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07 marzo 2016

LIBERTÀ IN ALIENAZIONE

Libertà è alienazione? Se il processo che porta l’uomo a diventare uomo è alienazione, come può essere compimento di questo processo liberarsi dall’alienazione, anziché rinnovarla in forme nuove?

D’accordo, non è lo spirito a negarsi bensì l’uomo ad alienarsi nelle sue figure. Alla base di ciò il separarsi dal suo essere, per “cosificare” la realtà in un esterno da se, lo strumento tra le mani, la mano come strumento, sempre una Cosa atta ad essere strumento di rinnovate “cosificazioni”. Il lavoro, dunque, nobilita l’uomo. Lo crea, facendolo sentire a sua volta creato, nella nota inversione di soggetto e predicato. Tra le sue “cosificazioni” troviamo infatti gli enti, creature spirituali, immateriali, in realtà all’origine dotate di un corpo: quello della parola portata, solo portata, dalla voce. Una voce che nasce come suono, vivo, nello spazio, una voce che è all’origine musica. All’inizio fu il verbo. Esso non conosce compossibili perché tutto gli è possibile essere. Un ente che diventa presto Essere.

L’uomo diventa uomo perché diviso dalla natura. L’uomo diventa uomo perché diviso dal suo essere specie. L’uomo diventa uomo perché diviso dalla sua organicità. L’uomo “cosifica” se nell’individuo. Contro la specie e con essa contro la morte. L’individuo “cosifica” se nell’anima prima, e nella coscienza dopo, quando ricondurrà tutto, anche l’individuo, alla natura, dovendosi impadronire finalmente di essa e trasformarla in macchina, motore, forse messo in moto dall’Essere ma a cui non tutto è possibile e di cui ora occorre conoscere i compossibili.

Alienato infine da se stesso: dinanzi allo specchio non c’è più nulla. Solo un altro “ente” mosso da leggi matematizzabili, inclusa la casualità. Questo individuo è così libero da non produrre più significato. Dentro di se non vi è più alcuna libertà.

Torniamo indietro. Alla base del baratto non vi è M – M, che non troverebbe senso senza il valore d’uso, ossia senza l’uomo. Prima del feticismo della merce, vi è stato il feticismo della “cosa” , del prodotto dell’uomo, quindi C – M –C, dove la cosa non ha valore di scambio ma solo d’uso. Da qui la impossibilità di operare uno scambio e la necessità del (D)enaro come (C)osa che rende possibile lo scambio e che quindi deve sostituire la (M)erce nel passaggio tra le (C)ose. Ed è grazie al Denaro, cosa prima di qualsiasi valore d’uso, che tutte le cose possono alienarsi e diventare Merci nella formula M – D – M.  Tutte formule che vanno lette in modo dialettico, dove al centro abbiamo sempre una negazione, una perdita, mentre alla fine vorremmo trovare sempre una cosa aumentata: C – M – C’ (ho una cosa che non mi serve e ne voglio una che invece mi serve e che per vale di più); M – D – M’ (ho una merce che invecchia e perde valore e ne voglio una nuova che in quanto nuova durerà comunque di più, anche se diminuita rispetto alla stessa se la vendessi nuova. Quello che compro è il tempo, il tempo della vita di cui con il denaro invece ci alieneremo); D – M – D’. Processo che si compie solo nell’ultimo passaggio, perché solo il Denaro tra tutte le Merci è quella priva di valore d’uso, non ha compossibili ma solo possibilità. Il Denaro è la forma concreta, cosata, dell’alienazione, della libertà. Libero di potersi trasformare in tutto, ed è questo che diventa il suo valore d’uso, mantenendosi esso stesso una Merce. Ed è questo potenziale valore d’uso del Denaro che lo rende alla sua origine, in M – D – M, una merce proibita, ossia non vendibile ma solo utilizzabile nello scambio. Solo nel capitalismo esso si realizza, ed ancora una volta è il valore d’uso a fare la differenza, perché il Capitale è il valore d’uso del Denaro, quello che desideriamo aumentare. Cosa c’è oltre? Occorre liberarsi dall’alienazione o la libertà è l’alienazione?


