di pubblicare entrambe. Segue la lettera del 28 novembre 2007.
Caro Benny,
tra poche ore si compie il trentesimo anniversario della tua morte. Non posso immaginare cosa tu possa aver provato. Francamente mi auguro che tu non sia stato assalito dalla paura. Voglio sperare invece che, meno innocentemente, tu abbia reagito se non provocato quel assalto e che qualcuno dei tuoi assalitori porti oggi magari i segni di un tuo colpo di catena o di altro. Non lo dico per gusto dell’osceno o della provocazione ma solo perché se così è stato non avrai avuto il tempo di essere morso dalla paura. Quel colpo alla tua pancia ti sarà giunto inaspettato e il dolore ti avrà assalito all’improvviso, senza annunciarsi e oscenamente denudarti lo spirito. Spero così!
E con questo mio dire spero anche di aver detto tutto il mio disagio rispetto alle rievocazioni di cui leggo da giorni e che mi accingo con timore a vivere anche nelle prossime ore.
C’è un sentimento che davvero non mi appartiene in questo rito collettivo. E pensare che per anni, esattamente per cinque anni, ogni 28 novembre io e gli amici di cui spero ti ricorderai, abbiamo riempito la città di manifesti serigrafati, riempiendoci di sudore, colla, polvere e vernici. Per cosa poi? Forse semplicemente per un gesto d’amore.
Amore e rabbia. Violenza e passione. Sconfitta, rancore e ripensamenti. Il desiderio rimasto inesaurito di un reinvestimento di idee e passioni che non è mai giunto. Eppure dopo quei cinque anni successivi alla tua morte, per me i più intensi di militanza politica, venne una grande gioia di smantellare tutto. Da allora ho pensato semplicemente di averti tradito. Per me che riempivo la città della stupida scritta “Benny ti amo” questo sentimento non era da poco. Tu eri morto per ideali in cui non volevo credere più e che mi avevano tradito e meritavano solo disprezzo e rabbia. Come poterti rendere conto di questo e farti partecipe? Impossibile, tu eri morto per loro. Terribile come la morte possa fissare il nostro destino a qualcosa di così caduco anche se dall’apparenza granitica, com’è stato il comunismo.
Ora scrivono che la tua morte non è venuta invano perché avrebbe fatto fiorire una stagione irripetibile di lotte e dato a questa città una nuova consapevolezza. Che sciocchezza! Grazie al tuo sacrificio ci saremmo liberati dal peso degli anni di piombo. Che orrore! Prima della tua morte, al contrario, la rivoluzione era per noi solo una gioia. Una terribile catarsi che ci avrebbe donato una nuova vita. Dopo la tua morte ci siamo resi conto che eravamo entrati nel tunnel degli anni di piombo e che tutta la violenza di cui eravamo stati capaci e, ancor più, quella di cui avremmo voluto essere capaci, tutta questa violenza ci ricadeva addosso come inutile e vacua. Io non ho resistito e da allora ho smesso di giocare. Niente gioia. Alcuni reagirono con il riflusso. Altri con la disperazione. Altri sicuramente ma silenziosamente con sani ripensamenti. Io volli procedere come mio carattere ad una verifica estrema. Il riflusso per me fu rimandato di cinque anni ed ebbe almeno il suono straziante ma bello del postpunk. Solo oggi capisco quanto la tua morte abbia contribuito a farmi scegliere la ferrea disciplina della militanza. Dedicai ogni mia energia ad una rivoluzione che non si sapeva più quando sarebbe venuta ma che il nostro marxismo c’imponeva di preparare con il massimo dell’intelligenza possibile, perché non fosse nuovamente fallimentare. Un appuntamento con la Storia che non ci bastava più. Al fallimento, se non s’arrivava preparati e attrezzati per vincere non solo la rivoluzione ma anche e soprattutto oltre la rivoluzione, sarebbe seguita semplicemente la barbarie. Non ci si poteva più permettere di confluire semplicemente in un movimento. Quel movimento sarebbe stato, come tutti i precedenti, un movimento a vuoto se ognuno di noi non si faceva responsabile e sapiente anche di questo, smettendola di attribuire al nemico i propri fallimenti. Con la tua morte, Benny, il gioco finì. Almeno per me. Io nel 1977 ero diventato appena maggiorenne e nei cinque anni che seguirono feci solo finta di studiare. La mia università fu la politica. Ed avendo scelto la rivoluzione più radicale non mi rimase spazio per prepararmi ad un futuro da dottore o professionista. Mi ritrovai nel 1982 a mani vuote. Fu allora che decisi di mollare tutto e tornare a me stesso, ormai convinto che il comunismo non era una causa tradita ma una tragedia ingannatrice e ormai senza futuro. Nel frattempo solo la fortuna volle che scegliessi per la “verifica estrema” un’organizzazione che mi protesse dalla scelta armata. Io non sono mai stato equidistante tra terrorismo e stato. Il terrorismo era una delle pratiche da tempo scelte dai rivoluzionari e piuttosto era la mia organizzazione ad essere minoritaria e andare per il sottile. Ho divorato libri sul terrorismo cercando qualsiasi argomento mi consentisse di praticarne almeno un po’ di quel terrorismo negatoci ma d’altro canto così evidentemente fallimentare. Strano sentimento: da una parte il desiderio di sentirsi chiamato finalmente alle armi e dall’altro quello di sentirsi dire che non funzionava solo perché non era giunta ancora l’ora. Ci accontentammo di quello che fu da noi definito terrorismo diffuso, pratica sbagliata – ci dicevano - ma che potevamo tollerare purché spontanea e non diretta da apparati politici altrimenti colpevoli (ma non di fronte allo Stato bensì solo a futuri tribunali del popolo…). E con questo margine di tolleranza potevamo e dovevamo dunque calarci nelle situazioni di spontanea violenza e magari esercitarci nella fabbricazione e nel lancio di molotov o nel tiro a segno.
