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02 agosto 2009

OGGI ERA IERI IL 2 AGOSTO DA NON DIMENTICARE

una scritta con lo spray nel sottpasso, lunga e quindi pericolosa, su quattro righe - fuga tra la folla all'arrivo della polizia ferroviaria - tentativo di mimetizzarci con passaggio di mano in mano dello spray - inutile vengo preso e immobilizzato sugli scalini dell'estramurale - tentativo di pestaggio, mancato per poco grazie all'arrivo di un altro agente - solo dei pesanti segni su collo e schiena - corteo e rabbia - al termine lo stesso agente che mi ha salvato m'invita a sporgere denuncia contro il collega - gli rispondo che non credo nella polizia democratica e che per me lo Stato si abbatte e non si cambia e che lui si illude di essere sopra le parti ma difende il capitale come coloro che hanno messo la bomba a Bologna...
...gli anni 80 si aprono nel peggiore dei modi, ogni senso viene distrutto e immobilizzato come l'orologio simbolo di questa Strage, i morti restano morti, le idee si scheletrizzano insieme a loro, nulla sembra più muoversi dopo di allora... tic toc tic toc tic toc tic toc...

11 luglio 2009

Il mio ritorno ufficiale e improvviso alla politica...

la Rete delle Rose Rosse del PD
dal Sud riparte il Partito Democratico aperto alla società civile
Angelo Anam...
Guarda il video 'Angelo Amoroso d'Aragona'

Angelo Amoroso d'Aragona
Angelo Amoroso d'Aragona
Link video:
Angelo Amoroso d'Aragona

Informazioni su la Rete delle Rose Rosse del PD
una rete interregionale nata a Manfredonia, in Puglia, per rilanciare un Partito che diventi realmente rappresentativo e passionario
la Rete delle Rose Rosse del PD 58 membri
19 fotografie
13 brani
16 video
20 discussioni
9 post del blog
 
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27 febbraio 2009

IDA MAGLI SULL'IMMIGRAZIONE MUSULMANA


Invito tutti a confrontarci senza isterismi sulle parole di Ida Magli. Non lo faccio per raccogliere invettive ma per ragionare insieme. Se un intellettuale come Ida Magli ha finito per trovare solo le colonne de Il Giornale per scrivere quello che pensa credo che sia dovuto anche al clima di linciaggio che si riceve a sinistra ogni volta che su questi argomenti si esce dal coro. Intanto nel paese di linciaggio non morale ma reale cresce il desiderio e ora al caso degli stupri si aggiungono anche l'omicidio dei figli da parte dei padri musulmani che ne reclamano la proprietà fisica, religiosa e di nazionalità contro le mogli italiane. Questo desiderio di linciaggio fisico dell'immigrato è impressionante mentre dall'altra parte ci si arrocca dietro posizioni che non abbondano solo di "buonismo" ma purtroppo anche di ignoranza sulle oggettive condizioni di scontro tra culture che l'immigrazione comporta. Intanto, ieri sera, ho visto un notiziario in cui le immagini normali della polizia che scortava dentro la volante il presunto omicida venivano commentate dal mezzobusto con un "evitato il linciaggio..." che non trovava alcun riscontro nel video. In nessuna di queste videocassette commentate da giorni nei TG con sventati linciaggi io ho visto reali scene di linciaggio o situazioni di vero pericolo ma quella di ieri era davvero la più normale scena di arresto che abbia ma visto in TV eppure il commento era sempre lo stesso: sventato il linciaggio. E' evidente che si tratta di clima, di un sapore, di un desiderio da appagare nello spettatore che quel linciaggio non aspetta l'ora di vederlo e sentirselo commentare per giorni ai vari Porta a Porta, qualcuno anche di farlo scendendo magari a fare la Ronda. Per fermare tutto questo occorre mettere in campo l'intelligenza. Quanto scrive Ida Magli può risultare sgradevole ma è il frutto di una maturazione culturale e politica. Io aprirei il confronto piuttosto che lo scontro.