In questo processo c’è un Soggetto dimenticato, di cui l’alienazione è il Predicato. All’origine c’è l’uomo, come determinato dal processo stesso. All’origine del processo, fuori dalla Storia, c’è dunque una Specie. Alla fine non c’è alcuna libertà. C’è di nuovo la Specie. L’individuo, un tempo libero, attraverso la dialettica dell’alienazione si è infine cosificato nella Specie. Gli individui dovranno limitarsi a parteciparvi. Cadrebbe così la necessità del Denaro e della Merce. Non vi sarebbe da desiderare infatti nulla di più. Il Comunismo come distopia. Non l’inizio della Storia, come pensava Marx utopico, bensì la sua fine. Un uomo tornato a pieno titolo nella macchina della Natura e da lei governato.

14 agosto 2013

Senza (t)Errore

Un libro facile da leggere. D'un fiato. Ottimo per non pensare nulla di nuovo sotto l'ombrellone e lasciare passare le ore più calde rinfrescandoci la mente con quanto già sapevamo. O credevamo di sapere. Per l'appunto.
Che le Brigate Rosse erano composte da persone in buona fede, figlie di intere stagioni di lotta "anticapitalista", pienamente inserite in un vasto movimento sociale.
Che le Brigate Rosse avevano una visione rozza dello scontro "di classe" con un nemico leviatano del tutto privo di contraddizioni interne.
Che le Brigate Rosse erano convinte di suscitare una sollevazione di massa e una frattura definitiva tra base e direzione del PCI. Uccidendo Moro pensavano di cambiare la storia senza capire che la cambiavano in peggio, mettendo fine al movimento stesso.
Che Aldo Moro fosse l'uomo sbagliato da colpire, l'uomo onesto della DC, isolato nella DC e privo di reali amicizie, espressione di una DC popolare e di massa (di cui le BR ignoravano l'esistenza).
Che Aldo Moro fosse un buon padre e marito di famiglia, un sincero cattolico.
Che Aldo Moro fu sacrificato alla ragion di Stato e le BR non furono capaci di usare politicamente il sequestro  a causa della loro rozzezza, con la sola eccezione di alcuni tra loro che trattarono con i socialisti per mezzo della Autonomia Operaia.
Che la stampa italiana non è indipendente dalla politica e si prestò a fare da grancassa per le versioni governative sul crollo psicologico di Moro, senza gran distinzione tra stampa di destra e di sinistra visto il governo di solidarietà nazionale tra DC e PCI.