Ora io ti ho conosciuto poco ma non posso tradire e nascondere una verità certa di cui sono testimone. Noi, tutti noi, noi dell’estrema sinistra e quelli che come te che militavano solo per un senso di appartenenza di classe nel Partito Comunista Italiano e nella sua Federazione giovanile, avevamo come unico scenario desiderato la Rivoluzione. Ricordo come oggi i voli pindarici dei militanti più grandi di te che si difendevano con orgoglio dall’accusa allora infamante di essere Riformisti. Questa parola non piace ancora a molti che fanno finta di accoglierla. E sono gli stessi che oggi dicono che la tua morte sarebbe servita a far vincere il diritto alla partecipazione e alla democrazia. So che queste parole ti sarebbero piaciute, perché altrimenti non saresti stato nella FCGI, ma so anche che se ci siamo conosciuti e sfiorati nelle nostre vite è perché tu avevi scelto di essere partecipe di un processo che si voleva e si pensava insurrezionale. A noi non ci bastava un mondo migliore. Volevamo un altro mondo. Oggi di tutto questo non ci rimane nulla e nemmeno coloro che parlano di un altro mondo possibile si avvicinano a tale palengenesi, perché noi non ci accontentavamo del possibile, se non come categoria di strategia politica. Perché allora non dirci la verità? Con la tua morte iniziò la fine di questa illusione. Nessuna rivoluzione sarebbe iniziata e quella di cui assaporammo un possibile e desiderato preludio aveva il sapore amaro della morte: vacua e inutile…. Chi di noi può dimenticare quella notte interminabile in Piazza Prefettura? I fiori, i foglietti, il cerchio sul posto della tua morte che si allargava di minuto in minuto. A notte fonda arrivarono anche i miei famigliari, rassegnati all’idea di non potermi nemmeno parlare e non potermi di certo fermare. La Polizia iniziò a circoscriverci e noi come cani rabbiosi si voleva colpire i nemici, tutti. Anche di questa disperazione mi sono nutrito, assaporandola appieno. Quando sarebbe iniziata la violenta risposta? Tentativi di prendere possesso di Via Piccini partivano continuamente e il passamontagna aspettava solo di essere calato. Non si poteva dormire e si desiderava la catastrofe per il giorno dopo. Il vuoto allo stomaco fu succeduto dalla festa. La città il giorno dopo fu nostra e la prima cosa fu bruciare la Passaquindici, quella sezione di giovani missini contro i quali insieme avevamo fatto le “ronde proletarie”. E’ così che t’avevo conosciuto. In Via Mungivacca o giù di lì, nei pressi della Chiesa Russa, eravamo stati assaliti da alcuni colpi d’arma da fuoco, veri o presunti. Tanto bastava per correre in ritirata ma tu non seguisti il passo e io mi accorsi che eri claudicante. Una compagna di cui ero innamorato s’innamorò di te e io, come sempre e come giusto, amai il suo dolce amore per te. Anche in questo parliamo di un’altra Era! E’ qui che nasce il sentimento di quella mia scritta incomprensibile ai più: “Benny ti amo!”. Scrivevo dell’amore altrui perché ne ero partecipe e perché non volevo che rimanesse inespresso. Sapevo che per qualcuno la tua morte non era ripagata dal linguaggio della politica e a quel tempo sognavo una politica che sapesse parlare anche questi linguaggi, in nome di un futuro comunismo che l’alienazione della politica non doveva conoscerla. Stiamo parlando del 77 e degli indiani metropolitani, un breve periodo in cui rivoluzione comunista e cultura alternativa s’incontrarono e sposarono. Bellissime colonne sonore per i nostri sogni. Poi i sogni si fecero pratiche rigorose ma almeno le colonne sonore rimasero a farmi compagnia. La nostra palingenesi comunista non aveva il suono cupo delle marce trionfali ma quello psichedelico del libero amore e della percezione già proiettata in universi alieni. Tutto invano Benny. E’ triste dirselo ma sarebbe osceno nasconderlo a te. A te non serve mentire. Purtroppo serve ai vivi per non fare mai i conti con il passato e reinventarsi un presente consolatorio attraverso una proiezione deformante sulla storia. Sono passati trenta anni ma accade che la nostra generazione come Orfeo non sappia guardare indietro. Ha perso Euridice nel tentativo di strapparla alla morte, incapace invece di dar vita a Nuovi Amori. Ed è proprio questo sguardo nostalgicamente rivolto all’indietro ad impedircelo. Il non saper resistere alla tentazione di autocelebrarsi e abbandonarsi semplicemente al ricordo. Nessuno può dirmi se anche tu oggi non avresti fatto lo stesso. E’ sicuramente più probabile ma anche a te voglio allora confessare d’aver avuto sempre un senso di colpa per la tua morte. Essa fu preceduta, appena due giorni prima, dal primo raid (l’ultimo solo a causa della tua morte, altrimenti ne sarebbero seguiti altri) davvero deciso e violento nel quartiere Poggiofranco. Uno stupidissimo gesto di violenza che ebbe vittime lievi per quei tempi, essendo le ossa rotte cosa da poco nello scenario del 77, ma che poteva finire con il morto, per esempio a causa dell’incendio della piccola discoteca nell’interrato o, più difficilmente, di qualche pestaggio di troppo. Quella violenza ci apparteneva e non era solo dominio della parte avversa e che noi la si chiamasse autodifesa o altri presidio democratico non cambiava la sua natura oggettiva. Questo è ancora un tabù ma per lungo tempo io ho pensato che quella maledetta notte del 28 novembre avessero voluto rispondere al nostro gesto. Noi attaccammo Poggiofranco e loro Bari Vecchia. Mi piacerebbe sapere che non è stato così e credere ai complotti o comunque essere smentito nelle circostanze anche casuali. Non avverrà mai e quindi mi sento di chiederti anche scusa e perdono. Ma tu quella notte a Poggiofranco forse eri con noi e non avresti esitato comunque ad esserci. Anche per questo ti ho amato. Ricordo che al ritorno da Poggiofranco ho parlato a lungo con qualcuno di Bari Vecchia, contento per quello scontro finalmente di classe anche nella sua fisica zonizzazione. Anche da qui l’idea che tu potevi essere dei nostri. Da qui dunque sarebbe giusto ripartire: le due città per l’appunto. Liberandosi però di tutto il resto.
Nei giorni successivi ricordo che dai microfoni di Radio Radicale si levavano parole per me oscene che invitavano i compagni a dimettere la loro violenza. I microfoni erano aperti e i più rispondevano che la violenza era l’unica risposta legittima e necessaria, contro i fascisti per tutti e contro lo Stato per molti. La rottura con questo scenario lo compì il PCI proprio quel anno, chiamando fascista il movimento del 77. Ma a parte la Direzione del Partito il processo di rottura tra movimento e PCI non si compì mai del tutto e non fu soprattutto lineare e repentino, né tantomeno esteso a tutte le sue strutture periferiche e territoriali. Non sarebbe stato possibile, sociologicamente parlando.
Se oggi dovessi indagare sulla tua morte punterei il mio sguardo proprio su coloro che ti hanno ucciso. Cosa pensavano realmente? La loro storia è molto più oscura della nostra e ancor meno hanno avuto il coraggio di parlare, mossi per lo più dal comprensibile desiderio di vedersi anche loro riconosciuto lo status di vittime e non solo di carnefici. Viviamo dunque in uno Stato dove nessuno vuol fare i conti e tutti sono partecipi delle reciproche omissioni. Lo Stato con le sue Stragi, i fascisti che non so più capire cosa fossero se non dei ribelli o dei figli di papà, e infine noi.