titolo dell'articolo: Neppure l’amore può cambiare un musulmano.
C'è un tremendo equivoco di fondo nell'innamoramento che spinge una donna occidentale, e in particolare italiana, a unire la propria vita a quella di un uomo musulmano: lo ritiene suo contemporaneo. Diverso il fisico, certo; diverso lo sguardo, diversa la lingua, diverso il cibo: tutte cose che sembrano aggiungere fascino, invece che dividere. Anche i modi nel trattare le donne, in fondo, per quanto più autoritari, appaiono rassicuranti e protettivi in confronto a quelli occidentali. Ma pur sempre contemporanei. L'uomo musulmano, invece, appartiene al mondo dell'Antico Testamento, quello di 3000 anni fa, di Abramo e di Mosè, in quanto Maometto ha fondato il Corano sui primi cinque libri della Bibbia. Si tratta di un abisso in confronto al nostro mondo, non soltanto per tutti gli avvenimenti che hanno segnato il divenire del tempo e della storia in Occidente, ma soprattutto per le profondissime differenze di diritto e di costume nei riguardi delle donne. La società musulmana è tipicamente patriarcale. L'uomo è capo e padrone delle mogli e dei figli che gli devono obbedienza in tutto. La legge religiosa è l'unica legge in campo penale e civile. Vige la giustizia del taglione, con la mutilazione delle membra a seconda del tipo di reato e la condanna a morte per lapidazione per i crimini più gravi compreso l'adulterio. Insomma, è indispensabile capire che l'innamoramento non può cambiare nulla a una realtà di questo genere e che sono le donne a ingannarsi quando lo sperano e vi si affidano.
Purtroppo i politici avallano spesso con le loro affermazioni l'idea che gli immigrati possano «integrarsi» nella nostra civiltà e che comunque debbano rispettare le nostre leggi. Si tratta di belle affermazioni di principio che però non fanno i conti con i sentimenti culturali profondi, anche non del tutto consapevoli, e soprattutto non fanno i conti con la diversità di adattamento fra immigrati di sesso femminile e immigrati di sesso maschile. È chiaro che le donne trovano soltanto vantaggi nella libertà, nel rispetto, nell'uguaglianza. Ma per i maschi è tutta un'altra cosa in quanto debbono rinunciare a diritti e costumi che davano loro il potere nella famiglia e il possesso totale sulla persona della moglie e su quella dei figli. Non si pensi che l'affetto possa influire su questi diritti: gli affetti sono plasmati dalle culture.
Messo in chiaro questo presupposto, rimangono per noi in tutta la loro ferocia i delitti di questi giorni. È indispensabile fermare l'immigrazione musulmana. È indispensabile che il governo emani delle norme restrittive sui matrimoni o sulle convivenze miste e che, quando nascano dei figli, la tutela venga sorvegliata dallo Stato. Ma soprattutto è indispensabile eliminare il principio, adottato insieme al «politicamente corretto», di non giudicare le religioni. L'islamismo è una «religione-cultura» totale ed è assurdo non poterne discutere come si fa per qualsiasi altra cultura. Se vogliamo avere rapporti più sereni anche con gli Stati islamici e aiutare almeno l'Africa ad uscire dalla condizione di arretratezza psicologica e sociale, oltre che dalla povertà, in cui si trova, abbiamo il dovere di parlare delle norme coraniche, della Sura che stabilisce l'inferiorità della donna, della necessità di assumere forme di diritto penale e civile adeguate al mondo moderno.
Ida Magli - Il Giornale 27 febbraio 2009

29 gennaio 2009

UCCIDERE HITLER PER SALVARE IL NAZISMO? OPERAZIONE VALCHIRIA...

CORRIERE della SERA del 29 gennaio 2009: "Il finto antinazismo di Cruise"
di Bernard Henry Lévy (traduzione di Daniela Maggioni):