Sfido ora a trovare qualcosa tra queste tesi che non suoni come luogo comune. Da cosa nasca quindi la necessità di aggiungere mistero a misteri non si capisce. Ammesso che la vicenda Moro abbia dei misteri il gusto in Italia per l'ambiguità delle verità insondabili è una delle malattie della nostra democrazia. In Italia vi sono segreti non misteri. E vi sono colpevoli impuniti, punto. Non trame imperscrutabili. Se vi era un vero Diario di Prospero Gallinari nessuno giustificherebbe il tenerlo segreto, tanto più se non contiene nulla di non già detto e nulla di sconvolgente o sconveniente per alcuno. Ancor peggio il "volergli dare veste letteraria" come dichiara l'anonimo autore. Se qualcosa di letterariamente interessante poteva esserci questa era nei "svarioni grammaticali ed errori di ortografia" (tutto qui? Ma la "veste" allora sarebbe intatta, quelli semmai sono refusi, inezie rispetto alla veste). Senza contare che Prospero Gallinari aveva già dato alle stampe una sua autobiografia con sole 15 pagine dedicate al sequestro Moro e quindi sapeva dar di conto di un lavoro editoriale.
Uscire con un misterioso "apocrifo" a pochi mesi dalla sua morte non mi sembra un'operazione di cui farsi buon vanto, tanto più se si pensa al rumore che hanno fatto i suoi funerali per la partecipazione di tanti e non solo di ex brigatisti. Non sono in grado di giudicare l'adesione tra il personaggio Gallinari del falso apocrifo e la persona Gallinari per come si è egli stesso raccontato in questi anni. Quel poco che ho visto su You Tube non convince del tutto ma è anche evidente che chi ha scritto il diario apocrifo ha lavorato sul personaggio partendo dalla persona, in specie dalla figura del "non pentito" che si è sempre chiuso dietro una giustificazione tutta politica (e di una politica ridotta alla guerra) delle sue azioni. Il titolo invece sembra ribaltare quello che anni fa venne detto di lui, ossia che pianse alla morte di Moro, una trovata editoriale che sicuramente ha aiutato il libro nelle vendite ma che nulla aggiunge al già detto. Veniamo dunque a quello che invece il Diario apocrifo non dice.
Ci parla di origini contadine ma nulla ci dice delle radici delle BR, tanto più che Gallinari è di Reggio   Emilia, come l'editore e presumibilmente anche l'autore del libro. Chi conosce queste storie sa quanto queste radici portino più al PCI che non alla sinistra extraparlamentare, all'idea di una Resistenza tradita e alla sottile linea rossa di pratiche di preparazione ad una eventuale insurrezione armata. Di questo si trova traccia nelle stesse dichiarazioni di Gallinari, non nel diario.
Non ci dice perché avessero scelto Moro e non per esempio Andreotti. Ci nega la tesi, cara alla sinistra istituzionale del tempo, che volessero fermare il compromesso storico ma lo fa con argomenti non convincenti. Nessun tentativo di rapportarsi all'immagine di Moro che al momento del sequestro era dominante nell'immaginario di massa, in specie se guardiamo al vastissimo movimento e alla produzione culturale nel nostro paese quasi tutta in stretto legame con questo movimento (uno per tutti il Moro di Todo Modo di Gian Maria Volontè). Moro è stato "santificato" dopo e forse anche grazie a quella prigionia, alle sue lettere, alla pietas di cui le stesse BR sono state causa e testimoni ma il diario era scritto da una persona in debito con l'altro immaginario di Moro, l'autore doveva tradurlo in odio e disprezzo e non osa farlo, sembra già agito da qualcosa che gli è contemporaneo (il Moro imprigionato) ma proprio per questo futuro alla coscienza. E dove sono le prove schiaccianti delle sue colpe? Dove le prove per una condanna a morte? Non ci sono e basta. Si parte dall'assunto che non ci è dato conoscerli ma non si osa dire cosa era uscito da quegli interrogatori. Semmai i brigatisti prendono lezioni da lui, bravo professore universitario anche se difficile da capire. Nemmeno il disprezzo per quella difficoltà di linguaggio che ad un rivoluzionario poteva solo risultare omissione e complicità, linguaggio "del" potere e quindi prova o indizio di più grave colpevolezza. Il Moro del diario apocrifo è già il Caso Moro che lo stesso Gian Maria Volontè interpreterà anni dopo, di nuovo incarnando magistralmente la nuova immagine del politico democristiano, quella ormai consegnata alla Storia. E che il diario apocrifo conferma, sin dal titolo.
Riesumare il Conte di Montecristo per così poco è davvero grave. Non vi è traccia alcuna di Vendette qui, nemmeno della memoria. Solo il cattivo vizio italiano di intessere misteri anziché reclamare la fine dei segreti. Così è questo libro: senza errori, senza il coraggio di dire la cosa sbagliata al momento giusto. Inutile. Ci resta il "terrore", quello già dato e consegnato alla memoria ma di cui ancora oggi non siamo in grado di parlare se non a vuoto.