Ciao Benny, so di aver parlato solo a me stesso ma è questa una strana attitudine umana, in specie a Novembre. Parliamo con i morti perché non possono più ascoltarci. Ai vivi, d’altro canto, non so quanta voglia ho di raccontare queste cose. Si tratta solo della mia umile e inutile storia. Per altri si è trattato di un percorso diverso. Molti non si sono mai chiesti quale comunismo volessero. Erano quel tipo di compagni ingenui che continuano ad affollare volentieri le piazze con il Che, i diritti dei palestinesi e magari un po’ di commercio equosolidale. Forse anche tu saresti stato con loro. Altri hanno finito i loro studi e oggi pensano, grazie al loro successo professionale e politico, che tutto sia interpretabile come una vittoria della democrazia. Come se quella contro la quale lottavamo non fosse proprio la “democrazia”! No, caro Benny. Non saresti morto di certo se si trattava di consentire anche ai missini di entrare nel gioco dell’alternanza e ai tuoi dirigenti di allora di governare il capitalismo, diciamo da sinistra. Se ci fossimo dati questo scenario per il nostro futuro saremmo arrivati a pacifici accordi anche con coloro che ti hanno ucciso. E noi non avremmo mai tentato di massacrarli perché “servi armati dei padroni”. Alla luce di questo scenario la tua morte appare solo più vana che mai. Perché nascondersi questa verità? Solo per non sentirsi in colpa con te.
… Mi rimane solo un senso di vacuità. Tu sei morto e mi sembra vero quello che qualcuno osa dire: tutti parlano del significato della tua morte ma di te nessuno. Scusami Benny se anche io, oggi, ho partecipato a quest’inutile gioco. Preferisco tornare al silenzio e ad un giusto senso di colpa nei tuoi confronti.
Bari, 28 novembre 2007
16 novembre 2008
OBAMA GIOCA A BASKET
Il Basket diventerà sinonimo di Obamamania? O prevarrà ancora l'ostilità latina del Calcio in chiave antiamericana (del nord) con Maradona (del sud) in prima fila? Staremo a vedere. Intanto ecco il messaggio di cui parlavo nell'altro mio post, quello che Obama ha inviato ai suoi sostenitori per mezzo di internet prima di uscire di casa per fare il suo primo discorso da vincitore a Grant Park. Un messaggio storico che segna l'inizio della democrazia elettronica e di cui facebook in questi giorni ci sta dando un rapidissimo esempio di evoluzione accellerata:
IL MESSAGGIO DI OBAMA:
I'm about to head to Grant Park to talk to everyone gathered there, but I wanted to write to you first.
We just made history.
And I don't want you to forget how we did it.
You made history every single day during this campaign -- every day you knocked on doors, made a donation, or talked to your family, friends, and neighbors about why you believe it's time for change.
I want to thank all of you who gave your time, talent, and passion to this campaign. We have a lot of work to do to get our country back on track, and I'll be in touch soon about what comes next.
But I want to be very clear about one thing...
All of this happened because of you.
Thank you,
Barack
Pubblicato da
anamorfo
h.
6:32 PM
0
commenti
Etichette: Basket, Calcio, Facebook, Obama, Obamamania, Politica, USA
10 novembre 2008
09 novembre 2008
OBAMA MARKETING? NO, NON BASTA
Molto interessante e giusto l'articolo di MediaMeter sul marketing elettorale di Obama. In questi studi vi è sempre però un difetto di fondo: il riduzionismo. Un punto di vista specialistico che riduce il fenomeno a se stesso. Obama invece va letto con diversi strumenti per poterne ridare poi tutta la complessita. Restando comunquer nel campo del marketing politico bisognerebbe aggiungere già alcuni elementi: 1) il messaggio era diretto alla "nazione" e non ad una parte di essa (interclassismo). In particolare alle classi medie ma saldando con loro quelle meno agiate. I repubblicani sono stati schiacciati su posizioni invece "populiste" ma come ultima spiaggia. La scelta di Sarah Palin era perfetta ma era un rilancio tardivo come appunto ci spiega l'articolo di MediaMeter. Coerente comunque con la candidatura McCain che a sua volta appariva come una risposta non convinta dei repubblicani all'onda del "cambiamento" messa in moto da Obama. Mentre da noi il populismo di Berlusconi è stato la prima mossa, in USA è stata la mossa di risposta. E fin qui la sindrome della Pepsi descritta da MediaMeter. Solo che in queste impostazioni riduzioniste dove vince chi ha la campagna giusta ci si dimentica di analizzare il contesto sociale, in pratica si sottovaluta sempre il valore in se del contenuto in vendita. Con Obama il prodotto era genuino perché genuina la società civile che in lui ha trovato espressione. Non a caso il populismo in America non paga e in Italia ed Europa sì. Il populismo in America lascia le persone a casa, non le mobilita. Mette una distanza netta tra la stanza dei bottoni e chi vive di cose concrete e quotidiane che trova sano solo tenere alla larga da se lo Stato e quindi non partecipa. Il messaggio di McCain/Palin anti Washington non pagava proprio per questo. Al contrario l'interclassismo di Obama, con un appello chiaro e netto alle classi medie come fondamernto della democrazia, finiva per mobilitare anche i meno agiati e le energie pronte a mobilitarsi. Capire Obama vuol dire capire cosa finalmente ha portato al voto milioni di persone che sino ad ora ignoravano lo strumento politico nella loro vita. In termini di marketing si tratta di aprirsi un mercato che non c'è e a questa domanda l'articolo non da risposte. 2) Il messaggio di cambiamento non buttava fuori nessuno, per intenderci non era lo "smetti di guidare perché mi fai schifo" della passata campagna democratica sotto l'icona mediatica di Michael Moore (cfr. il nostrano antiberlusconismo compresa l'ultima idiozia mediatica di Camilleri o l'insistere sulla oggettiva natura buffonesca di Berlusconi) bensì "stai andando dalla parte sbagliata e finiamo tutti nel pantano, fai guidare me che conosco la strada e sono più bravo e fresco di mente". Non è un caso che tra i messagi paralleli creati dai sostenitori di Obama, contrariamente da quanto accade da noi, quelli vincenti non erano quelli Anti ma quelli Pro. Dei due video rappati di Yes We Can quello anti McCain non ha fatto storia (con tanto di giochi di parole sul suo essere un guerrafondaio ecc.). Quello che ha girato il mondo è quello con Obama e il suo messaggio per chi capiva l'inglese era che democratici e repubblicani ora dovevano unirsi per uscire dal pantano, che era il momento di dare una svolta al paese, uniti. Obama si è collocato nel mezzo molto più della Clinton e questo ha rotto anni di teoria di marketing politico che dicevano che per vincere in un sistema bipolare conta conquistare una minoranza agguerrita che fa la differenza, avendo entrambi un elettorato stabile e più o meno paritario. Invece Obama ha creduto in fondo nella democrazia e ha puntato a conquistare tutti, una sorta di "via di mezzo". Quindi chiarezza del messaggio, coerenza e stabilità vanno visti insieme alla natura politica del messaggio e al corpo sociale che è in grado di mobilitare. 