L' uscita nelle sale del film «Operazione Valchiria», prima negli Stati Uniti e in Germania e adesso in Francia, è evidentemente una buona cosa. Infatti, è sempre una buona cosa vedere che il mondo rende onore ai propri eroi (in questo caso, Claus von Stauffenberg, anima del complotto del 20 luglio 1944 che, come sappiamo, fallì nel tentativo di uccidere Adolf Hitler). Resta il fatto che questo film, per quanto appassionante esso sia, pone un certo numero di interrogativi: troppo complessi, troppo delicati per essere risolvibili nella sola logica dell'industria hollywoodiana.
Il primo non è sfuggito ai commentatori tedeschi: riguarda la scelta di Tom Cruise per interpretare il ruolo di un uomo che ci è presentato come l'incarnazione stessa dell'onore anti-hitleriano. Non che l'attore abbia mai manifestato una qualunque simpatia per l'hitlerismo. Ma è uno dei dirigenti di una setta, la Chiesa di Scientology, i cui valori, è il minimo che si possa dire, non hanno molto a che vedere con quelli che consentirono di abbattere Hitler. Elitismo… Darwinismo sociale e politico… Educazione intesa come addestramento… Lavaggio del cervello fatto passare come principio di convinzione… Sequestri… Applicazione delle tecniche della cibernetica al coordinamento del legame sociale… Magia nera… Visione apocalittica del mondo… E' questa la scientologia. E' questo, quindi, il credo di Cruise.
Avergli permesso di incarnare Stauffenberg è, da tale punto di vista, un errore, per non dire uno sbaglio— o, come ha detto il figlio Berthold von Stauffenberg quando ne fu informato — un grave, gravissimo oltraggio alla memoria del padre.
Il secondo interrogativo è probabilmente inerente a questo genere di film e porta a chiedersi se l'eroizzazione di un personaggio non avvenga, purtroppo, a discapito della precisione, della sfumatura e della storia stessa. Il film fa ben vedere l'integrità di Stauffenberg. Mostra il suo coraggio, l'elevatezza di vedute, la fermezza d'animo. Ma cosa ci dice dei suoi pensieri? Della sua adesione, entusiasta, al nazismo, nel 1933? Perché non espone nei particolari quello che, del nazismo degli inizi, egli dovette ripudiare per portare a termine il complotto e quello che, invece, conservò? Jünger, per esempio?
Spengler? L'ostilità spietata nei confronti di Weimar e l'idea di democrazia che egli condivideva con gli ex compagni dei corpi franchi i quali, invece, restarono fedeli al nazionalsocialismo e al suo frenetico antisemitismo? La speranza consisteva nello sbarazzarsi di Hitler o dell'hitlerismo? Di un malvagio tiranno o del principio di qualsiasi tirannia? Il progetto era di distruggere il nazismo o di salvarlo? E perché il film non si dilunga sul vero e tragico paradosso della vicenda? Perché non illustra quello che si dovrebbe chiamare il «teorema di Stauffenberg», secondo cui bisognava avvicinarsi molto, moltissimo a Hitler (una prossimità che, tenuto conto di quella che era la società di iper-sorveglianza hitleriana, non poteva essere né finta né fittizia) per avere la possibilità, come Stauffenberg, di accedere alla Tana dei lupi e deporvi la valigetta con l'esplosivo? Non credo di offendere la memoria di chicchessia dicendo che, dopo «Operazione Valchiria», resta aperta la questione della comunità di valori (eh sì!) fra il nazismo e certi suoi avversari; o anche che potrebbe esserci, dopo tutto, e in seconda analisi, una forma di Witz, di logica nascosta, di astuzia della Storia, nell'incontro fra l'attore scientologo e gli autori del complotto del luglio 1944.
Resta infine il rischio che questo film faccia vedere l'albero Stauffenberg, nascondendo però la foresta della resistenza tedesca all'hitlerismo, così come la descrive Joachim Fest in un libro che esce in questi giorni in Francia («La résistance allemande à Hitler», ed. Perrin) e che bisogna leggere come contrappunto a «Operazione Valchiria». Infatti, nella casta degli alti ufficiali hitleriani, c'è già una differenza fra cospiratori tardivi (Stauffenberg) e precoci (solo nel 1938, e dall'interno stesso dell'esercito, Hans Oster e Hans von Dohnanyi). Nella galassia generata dall'esplosione del primo nucleo nazional-socialista, ci sono i nazional-bolscevichi che, come Ernst Niekisch, ruppe con Hitler fin dal 1934; i nazional-conservatori nostalgici, come Canaris, di una grande alleanza a Est infranta dalla rottura dell'accordo Stalin-Hitler; i rivoluzionari conservatori, il cui prototipo fu Hermann Rauschning, autore di «La rivoluzione del nichilismo» (ed. Armando 1994). Ma soprattutto ci furono persone semplici, come il falegname Georg Elser, autore di un tentativo di assassinio di Hitler nel 1939. Ci furono associazioni studentesche, come il gruppo «La rosa bianca», che nascosero ebrei durante tutta la guerra. Ci furono socialisti, cattolici, ebrei. Ci furono gli operai di Berlino, eroi di un romanzo di Hans Fallada che, secondo Primo Levi, era il più bel libro sulla resistenza tedesca antinazista. Ci furono, infine, quei weimariani impenitenti, come Willy Brandt, che preferirono esporsi al rimprovero d'essere «disertori» piuttosto che affrontare l'irrimediabile disonore di dover portare l'uniforme della Wehrmacht e, quindi, dei cospiratori del 20 luglio.
Cancellare queste distinzioni, tutte queste distinzioni: è qui la trappola.
Sottolinearle, incriminarle, rifare instancabilmente la distinzione fra la cultura di guerra dei nazisti e di alcuni loro oppositori da un lato e l'antinazismo radicale degli eredi di Willy Brandt dall'altro: è questo il compito che impone la confusione stessa del film. Un compito per la Germania. Un dovere per l'Europa.