11 luglio 2009

Il mio ritorno ufficiale e improvviso alla politica...

la Rete delle Rose Rosse del PD
dal Sud riparte il Partito Democratico aperto alla società civile
Angelo Anam...
Guarda il video 'Angelo Amoroso d'Aragona'

Angelo Amoroso d'Aragona
Angelo Amoroso d'Aragona
Link video:
Angelo Amoroso d'Aragona

Informazioni su la Rete delle Rose Rosse del PD
una rete interregionale nata a Manfredonia, in Puglia, per rilanciare un Partito che diventi realmente rappresentativo e passionario
la Rete delle Rose Rosse del PD 58 membri
19 fotografie
13 brani
16 video
20 discussioni
9 post del blog
 
Per controllare le e-mail che ricevi su la Rete delle Rose Rosse del PD, fai clic qui

24 febbraio 2009

IL 25 APRILE IO NON CI SARO'

C'é una Manifestazione autoconvocata dalla "base" a Roma. Così come in Facebook sempre la "base" fa girare un invito a unificare tutti i gruppi di sinistra di facebook. La stessa "base" incapace di chiedere le primarie al PD, anche se rappresentata da 2000 delegati convocati in un solo giorno a Roma, chiede come sempre l'unità, la lotta, la piazza. Questa stessa "base" sarebbe molto disorientata se qualcuno le chiedesse di scegliere una LINEA POLITICA. Anzi! Loro vogliono restare in pace a fare la "base", a percorrere come un fiume in piena Roma per ribadire al mondo che sono i migliori, che sono i più buoni e che vogliono un mondo "più giusto". Se mai ci fossero le primarie questa base scapperebbe e come nel caso di Walter Veltroni voterebbero per il candidato "unitario", indipendentemente dalle sue idee! L'unica idea che questa "base" conosce è l'unità, ossia la fedeltà ad una linea che non c'è (come cantavano i CCCP quando erano una sana band punk di Reggio Emilia che era come dire una band punk dei figli di Nicolae Ceauşescu). In risposta a questa "base" che francamente sopporto meno dei suoi "vertici" semino messaggi riempendo piccole bottiglie di vetro che lancio nel mare di facebook, sperando che agiscano come piccoli semi. Speranza stupida. Non c'è cosa più facile che essere fraintese e generare fraintendimenti in chi volesse seguirti.

Tra gli autoconvocati noto con piacere che in diversi chiedono di non vedere le bandiere ma ovviamente i militanti si indignano e ricordano il valore dei loro vessilli. Altri rispondono che il comunismo non è democrazia... almeno c'è un po' di confusione sotto il cielo, Presidente! Io ho detto loro:
"non parteciperò perché non credo nella piazza e perché sono certo che questa piazza sarà egemonizzata dalle bandiere rosse... di fatto sarà una manifestazione di nostalgici o replicanti del "dirsi comunisti per sentirsi giusti"... belle però le parole dell'appello ma non condivido nel merito l'incipit sul bipartitismo, magari ci fosse! ed è l'unica riforma elettorale che non si è voluta, ed è anche l'unica strada che una vera sinistra liberale e democratica CHE NON VUOL DIRE ACCOMODANTE potrebbe percorrere... auguri uomini e donne di buona volontà ma con le idee sbagliate o vecchie o confuse..."

All'appello invece all'unità della sinistra ho risposto così:
"Giustamente c'è l'iniziativa di riunire tutti i gruppi di sinistra su fb, la logica politica sottesa è la stessa di MpS, Al contrario io penso che se non ci si chiarisce e NON CI SI DIVIDE non si cresce e non si vince mai! Occorre separare le due grandi anime della sinistra: quella democratica e liberale (in cui è confluita buona parte della sinistra socialista) e quella anticapitalista o come voglia definirsi son fatti loro. Io appunto in questa seconda non mi riconosco e nel PD ci sono tanti che hanno il cuore che batte lì e altri che che vogliono tacere perchè non hanno + cuore ma solo un CULO SULLA POLTRONA da difendere. Occorre separarsi e iniziare un PERCORSO LENTO che per ora non può vederci maggioritari nel paese ma che in breve tempo se intrapreso con coraggio può portare a risultati di novità come OBAMA negli USA e come fu Blair nell'UK (una bestemmia per l'altra sinistra, quella "vera"). BASTA CON GLI APPELLI ALL'UNITA' - Governo Prodi insegna! o no?"