3) I mezzi utilizzati. Quella di Obama è un grande evento mediatico, direi un punto di svolta epocale per il nostro tempo perché ha coinvolto il villaggio globale e lo ha fatto utilizzando internet. Non è cosa da poco! Tutto il mondo ha votato Obama e gli americani votando Obama si sono sentiti come non mai motore progressivo del mondo. Forma e Contenuto come sempre vincono quando onestamente sono la stessa cosa! Obama ha messo in rete intorno a se milioni di persone e tra questi tantissimi elettori reali che venivano privilegiati ricevendo notizia delle sue mosse politiche e non, in anticipo anche rispetto ai mezzi stampa. Una novità assoluta nel mondo della comunicazione. Prima di recarsi a Grant Park Obama ha lanciato un messaggio diretto a migliaia di suoi sostenitori, non so se con facebook o altro, parlando loro in prima persona per ringraziarli di aver reso possibile la vittoria. Solo dopo ha annunciato la cosa alla stampa. Il popolo di Obama ha esultato prima di tutti. Il cuore della comunicazione da oggi è nel contatto diretto, è in Facebook e non nelle Agenzie Stampa, queste vengono dopo. L'oligarchia della Stampa viene superata e la Politica passa al primo posto. E' la fine del Citizen Kane di Welles, del Quarto Potere e così via. Ma ancora una volta non è solo una rivoluzione di forma. In questi giorni Obama sta inaugurando un sito che si chiama appunto "change" che funzionerà come un social network delle sue scelte politiche. Chiunque si iscriverà non solo saprà in tenpo reale delle sue decisioni (quelle che lui ripetutamente ha detto "io sbaglierò molte cose e quindi ascolterò le critiche" - grande!) ma potrà dire cosa si può fare secondo lui per questo o per quell'altro. Ed ecco dunque che una nuova stagione di strumenti politici insieme diretti e assembleari e indiretti e rappresentatiti sta per nascere... Non siamo stati capaci nel nostro piccolo di farlo a Bari e in Puglia. Ecco da chi dovrebbero prendere esempio i nostri Emiliano e Vendola. Non bastano cari amici di Proforma le belle e simpatiche campagne pubblicitarie, ci vuole poi anche il prodotto da vendere e il coraggio di costruirlo fresco, originale e vero. 4) Possiamo dire infine che non è affatto vero che la vittoria di Obama sia dovuta ad una giusta campagna di marketing politico. La stessa campagna in Italia forse non avrebbe prodotto esito. A vincere con Obama è l'America e il sistema americano. Obama ha vinto infatti quando ha sconfitto la Clinton ossia ha vinto prima dentro il suo Partito con un processo lungo e doloroso. E' stata quella la sfida più difficile e dove contro di lui si sono giocate le mosse più sleali (soltanto riprese da McCain ma già sfoderate durante le primarie). Obama non è il candidato di una lista civica o di un partito che ne simula le dinamiche come in Italia Forza Italia, la Lega e l'Italia dei Valori, tutte nate da dinamiche di "anti-politica". AL contrario Obama nasce dentro una tradizione politica e la rinnova, la rilegge, giustamente portando i commentatori a paragonarlo a Roosvelt ancor più che a Kennedy. Dentro AN o il PD questo non potrà avvenire. In Italia e credo in buona parte dell'Europa (Gran Bretagna e Spagna escluse?) i partiti non hanno più lo stesso valore e la scelta dei candidati, quindi il meccanismo stesso di rappresentanza, non ha la stessa vitalità che in USA. Per tornare al marketing è come se in USA c'é un vero libero mercato della politica che consente quindi ad una campagna pubblicitaria, se indovinata e con i soldi, di posizionare un prodotto nuovo e farlo vincere anche se parte svantaggiato. Da noi no, non c'é un vero libero mercato della politica. E' noto a tutti che in America vince chi ha i soldi e che Obama ne ha raccolti più di tutti. Qui sarebbe stato un argomento contro di lui, in USA è stato un argomento vincente. Se raccoglieva soldi voleva dire che piaceva ed è vero che ha raccolto fondi con piccoli contributi da tutti ma non solo quelli. Perché non dimentichiamolo gli USA sono anche la nazione delle Lobbies legali e dichiarate. Insomma la campagna di marketing di Obama era giusta ma ha funzionato perché il sistema consente una libera concorrenza politica e perché il prodotto era più buono. 5) Ultima considerazione: dire in politica che un prodotto è più buono degli altri vuol dire che esso rappresenta al meglio un pezzo maggioritario di società civile. Questi sono però quelli che nel marketing sono solo dei consumatori. In politica non è proprio così. I consumatori sono anche produttori del prodotto Obama. Obama ha saputo credere in questo ed ha vinto le oligarchie del suo stesso partito. Per questo siamo qui a parlarne, ormai dimenticandoci sia del colore della pelle sia del nome musulmano. Questi ultimi non sono messaggi mediatici da poco e basterebbero da soli per parlare di lui. La cosa straordinaria è che Obama ci ha fatto dimenticare anche di questo. Oggi ho visto ad MTV una manifestazione di premi di musica rock e tuti portavano la t-shirt di Obama. Lui ormai è un'icona pop, è già nell'Olimpo dei Dei e dei Miti iconizzati da Andy Wharol. Sino ad oggi era successo solo con miti eversivi quali Che o Mao, nemmeno Kennedy vi era entrato. Obama si e per la politica è una novità assoluta e molto complessa da analizzare.
Pubblicato da
anamorfo
h.
10:12 AM
3
commenti
Etichette: Democratici, Democrazia, Europa, Obama, Politica, Primarie, Primary, USA
08 novembre 2008
L'ITALIETTA CANTERINA...
Chiedo scusa anche qui al popolo americano per la battuta del mio Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Credo che dai tempi di Lenny il popolo americano abbia imparato, chi più chi meno, a distinguere l'uso violento delle parole dalla parola che copre la violenza. L'espressione del Nostro Presidente non è un'offesa in se, io con voi sono uno strenuo difensore della libertà di parola nel senso più lato, sino all'offesa e alla bestemmia. Diverso è il contesto, la necessità. Un capo di stato non si rivolge ad un altro capo di stato a suon di barzellette. Se voleva Berlusconi poteva fargliela privatamente al telefono quella battuta, ammesso che egli avesse questa confidenza amichevole per farla e francamente ne dubito. Ho amici di colore con cui scendiamo molto ma molto più in basso e sono sonore risate e amicizie rinsaldate da questa intimità. Intimità per l'appunto. Quello del mio Presidente del Consiglio era tutt'altro che un gesto intimo. Lui stava parlando anche a mio nome e io pertanto vi chiedo scusa, profondamente. Inutile discutere se è stata un'uscita scherzosa o inopportuna, era inopportuna e offensiva perché scherzosa. Devo sperare che Obama lo ricambi con una battuta sulla sua statura e sul lifting? Ma no, lui lo sa che offenderebbe il popolo italiano e la sua stessa dignità di capo di stato. Ha ben altro a cui pensare... a proposito, anche voi del PD vorreste avere altro a cui pensare? Di queste questioni se ne occupano i giornali e la società civile. E i comici di dare del nano a Berlusconi o di parlarci del suo lifting (si ricordi Furio Colombo le sberle morali che ha preso dai proletari in studio, nel programma di Santoro, per aver imbastito su questo il suo discorso politico). Noi società civile ci difendiamo bene da soli. Voi piuttosto: vorreste pensare a studiare per governare meglio nella prossima occasione? Vorreste smetterla di preoccuparvi di "montare la tigre sulla schiena" facendovi paladini dei movimenti o persino di ogni sussulto civile?... "à à - à à - abbronzatissima..." Perché non prendete esempio da Obama? Lui non ha vinto grazie alle ironie su Sarah Palin ma grazie alla sua indifferenza verso questi argomenti. Più hanno attaccato Sarah Palin più l'hanno resa simpatica all'America profonda, più voi attaccate Silvio Berlusconi su queste questioni più lo avvicinate all'Italia profonda. E lui lo sa! E' più furbo di voi. Voi dovreste pensate a fare le persone serie, ossia quelle che si occupano delle cose serie. Prendete esempio da Obama!