08 giugno 2008

OBAMA VINCE SE NON PUNTA SULLA PACE

Articolo su testata di parte ma convincente. Obama può farcela se non punta sull'argomento della guerra di Bush ma sulle questioni economiche interne. Da sempre, d'altro canto, i democratici hanno vinto su questi temi e Obama può conquistare elettorati sino ad oggi esclusi dal voto. E' quanto leggiamo su questo articolo. Peccato però che speranza e cambiamento siano per altri commentatori legati ad un ruolo diverso degli USA nel mondo, dove l'idealità di un'America che porta libertà e democrazia nel mondo è la partita in gioco. Quale delle due? Non dimentichiamoci che la novità neoconservatrice è tutta in questo recupero di idealità. Io credo che Obama debba rispondere a questa ed essere più diplomatico sul tema della guerra. Un po' come dire "il saggio non guarda il dito ma la luna". E la luna deve esserci. Solo che non si chiama Pace ma Libertà e Democrazia. Valori e non rinuncia ai valori come spesso il movimento pacifista ha proposto (vi ricordate il vecchio "meglio rossi che morti?". E' Edgar Morin a scrivere che fu quella la battaglia persa e sbagliata. Vinsero i missili di Reagan in nome di Liberà e Democrazia. Non ne sono certo contento (nelle mani dei conservatori Liberà e Democrazia finiscono sempre per essere coniugate come Abuso e Privilegio) ma forse potremmo imparare a mettere un punto fermo e andare oltre.

29 maggio 2008

CONFUSIONE E ORO NERO

Cosa meglio di Mogol Battisti per intitolare questo post? Sembra che gli anni '70 siano tornati. Butto giù solo appunti confusi e infastiditi. Da una parte De Gregori che sui rotocalchi ripete il motivo alla Obama di un'Italia come la vorrebbe Veltroni, senza più buoni e cattivi ma unita nella voglia di modernizzarsi e pronta al confronto anche duro ma in nome della comune buona volontà di scegliere il meglio. Dall'altra una serie di deludenti prove della Destra ex fascista: Fini che definisce "vergognose" le parole di Almirante ma poi le relativizza come pensiero comune di un'epoca azzerando quindi qualsiasi anticorpo critico. Vorrei dirgli "ognuno impari ad essere implacabile con la sua parte se vuole dare prova di vero". L'ho sempre rimproverato agli ex comunisti ma vale anche per l'uomo di Fiuggi. Altrimenti a Fiuggi è stata acqua fresca! Perché poi iniziare il mandato su Roma con la strada ad Almirante? Non ho idee preconcette a riguardo visto le strade a Lenin se non a Stalin. Viale Palmiro Togliatti attraversa tutta Roma ma è pur sempre un padre costituente della nostra Repubblica. Almirante no. La Toponomastica è un segno del tempo non un modo per riscrivere la Storia in base allo Spirito del tempo... Ci sono cose più gravi: le aggressioni naziste. Quella del Pigneto che Alemanno si è precipitato a dire non essere neonazi ma xenofobia di quartiere. Non mi convince e lui non si può aspettare di essere convincente. Ed un Sindaco deve porsi il problema di esserlo se vuole essere Sindaco di tutti i romani. Lo stesso vale per l'Università. Di certo non ci giurerei che ci fosse chi è convinto che levare la parola a Forza Nuova sia cosa dovuta e santa ma anche qui mi sarei aspettato qualcosa. Alemanno non può non capire che la sua elezione ringalluzzisce gli estremisti di destra. Non è stato proprio lui ad invitare i ragazzi di destra a non lasciarsi andare? Anche quelle parole non sono tranquilizzanti. Sembra di sentire Mussolini che tiene a bada le camicie nere desiderose di "festeggiare". Non vogliamo una civiltà mascherata di democrazia solo per opportunismo politico. Alemanno deve sapere che ci si aspetta da lui la prova che da Fascista si è trasformato non per opportunismo ma per convinzione in uomo di Destra (nel senso liberale e antitotalitario e quindi antifascista del termine). Non sta dando questa prova. Francamente mi illudevo del contrario. Pessima prova di inizio mandato. Eppure dovrebbe fare i conti con il mandato degli italiani che è stato perentorio nel chiudere le esperienze ideologiche del novecento e metterle in soffitta, anche se magari con il cuore infranto. Fascisti e Comunisti nonostante le simpatie di molti per loro sono stati mandati a casa. Gli Italiani continuo a credere abbiano dato ragione a Veltroni nella domanda di un quadro politico tutto interno alla democrazia occidentale e che operi tutto per la modernizzazione del paese. Da questo punto di vista la xenofobia leghista è più coerente del revanscismo fascista. L'uno tenterà di strumentalizzare l'altra ma sono cose differenti e Alemanno e Fini farebbero bene a lasciare il debito con la xenofobia tutto alla Lega piuttosto che coprire i loro amici di estrema destra.