Interessante in tutto questo l'emergere di una nuova generazione di politici, molto più pragmatici e figli (per fortuna) di nessuno.Ne è un esempio questa intervista. Ma dove sono al Sud?

27 novembre 2008

CARO BENNY...



Esattamente un anno fa scrivevo questa lettera segreta (a Benedetto Petrone ucciso il 28 novembre 1977). Quest'oggi un amico ritrovato mi ha mostrato la mia immagine del 28 novembre 1978 (la prima manifestazione per ricordare la sua morte). Ho deciso di pubblicare entrambe. Segue la lettera del 28 novembre 2007.

Caro Benny,
tra poche ore si compie il trentesimo anniversario della tua morte. Non posso immaginare cosa tu possa aver provato. Francamente mi auguro che tu non sia stato assalito dalla paura. Voglio sperare invece che, meno innocentemente, tu abbia reagito se non provocato quel assalto e che qualcuno dei tuoi assalitori porti oggi magari i segni di un tuo colpo di catena o di altro. Non lo dico per gusto dell’osceno o della provocazione ma solo perché se così è stato non avrai avuto il tempo di essere morso dalla paura. Quel colpo alla tua pancia ti sarà giunto inaspettato e il dolore ti avrà assalito all’improvviso, senza annunciarsi e oscenamente denudarti lo spirito. Spero così!
E con questo mio dire spero anche di aver detto tutto il mio disagio rispetto alle rievocazioni di cui leggo da giorni e che mi accingo con timore a vivere anche nelle prossime ore.
C’è un sentimento che davvero non mi appartiene in questo rito collettivo. E pensare che per anni, esattamente per cinque anni, ogni 28 novembre io e gli amici di cui spero ti ricorderai, abbiamo riempito la città di manifesti serigrafati, riempiendoci di sudore, colla, polvere e vernici. Per cosa poi? Forse semplicemente per un gesto d’amore.
Amore e rabbia. Violenza e passione. Sconfitta, rancore e ripensamenti. Il desiderio rimasto inesaurito di un reinvestimento di idee e passioni che non è mai giunto. Eppure dopo quei cinque anni successivi alla tua morte, per me i più intensi di militanza politica, venne una grande gioia di smantellare tutto. Da allora ho pensato semplicemente di averti tradito. Per me che riempivo la città della stupida scritta “Benny ti amo” questo sentimento non era da poco. Tu eri morto per ideali in cui non volevo credere più e che mi avevano tradito e meritavano solo disprezzo e rabbia. Come poterti rendere conto di questo e farti partecipe? Impossibile, tu eri morto per loro. Terribile come la morte possa fissare il nostro destino a qualcosa di così caduco anche se dall’apparenza granitica, com’è stato il comunismo.
Ora scrivono che la tua morte non è venuta invano perché avrebbe fatto fiorire una stagione irripetibile di lotte e dato a questa città una nuova consapevolezza. Che sciocchezza! Grazie al tuo sacrificio ci saremmo liberati dal peso degli anni di piombo. Che orrore! Prima della tua morte, al contrario, la rivoluzione era per noi solo una gioia. Una terribile catarsi che ci avrebbe donato una nuova vita. Dopo la tua morte ci siamo resi conto che eravamo entrati nel tunnel degli anni di piombo e che tutta la violenza di cui eravamo stati capaci e, ancor più, quella di cui avremmo voluto essere capaci, tutta questa violenza ci ricadeva addosso come inutile e vacua. Io non ho resistito e da allora ho smesso di giocare. Niente gioia. Alcuni reagirono con il riflusso. Altri con la disperazione. Altri sicuramente ma silenziosamente con sani ripensamenti. Io volli procedere come mio carattere ad una verifica estrema. Il riflusso per me fu rimandato di cinque anni ed ebbe almeno il suono straziante ma bello del postpunk. Solo oggi capisco quanto la tua morte abbia contribuito a farmi scegliere la ferrea disciplina della militanza. Dedicai ogni mia energia ad una rivoluzione che non si sapeva più quando sarebbe venuta ma che il nostro marxismo c’imponeva di preparare con il massimo dell’intelligenza possibile, perché non fosse nuovamente fallimentare. Un appuntamento con la Storia che non ci bastava più. Al fallimento, se non s’arrivava preparati e attrezzati per vincere non solo la rivoluzione ma anche e soprattutto oltre la rivoluzione, sarebbe seguita semplicemente la barbarie. Non ci si poteva più permettere di confluire semplicemente in un movimento. Quel movimento sarebbe stato, come tutti i precedenti, un movimento a vuoto se ognuno di noi non si faceva responsabile e sapiente anche di questo, smettendola di attribuire al nemico i propri fallimenti. Con la tua morte, Benny, il gioco finì. Almeno per me. Io