Pubblicato da
anamorfo
h.
1:42 PM
0
commenti
Etichette: Berlusconi, Obama, PD, Politica, USA
05 novembre 2008
UNA GIORNATA PARTICOLARE
O meglio una nottata particolare... ed ora che è fatta, butto giù confusamente alcune considerazioni. Grande discorso di McCain: non solo si è congratulato con Obama ma ha tracciato con rispetto ed entusiasmo il senso di riscatto che questa vittoria segna. Non solo con rispetto ma con entusiasmo! Se contro di lui non ci fosse stato Obama bensì la Clinton, credo che avrei simpatizzato per il repubblicano. McCain ha detto con parole chiare e sincere che la vittoria di Obama è il segno di una nazione che vuole uscire dalla crisi, che ha voglia di rimettersi in moto, ha riconosciuto ad Obama tutto il merito di aver mobilitato il paese e quindi ha detto che la vittoria di Obama è la vittoria di tutta l'America. Ve lo immaginate, da parte di chi perde, un discorso del genere in Italia? E' importante: ha anche aggiunto che la vittoria di Obama è la vittoria di tutti gli afroamericani e si è congratulato con loro, ricordando la vergogna del razzismo, ricostruendo per questo un episodio di Roosevelt che venne contestato solo per avere invitato a cena alla Casa Bianca persone di colore. Ora è un Presidente di colore che viene eletto da tutti gli americani. McCain ha detto che bisogna tutti festeggiare la vittoria di Obama come riscatto dell'America dalla vergogna del razzismo e dimostrazione che l'America tutta è andata avanti. Bisogna rendergli l'onore delle armi a uno così.
Ovviamente anche Obama ci ha tenuto a dire che lui ha vinto per tutti e che ascolterà soprattutto le critiche di chi non gli ha dato ieri la sua fiducia. Del suo discorso io ricorderò il passaggio sulla forza degli Stati Uniti che non è né l'economia né le armi bensì la democrazia. Lui e il suo avversario ne sono stati la dimostrazione.
E l'Europa? Sino ad ora abbiamo fatto fronte ma io condivido appieno il titolo de Foglio di oggi: salutiamo colui che ha sconfitto Moore! Alle scorse elezioni ero certo che la campagna Moore anti Bush avrebbe portato solo voti a quest'ultimo e così è stato. Lo considero per giunta un documentarista disonesto e come comunicatore un propagandista pericoloso. Personalmente non amo nemmeno i democratici alla Clinton e quindi di solito non mi entusiasmo per le presidenziali americane. Per questo credo che McCain e Obama siano stati il segno di una svolta epocale. Paradossalmente i primi segni di questa svolta sono proprio nei neoconservatori. Sono stati lori il vantaggio repubblicano e il richiamo di Obama ai valori profondi dell'America unito al sentimento di religione civile sono debiti verso questa impostazione. Coloro che si immaginano Obama come il presidente liberal pacifista e anti guerra si sbagliano e rimarranno delusi. Obama avrà una politica protezionista in economia. In politica estera, invece, gli si offrono due strade: o un unitalateralismo debole in linea con la storia del partito democratico o un riequilibrio tra uso della forza e politica che è la strada già indicata dai neoconservatori. La crisi potrebbe indurlo sulla prima strada dovendo risparmiare risorse economiche a scapito degli armamenti e dei contingenti di guerra. Io non me lo auguro. La peggiore storia degli USA in politica estera è il frutto di questo, a cominciare dai dittatori canaglia disseminati con l'unico obiettivo di levarsi i problemi senza intervenire più di tanto. L'America oggi sa però che non è più l'unico ago della bilancia e deve riconquistarsi una centralità che da solo il dollaro non gli garantisce più. Questa non è la strada infatti di Obama. Il ritiro stesso dall'Iraq è solo una questione un po' tattica e un po' propagandistica. In realtà Obama ha ricordato a tutti che una guerra più importante è da compiersi nello scenario pakistano e afgano. Dal punto di vista strategico Obama è più "guerrafondaio e interventista" dei repubblicani. Solo che giustamente dice che si devono usare le armi ma ancor di più la politica e questo vorrà dire che ci chiamerà in causa come alleati. Per il pacifismo europeo sono dolori. Lo stesso per l'economia se si pensa al protezionismo. Per me la grandezza di Obama potrà misurarsi sulla sua capacità di mobilitare l'America sulle questioni energetiche mettendo fine all'era del petrolio e contemporaneamente cambiando radicalmente lo scenario medio orientale sotto il ricatto di questa dipendenza energetica. Il mio piccolo grande sogno è questo. Se lo farà anche l'antiamericanismo europeo sarà portato allo scoperto o quanto meno smascherarato, compreso quello di tanti fan di oggi di Obama solo perché è nero e anti bush.
Di certo per ora c'è che l'America si rimette in gara per essere motore nel mondo di progresso e democrazia... e io ne sono stra-contento!
Pubblicato da
anamorfo
h.
9:55 AM
0
commenti
Etichette: Democratici, Obama, Primary, USA
02 novembre 2008
26 ottobre 2008
GRANDI AFFABULATORI
Anche questa domenica il primo pomeriggio l'ho passato su MTV Brand:New ed oggi vi ho scoperto The Raconteurs in un concerto live davvero strepitoso. Una macchina del tempo. Davvero bravi, oltre la perfezione. Un unico fastidio: non tanto la riproposizione senza reticenze del sound Led Zeppelin soprattutto nella voce di Jack White quanto nell'assenza alla fine di qualcosa che davvero andasse oltre il sound. Non vi erano canzoni memorabili o almeno questa la mia sensazione o forse non hanno avuto il tempo di entrarmi sotto la pelle. Di fatto ne sono uscito con un gran desiderio di riascoltare i Led Zeppelin. Solo grandi affabulatori, dunque? Per scoprirlo vado a conoscerli meglio su You Tube:
Pubblicato da
anamorfo
h.
8:08 PM
1 commenti
Etichette: Jack White, Led Zeppelin, Raconteurs
UNA STRADA VERDE PER IL (NON)CINEMA
Ieri Bari ha partecipato ad un evento epocale, ancora in progress: il progetto di film enciclopedico "Le 92 valigie di Tulse Luper" mostrato in forma di vjing ed introdotto da due giorni di seminario. Registro qui alcune mie riflessioni sull'incontro con Greenaway.