25 marzo 1994

IL MARE DENTRO

Che un animale ne mangi un altro non modifica la situazione fondamentale: ogni animale è nel mondo come acqua dentro l'acqua. (G. Bataille)

L'acqua rende crudeli e la crudeltà è spesso tutt'uno con la mitezza e l'intelligenza. Carattere mediterraneo.

L'acqua è spesso un confine, un limite oltre il quale si scopre l'infinito, l'origine o l'annullamento di ogni storia: l'abisso. Allora, dentro i confini, sullo spazio di terra ferma, crescono le identità, i continenti: isole grandi o isole imperfette, che hanno bisogno di nuovo dell'acqua, dei fiumi, per ridarsi confini. Il nostro mare, no: lui è forse un limite per i nostri passi, un luogo dove fermarsi a guardare oltre, ma è un confine dentro, dove ci si ferma più per ascoltare, o per ascoltarsi dentro. Infatti noi lo sappiamo, lo abbiamo sempre saputo, oltre quelle onde, oltre quella distesa verde e azzurra che porta con sé l'idea del nulla, vi sono invece i nostri vicini, vi siamo nuovamente noi, o una nuova modulazione del nostro essere.

Un tempo il Mediterraneo era il cuore dell'universo pensato. Intorno a lui il reticolo delle strade romane. E se le strade fanno pensare al viaggiare dei nostri pensieri, il mare fa pensare al loro confondersi in un cuore indistinto di impressioni, dove le parole giocano a diluirsi se non a perdersi in un oscuro abisso che precede il linguaggio. Il mediterraneo è stato così, nell'antichità. Il tempo in cui si conosceva l'opacità della parola era il tempo in cui alle strade si preferivano le rotte di mare, il mare come reticolo di strade, da una sponda all'altra della Terra.

Intorno all'acqua v'era la Terra. E l'acqua scorreva, una grande acqua che attraversava le cose e le nutriva. Di solito, altrove, sono grandi fiumi, che attraversano il Mondo. Il mare è diverso, acqua nell'acqua, il Mondo vi si annulla per rinascere all'orizzonte. L'universo ebbe allora un cuore d'acqua, con l'infinito dentro: la profondità oscura e non definibile dell'Essere. Quell'universo aveva al centro un mite oceano: era il Mare Dentro.

Così è stato, a lungo tempo. Eppure, con la nascita dell'Europa, il mare divenne un muro di cinta. Ciò che era stato unito dovette dividersi, ed è una lunga Storia. E' la storia delle identità, dove "sono i buoni muri di cinta a fare i buoni vicini". Ma i muri non si fanno d'acqua ed il mare divenne il confine minaccioso oltre il quale spuntava l'Altro. L'Europa si disse cristiana e si fece continentale e sul suolo di terra tutta la storia ha giocato la partita delle identità. Non ultime le Nazioni, frazioni di senso dei continenti. Eppure le identità sono come le parole, per avere senso hanno bisogno di confini, di definizioni ma hanno anche bisogno della poesia e dello scambio, per non perdere la necessità ed il senno.

Perché ogni parola è una zolla di terra, ha l'acqua dentro.

Anche l'Europa potrebbe ripensarsi con il mare dentro, come alle sue origini. E lo scambio di allora potrebbe ritornare ad essere quello di oggi, ricchezza di identità, mercato della necessità. Dentro l'acqua del mediterraneo ritroveremmo l'eco di una comune appartenenza, così le identità etniche e linguistiche, religiose, culturali e territoriali che l'acqua stessa, in un rimando infinito di senso, continuerà a creare, perché luogo indifferente dove le identità si annodano e si scambiano.

...

E' quello che il cinema mi ha insegnato. Non il racconto quanto la visione delle cose. Anche il cinema ha l'acqua dentro, se lascia i confini delle definizioni, del senso, per ridare parola alle cose, nel loro Muto apparire in immagini e suoni. Il cinema come prova ontologica della poesia, il cinema come visione poetica della realtà. Il cinema con il mare dentro.

Bari, Teatro Kysmet, 25 marzo 1994
Manifesto programmatico per le "videomemorie" di Angelo Amoroso d'Aragona