nel 1977 ero diventato appena maggiorenne e nei cinque anni che seguirono feci solo finta di studiare. La mia università fu la politica. Ed avendo scelto la rivoluzione più radicale non mi rimase spazio per prepararmi ad un futuro da dottore o professionista. Mi ritrovai nel 1982 a mani vuote. Fu allora che decisi di mollare tutto e tornare a me stesso, ormai convinto che il comunismo non era una causa tradita ma una tragedia ingannatrice e ormai senza futuro. Nel frattempo solo la fortuna volle che scegliessi per la “verifica estrema” un’organizzazione che mi protesse dalla scelta armata. Io non sono mai stato equidistante tra terrorismo e stato. Il terrorismo era una delle pratiche da tempo scelte dai rivoluzionari e piuttosto era la mia organizzazione ad essere minoritaria e andare per il sottile. Ho divorato libri sul terrorismo cercando qualsiasi argomento mi consentisse di praticarne almeno un po’ di quel terrorismo negatoci ma d’altro canto così evidentemente fallimentare. Strano sentimento: da una parte il desiderio di sentirsi chiamato finalmente alle armi e dall’altro quello di sentirsi dire che non funzionava solo perché non era giunta ancora l’ora. Ci accontentammo di quello che fu da noi definito terrorismo diffuso, pratica sbagliata – ci dicevano - ma che potevamo tollerare purché spontanea e non diretta da apparati politici altrimenti colpevoli (ma non di fronte allo Stato bensì solo a futuri tribunali del popolo…). E con questo margine di tolleranza potevamo e dovevamo dunque calarci nelle situazioni di spontanea violenza e magari esercitarci nella fabbricazione e nel lancio di molotov o nel tiro a segno.
Ora io ti ho conosciuto poco ma non posso tradire e nascondere una verità certa di cui sono testimone. Noi, tutti noi, noi dell’estrema sinistra e quelli che come te che militavano solo per un senso di appartenenza di classe nel Partito Comunista Italiano e nella sua Federazione giovanile, avevamo come unico scenario desiderato la Rivoluzione. Ricordo come oggi i voli pindarici dei militanti più grandi di te che si difendevano con orgoglio dall’accusa allora infamante di essere Riformisti. Questa parola non piace ancora a molti che fanno finta di accoglierla. E sono gli stessi che oggi dicono che la tua morte sarebbe servita a far vincere il diritto alla partecipazione e alla democrazia. So che queste parole ti sarebbero piaciute, perché altrimenti non saresti stato nella FCGI, ma so anche che se ci siamo conosciuti e sfiorati nelle nostre vite è perché tu avevi scelto di essere partecipe di un processo che si voleva e si pensava insurrezionale. A noi non ci bastava un mondo migliore. Volevamo un altro mondo. Oggi di tutto questo non ci rimane nulla e nemmeno coloro che parlano di un altro mondo possibile si avvicinano a tale palengenesi, perché noi non ci accontentavamo del possibile, se non come categoria di strategia politica. Perché allora non dirci la verità? Con la tua morte iniziò la fine di questa illusione. Nessuna rivoluzione sarebbe iniziata e quella di cui assaporammo un possibile e desiderato preludio aveva il sapore amaro della morte: vacua e inutile…. Chi di noi può dimenticare quella notte interminabile in Piazza Prefettura? I fiori, i foglietti, il cerchio sul posto della tua morte che si allargava di minuto in minuto. A notte fonda arrivarono anche i miei famigliari, rassegnati all’idea di non potermi nemmeno parlare e non potermi di certo fermare. La Polizia iniziò a circoscriverci e noi come cani rabbiosi si voleva colpire i nemici, tutti. Anche di questa disperazione mi sono nutrito, assaporandola appieno. Quando sarebbe iniziata la violenta risposta? Tentativi di prendere possesso di Via Piccini partivano continuamente e il passamontagna aspettava solo di essere calato. Non si poteva dormire e si desiderava la catastrofe per il giorno dopo. Il vuoto allo stomaco fu succeduto dalla festa. La città il giorno dopo fu nostra e la prima cosa fu bruciare la Passaquindici, quella sezione di giovani missini contro i quali insieme avevamo fatto le “ronde proletarie”. E’ così che t’avevo conosciuto. In Via Mungivacca o giù di lì, nei pressi della Chiesa Russa, eravamo stati assaliti da alcuni colpi d’arma da fuoco, veri o presunti. Tanto bastava per correre in ritirata ma tu non seguisti il passo e io mi accorsi che eri claudicante. Una compagna di cui ero innamorato s’innamorò di te e io, come sempre e come giusto, amai il suo dolce amore per te. Anche in questo parliamo di un’altra Era! E’ qui che nasce il sentimento di quella mia scritta incomprensibile ai più: “Benny ti amo!”