Il cinema del futuro non è quello sognato dal cinema. O almeno: quello che Peter Greenaway ci mostra come il cinema del futuro non è quello che il cinema ha sognato per se e in cui ha sognato di perdersi e reinventarsi. Ieri Peter Greenaway lo ha anche citato ma, a mio parere, in modo improprio; Godard: "il cinema è la verità a 24 fotogrammi al secondo". Quello che invece Greenaway persegue non è la verità ma la rappresentazione. Come indicato anche da Rohmer, il cinema è tale sino a quando non si trasforma in arte. Parafrasandolo, quella di Peter Greenaway è arte e quindi non è cinema. D'altro canto lui ha probabilmente ragione di dire che è questo il cinema del futuro e, paradossalmente, ha anche ragione a dire che il cinema non è mai nato. Ancora Godard che cita i Lumiere: il cinema è una invenzione senza futuro! Ma cosa è allora il cinema o forse cosa il cinema ha sognato di essere? Esattamente quello che Peter Greenaway ha indicato come sua insufficienza ossia il disposito occulto della caverna platonica, il mondo delle idee materializzato. Il dispositivo illusorio del cinema, il suo nascondere se stesso e colpire alle spalle e al buio lo spettatore: questo è il cinema! Molti passatisti ieri hanno contestato Greenaway in nome dunque della Sala e della sua socializzazione. Avevano torto. Per due ragioni. La prima è che il dispositivo cinematografico, ha ragione Greenaway a dire che, vive nel rapporto 1:1 che instaura con lo spettatore al buio, avvolto nel grande schermo. Insomma: il grande schermo non è grande per farci stare tutti insieme bensì per avvolgere lo spettatore e abbracciarlo. Come già scritto da Rohmer, il cinema è una forma illusioria di realtà vituale e, aggiungo io, non a caso noi ne raccontiamo (falsamente) la nascita con la storia degli spettatori impauriti dal treno che li investiva e usciva dallo schermo. Quella storia è una favoletta inventata da un giornalista per rendere più saporito il suo pezzo di cronaca. In realtà quel giornalista raccontava la verità molto più di quanto ne fosse consapevole. Quel resoconto falsato racconta ancora oggi quello che tutti in quel momento hanno sperato di poter vivere (e non a caso scrivo vivere e non vedere)! Nessuno ha realmente pensato che quel treno fosse vero ma tutti hanno giocato a crederci perché quella era l'aspettativa, il desiderio. Sull'ingenuità che un apparato visivo possa trasportare la realtà da luogo a luogo possiamo oggi discutere ma tale ingenuità ha fondamenti neurofisiologici. Non mi dilungherò ora su questo. Di certo il cinema ha inseguito tenacemente questo progetto e per questo Rohmer giustamente dice negli anni '60 che il futuro del cinema, quello che ogni vero cineasta avrebbe dovuto augurarsi, era nell'ologramma. Anche lui, contro una generazione di esteti passatisti, combatteva coraggiosamente l'opinione corrente per il suo tempo che l'olografia e la tecnica del cinema come arte dell'illusione fossero il nemico del cinema inteso come forma d'arte. L'argomento principe era che l'ologramma avrebbe distrutto il linguaggio cinematografico, il punto di vista privilegiato e il taglio dell'inquadratura, facendo tornare il cinema ad una forma di teatro surrogato. Allo stesso modo, in passato, negli anni '30, gli autori si erano opposti al sonoro. Entrambe battaglie sbagliate! Il cinema vive nella forma illusoria di riproduzione della realtà e nell'esperienza illusoria dell'altro. Non è una forma figurativa di rappresentazione ma verità ed esperienza, finestra sul mondo e al contempo il mondo stesso reinventato e riprodutto come esperienza. Quindi il cinema, ce lo insegna Chion, non è mai stato realmente "muto" ed è diventato sonoro appena ha potuto, così come ieri sarebbe diventato senza reticenza ologramma se fosse stato reso possibile ed oggi virtuale, se la tecnologia seguisse un decorso logico. Cosa che non é. Tornando ai passatisti di oggi, che pensano alla Sala come luogo di resistenza del vero cinema, ho detto perché il grande schermo non serve a creare una comunità bensì ad avvolgerci. Non vi è quindi una funzione di socializzazione ma un dispositivo che vuole portarci altrove. Questo altrove è il cinema, l'esperienza dell'altro. La storia che il cinema fosse già nato prima dei Lumiere con Edison è una grande sciocchezza. Prima dei Lumiere erano decenni che si inventavano apparati per la riproduzione del movimento e dell'immagine fotografica in movimento. Questi macchinari avrebbero potuto aver successo ma erano cosa diversa dal cinema perché non prevedevano la Sala bensì una visione meramente oculare. La Sala invece ha consentito che il Treno uscisse dallo schermo ed investisse il pubblico in platea. Questa è l'invenzione del cinema! Film chiave quindi per comprendere cosa il cinema abbia sognato per il suo futuro è infatti un film che esce nell'anno del centenario del cinema e che racconta il capodanno del nuovo secolo in questa chiave: si chiama "Strange Days". Il cinema nel film della Bigelow è un dispositivo individuale, una calotta cranica da indossare per vivere totalmente l'esperienza virtuale di un'altra vita! Questa è "la verità a 24 fotogrammi al secondo" di cui ci parla Godard, non altro. Per queste due ragioni (finalità del dispositivo e rapporto con lo spettatore) chi invoca la Sala come antidoto socializzante ha torto. Ha torto però anche Greenaway a pensare che il suo cinema sia la nuova stagione del cinema. E' invece altra cosa dal cinema, è la vittoria della rappresentazione sull'illusione. Un conflitto che attraversa tutta la storia dell'arte occidentale, l'unica credo che abbia cercato di costruire apparati illusori e prendere il pubblico per lo stomaco prima che per l'intelletto. Solo che i percorsi della storia non seguono linee logiche. Non la realtà virtuale è entrata in gioco a subentrare al cinema bensì il dvd, i'interattività, internet, i cellulari ecc ecc. Probabilmente ora dovranno passare molte centinaia d'anni prima che un'invenzione faccia rinascere il cinema e non accadrà più per una diretta filiazione. D'altro canto, è dal 2001 (senza Odissea appunto) che sappiamo che la realtà ha finito di anticipare i sogni dell'uomo, la corsa verso il futuro era finita! Il Cinema e la Letteratura erano (non "sono" perché oggi non ci provano nemmeno più e parlano solo al presente o al passato) tornati a correre più veloci di essa ma negli ultimi tempi spesso sbagliare rotta. Niente viaggi oltre Giove e il tempo! Le nuove generazioni non l'hanno nemmeno sognato il futuro. E dopo Kubrick anche quei cinque anni d'anticipo sull'anno 2000 di "Strange Days" hanno confermato che il nuovo secolo non ci donerà grandi novità. Il futuro è quello che ci ha mostrato Greenaway e non la Bigelow. Non inizia con gli esperimenti di rapporti sessuali tra uomini calati in tute e caschi da realtà virtuale (ricordiamoci che la pornografia è sempre l'avanguadia del rapporto tra uomo e macchinari del gioco) bensì nel telecomando di un televisore che gestisce multicanali e reti contemporaneamente. Per Greenaway il futuro digitale del cinema è iniziato infatti con il telecomando. Ha ragione ma questa è la sconfitta del cinema. E' anche vero che chi ha lavorato sul crinale della crisi del cinema, ossia i grandi autori del passato prossimo, Rossellini, Godard e Fassbinder, abbiano non a caso visto nella televisione il mezzo più idoneo per continuare. Tutti costoro avevano però rinunciato all'illusione e scelto il rapporto critico con lo spettatore, l'impresa enciclopedica e la saggistica piuttosto che la narrazione e il trasporto. Però tutti e tre lo fanno perché trovano esaurita la capacità dell'illusione di trasmettere verità ed esperienza dell'altro. Occorre che lo spettatore si fermi a guardare e per farlo occorre svegliarlo dal torpore che l'illusione come macchina dello spettacolo produce in lui. Come ci insegna Herzog, occorre guardare quello che il disposivo cinematografico coglie quando è dismesso e fuori controllo, quando resta acceso e si mette a registrare senza controllo la realtà, appunto come una finestra sul mondo. Greenaway, al contrario, ha completamente abbandonato tale intenzione. Da artista figurativo quale egli è, usa il cinema come codice e costruisce artefatti che non sono nemmeno più dei film. La grandezza dell'opera di Greenaway l'ho capita solo ieri nel momento che non si è proposta come opera filmica ma come opera multimedia. Lo ha detto lui stesso che Tulse Luper a cinema non ha funzionato perché non è più lo strumento idoneo. Altre forme come il set di vjing lo sono. Il limite dell'opera di Greenaway è proprio il ruolo che egli lascia svolgere, in queste opere, alla narrazione. Egli tende ad escluderla e renderla una cronaca, un esercizio di cronaca o di storia, dove "esistono gli storici e non la storia". Eppure i grandi esempi di opere enciclopediche del passato da lui citate, come Dante, Shakespeare e Le Mille e una Notte, contengono invece storie che non si fermano alla collezione. Quello che abbiamo visto ieri a Bari non era invece una Enciclopedia ma il suo Indice Analitico. Non sono la stessa cosa. Da spettatore del futuro di questa televisione, interattiva multicanale e multidisposivo, voglio cliccare io su un link-immagine per farmi raccontare la storia che essa custodisce. In questo non so se Peter Greenaway si sia accorto di un limite paradossale del suo discorso. Egli sapientemente ci ha spiegato come il cinema non sia mai stato realmente narrativo anche quando ha pensato di esserlo: chi si ricorda la trama di "Citizen Kane", di "Casablanca" ecc ecc.? Nessuno, si e no una frase per spiegare la trama e poi non ci resta altro da raccontare. Perché allora indicare il suo percorso come antinarrativo? Al contrario se la sua impresa avrà successo e se lui ambisce ad essere il Dante del ventunesimo secolo, egli dovrà finalmente riempire il suo (non)cinema di narrazioni. Ma come lui stesso ha detto: quello che ci rimane di "Casablanca" non è la sua narrazione ma una sorta di atmosfera, di ambiente virtuale aggiungo io. Ed è quello che il suo (non)cinema del futuro non ambisce a fare. Questo il limite sui cui la sua impresa frana! Dentro la pagina di Dante ci si perde, dentro la scena di Shakespeare ci si perde, di fronte ad un quadro di Velazquez invece ci si incanta. Ci si può chiedere quale storia nasconda una lettera poggiata sul tavolino ma non è la stessa cosa che poterla realmente leggere, ascoltare o vedere. I grandi affreschi delle Chiese sono invece opere nate con l'intento di impaurire il fedele o di suscitare in lui un sentimento di trasporto. Esse però per compiersi avevano bisogno di grandi oratori, di sermoni e prediche che facessero vivere i personaggi negli affreschi, che facessero loro prendere forma e che facessero impaurire il pubblico dei fedeli, raccontando loro le storie della Bibbia. Nell'opera di Greenaway manca proprio il pulpito. Ma non è il telecomando ad averlo distrutto, l'arte consiste infatti nel farci fermare ad ogni cambio di canale, con la responsabilità di decidere su quale. Potrebbe così ancora accadere di incontrare l'immagine in una donna in attesa del raggio verde. Perchè il cinema non è morto ma è sconfitto, la morte non esiste, tutto rinasce se è un sogno, e il sogno del cinena vive nell'attesa di una nuova tecnologia e di un nuovo tempo. Questo tempo non è infatti il suo perché il Raggio Verde non è sulla Strada Verde del (non)cinema del futuro presente di Greenaway. Resta quello indicato da Rhomer.
Pubblicato da
anamorfo
h.
9:26 AM
0
commenti
Etichette: Arte, Bigelow, Cinema, Greenaway, Raggio Verde, Rohmer
20 ottobre 2008
IL CINEMA ABC, PER L’APPUNTO...