. Scrivevo dell’amore altrui perché ne ero partecipe e perché non volevo che rimanesse inespresso. Sapevo che per qualcuno la tua morte non era ripagata dal linguaggio della politica e a quel tempo sognavo una politica che sapesse parlare anche questi linguaggi, in nome di un futuro comunismo che l’alienazione della politica non doveva conoscerla. Stiamo parlando del 77 e degli indiani metropolitani, un breve periodo in cui rivoluzione comunista e cultura alternativa s’incontrarono e sposarono. Bellissime colonne sonore per i nostri sogni. Poi i sogni si fecero pratiche rigorose ma almeno le colonne sonore rimasero a farmi compagnia. La nostra palingenesi comunista non aveva il suono cupo delle marce trionfali ma quello psichedelico del libero amore e della percezione già proiettata in universi alieni. Tutto invano Benny. E’ triste dirselo ma sarebbe osceno nasconderlo a te. A te non serve mentire. Purtroppo serve ai vivi per non fare mai i conti con il passato e reinventarsi un presente consolatorio attraverso una proiezione deformante sulla storia. Sono passati trenta anni ma accade che la nostra generazione come Orfeo non sappia guardare indietro. Ha perso Euridice nel tentativo di strapparla alla morte, incapace invece di dar vita a Nuovi Amori. Ed è proprio questo sguardo nostalgicamente rivolto all’indietro ad impedircelo. Il non saper resistere alla tentazione di autocelebrarsi e abbandonarsi semplicemente al ricordo. Nessuno può dirmi se anche tu oggi non avresti fatto lo stesso. E’ sicuramente più probabile ma anche a te voglio allora confessare d’aver avuto sempre un senso di colpa per la tua morte. Essa fu preceduta, appena due giorni prima, dal primo raid (l’ultimo solo a causa della tua morte, altrimenti ne sarebbero seguiti altri) davvero deciso e violento nel quartiere Poggiofranco. Uno stupidissimo gesto di violenza che ebbe vittime lievi per quei tempi, essendo le ossa rotte cosa da poco nello scenario del 77, ma che poteva finire con il morto, per esempio a causa dell’incendio della piccola discoteca nell’interrato o, più difficilmente, di qualche pestaggio di troppo. Quella violenza ci apparteneva e non era solo dominio della parte avversa e che noi la si chiamasse autodifesa o altri presidio democratico non cambiava la sua natura oggettiva. Questo è ancora un tabù ma per lungo tempo io ho pensato che quella maledetta notte del 28 novembre avessero voluto rispondere al nostro gesto. Noi attaccammo Poggiofranco e loro Bari Vecchia. Mi piacerebbe sapere che non è stato così e credere ai complotti o comunque essere smentito nelle circostanze anche casuali. Non avverrà mai e quindi mi sento di chiederti anche scusa e perdono. Ma tu quella notte a Poggiofranco forse eri con noi e non avresti esitato comunque ad esserci. Anche per questo ti ho amato. Ricordo che al ritorno da Poggiofranco ho parlato a lungo con qualcuno di Bari Vecchia, contento per quello scontro finalmente di classe anche nella sua fisica zonizzazione. Anche da qui l’idea che tu potevi essere dei nostri. Da qui dunque sarebbe giusto ripartire: le due città per l’appunto. Liberandosi però di tutto il resto.
Nei giorni successivi ricordo che dai microfoni di Radio Radicale si levavano parole per me oscene che invitavano i compagni a dimettere la loro violenza. I microfoni erano aperti e i più rispondevano che la violenza era l’unica risposta legittima e necessaria, contro i fascisti per tutti e contro lo Stato per molti. La rottura con questo scenario lo compì il PCI proprio quel anno, chiamando fascista il movimento del 77. Ma a parte la Direzione del Partito il processo di rottura tra movimento e PCI non si compì mai del tutto e non fu soprattutto lineare e repentino, né tantomeno esteso a tutte le sue strutture periferiche e territoriali. Non sarebbe stato possibile, sociologicamente parlando.
Se oggi dovessi indagare sulla tua morte punterei il mio sguardo proprio su coloro che ti hanno ucciso. Cosa pensavano realmente? La loro storia è molto più oscura della nostra e ancor meno hanno avuto il coraggio di parlare, mossi per lo più dal comprensibile desiderio di vedersi anche loro riconosciuto lo status di vittime e non solo di carnefici. Viviamo dunque in uno Stato dove nessuno vuol fare i conti e tutti sono partecipi delle reciproche omissioni. Lo Stato con le sue Stragi, i fascisti che non so più capire cosa fossero se non dei ribelli o dei figli di papà, e infine noi.