La città di Bari ha un debito con il Prof. Mario Nuzzolese e si chiama Cinema ABC. Il suo stato d’abbandono, è inutile negarselo, rende più doloroso il lutto per la scomparsa del suo ideatore e fautore. Voglio essere estraneo alla retorica commemorativa, quindi dirò subito che per la mia generazione il Prof. Nuzzolese è stato spesso un avversario, un ostacolo. In anni di spontaneismo e movimentismo l’esercizio cinematografico si sentiva minacciato dalla nascita dei cineclub e dei circoli privati e Bari, tra questi, ebbe invece un’eccellenza che si chiamava Cinestudio, luogo privilegiato in Italia insieme all’Obraz di Milano per la distribuzione indipendente del nuovo cinema tedesco, l’unico in città dove si potesse proiettare il cinema underground di Alberto Grifi o un Super-8 sconosciuto e fuori da ogni circuito intitolato “Io sono un autarchico”, un luogo a cui anche il mondo del jazz pugliese deve tanto, avendo consentito, per esempio, l’incontro di Magliocchi e Ottaviano con Steve Lacy. Un esempio di politica alternativa e indipendente che proprio nel Professore ebbe un oppositore. Eppure la sua risposta, ed è stata questa la sua grandezza, fu quella di chiamare gli stessi esercenti di Puglia e Basilicata a creare una Sala destinata all’uso non commerciale: il Cinema ABC per l’appunto. Ed il merito di quest’impresa è di aver garantito a Bari quello che quasi mai riescono a dare le iniziative di movimento: la durata. Quello che sicuramente il Professor Nuzzolese non tollerava era infatti il vuoto: il vuoto di iniziativa, il vuoto di proposta culturale che l’assenza di un contenitore non può che generare. Potevamo dividerci sul chi e sul come mai sulla necessità dell’azione. Per me il Prof. Nuzzolese è l’immagine stessa dell’azione e della determinazione. Attento anche alla più piccola proposta, imparai subito che non potevo permettermi di non invitarlo e coinvolgerlo anche alla più modesta iniziativa, pena l’offesa. Per me presto la sua attenzione si trasformò in un onore e di questa stima non l’ho mai privato. Coinvolto in diverse occasioni sia nella gestione dell’ABC e della sua piccola cineteca, sia nelle iniziative dell’Agis Scuola, non posso dimenticare un viaggio di rientro da Brindisi in cui il Professore mi raccontava delle sue vicissitudini di guerra. La sua viva descrizione di cosa fosse un combattimento aereo aveva la stessa forza di un film girato in soggettiva. E’ in quel viaggio che alla stima ho aggiunto l’affetto; per lui e per quello che lui considerava come un figlio, il Cinema ABC per l’appunto. Credo che sia giunto il momento che della sua riapertura se ne faccia carico non solo l’AGIS ma la cittadinanza intera, e non solo di Bari ma di Puglia e Basilicata, e non solo attraverso le sue istituzioni ma anche in forme spontanee o raccogliendo quello che di vivo l’associazionismo culturale può proporre. La sua destinazione oggi non può che essere quella di un moderno contenitore extra commerciale, destinato quindi non a fare concorrenza all’esercizio cinematografico bensì ad affiancarsi ad esso con retrospettive e rassegne tematiche. Un luogo sia dove far incontrare il pubblico con un’offerta più ampia sulla cultura cinematografica, sia dove rendere visibile un lavoro sul territorio che raccordi gli archivi esistenti, da quello enorme della Cineteca Lucana ai tanti altri magari ancora da scoprire, oltre allo stessa cineteca dell’ABC. Due anni fa, proprio dentro il Cinema ABC promossi un’ampia rete di associazioni chiamata RECIDIVI e discutemmo a lungo anche un protocollo d’intesa con il Comitato di Gestione del Cinema. La rete è cresciuta e potrebbe trasformarsi in un soggetto interregionale. Al contempo nelle vicinanze del Cinema sta nascendo il Cineporto voluto dalla Apulia Film Commission e tutta l’area urbana circostante si sta riqualificando. E’ giunto dunque il momento di passare all’azione. E’ l’unico sentimento con cui mi sento di avvicinarmi oggi alle spoglie del Professore e rendergli omaggio.
Pubblicato da
anamorfo
h.
1:30 PM
0
commenti
Etichette: ABC Bari, Agis, Bari, bari cinema, Cinema, Nuzzolese
19 ottobre 2008
DIARY
Giù dal letto alle 9,30 - solo con i bambini - Dario è uscito alle 8 e torna alle 13,30 dagli Scout - Sformato di anellini con ricotta e pomodoro (ricetta siciliana con pasta comprata a Palermo in agosto) e ricotta di pecora in offerta a Dok - mentre si cucina pieghiamo e sistemiamo quanto riposto fuori e dentro il portabiancheria in armadio - risistemiamo il letto - doccia durante l'ultima mezz'ora in forno degli anellini - dalle 14 alle 17 pranzo, pulizia e rimessa in ordine di cucina e sala pranzo - MTV per tutto il tempo ma per buona parte un intero ciclo dedicato a Michel Gondry (grande!) - Alle 17,00 si lascia la lavastoviglie in funzione e si viene in Studio con i bambini, loro a studiare io a lavorare sui ritardi accumulati in settimana - ore 22,30 si torna a casa...
Pubblicato da
anamorfo
h.
6:07 PM
0
commenti
Etichette: Diario
17 ottobre 2008
PAGINE CHE SI RIAPRONO
Oggi su Facebook mi scrive una persona a cui sono molto legato. Non riesco a dire altro ma voglio solo appuntarmi questo momento per me di grandissima emozione. Si chiama Cecilia e chi la conosce sa di cosa parlo. L'ho persa di vista dal 1978 e mai più incontrata nemmeno causualmente o da lontano.
Pubblicato da
anamorfo
h.
4:03 PM
0
commenti
Etichette: Amici
08 ottobre 2008
BIFO BIFO 40 40
Delirante editoriale di Bifo in prima pagina di Liberazione. Fame, guerra e catastrofi di ogni natura ci libereranno dal capitalismo e quindi ben vengano. Dovremo solo imparare a "vivere di poco". Non solo è possibile ma si vive anche meglio. Nel frattempo pur chiedendo scusa corregge Marx: non solo il capitalismo non è una cosa ma è un rapporto bensì, a detta di Bifo, è un rapporto introiettato. Insomma il capitalismo è una attitudine mentale, pensare lo sfruttamento come cosa necessaria e naturale. Se smettiamo di pensarlo anche il capitalismo muore: alla faccia del materialismo! Non era stato Marx a spiegarci che sono le condizioni materiali di esistenza e i rapporti che si determinano a farci pensare in un modo o in un altro? Bifo non ha corretto Marx, l'ha demolito! E il nuovo mondo che annuncia nascerà dalla scarsità delle risorse, dalla fame e dalla incapacità produttiva. Attraversando guerre, razzismo e carestie. Come ogni romantico anche Bifo si augura il peggio ma per il bene dell'umanità. Non è che gli manchi qualche sana lettura? Voi cosa gli consigliate? E sarebbe questa la Rifondazione Comunista? Per non parlare del mare aperto dello stare al governo di cui oggi parla Luigi Quaranta nel suo editoriale per il Corriere del Mezzogiorno? Si può mai pensare di coniugare tali strumentazioni politiche con il chiedere la fiducia agli elettori per governare una Regione? Luigi Quaranta non crede nemmeno lui a quello che scrive, solo lavora per volerlo far credere a noi. E anche questo noi è tutto da discutere. Luigi Quaranta parla di un popolo di sinistra che finalmente vede realizzato il proprio sogno ma forse la platea era composta più da assessori e consiglieri preoccupati per il loro futuro prossimo perché non solo questo messaggio io non credo che sia mai giunto al "popolo di sinistra" ma quando è stato tentato è stato anche rifiutato. Si veda la sconfitta di Veltroni e linee editoriali, come quella di Liberazione, che sanno di far contento il proprio "popolo" parlando vecchi linguaggi anticapitalisti. Io di certo preferirei dedicarmi al buon governo e non in senso miseramente etico ma come politica del fare e del riformare, quando serve. Il problema è che nessuno sta pensando di farlo, né a sinistra né a destra, né in Italia né in Puglia, né Emiliano né Vendola. Altrimenti avrebbero preso il coraggio tra le mani e parlato al loro "popolo" con onestà riformatrice. E soprattutto avrebbero dato prove migliori di se! E se queste prove sono state compromesse dagli apparati dei partiti avrebbero chiesto oggi al "popolo" di sostenerli, instaurando un rapporto fiduciario diretto che invece entrambi hanno negato, pur essendoci nelle primarie e nella primavera pugliese che li ha sostenuti tutte le premesse. E non è certo un felice dibattito tra D'Alema e Vendola alla ex Festa dell'Unità oggi ribattezzata non so come a dimostrarci(mi) il contrario, caro Quaranta.
Pubblicato da
anamorfo
h.
3:04 PM
0
commenti