Ciao Benny, so di aver parlato solo a me stesso ma è questa una strana attitudine umana, in specie a Novembre. Parliamo con i morti perché non possono più ascoltarci. Ai vivi, d’altro canto, non so quanta voglia ho di raccontare queste cose. Si tratta solo della mia umile e inutile storia. Per altri si è trattato di un percorso diverso. Molti non si sono mai chiesti quale comunismo volessero. Erano quel tipo di compagni ingenui che continuano ad affollare volentieri le piazze con il Che, i diritti dei palestinesi e magari un po’ di commercio equosolidale. Forse anche tu saresti stato con loro. Altri hanno finito i loro studi e oggi pensano, grazie al loro successo professionale e politico, che tutto sia interpretabile come una vittoria della democrazia. Come se quella contro la quale lottavamo non fosse proprio la “democrazia”! No, caro Benny. Non saresti morto di certo se si trattava di consentire anche ai missini di entrare nel gioco dell’alternanza e ai tuoi dirigenti di allora di governare il capitalismo, diciamo da sinistra. Se ci fossimo dati questo scenario per il nostro futuro saremmo arrivati a pacifici accordi anche con coloro che ti hanno ucciso. E noi non avremmo mai tentato di massacrarli perché “servi armati dei padroni”. Alla luce di questo scenario la tua morte appare solo più vana che mai. Perché nascondersi questa verità? Solo per non sentirsi in colpa con te.

… Mi rimane solo un senso di vacuità. Tu sei morto e mi sembra vero quello che qualcuno osa dire: tutti parlano del significato della tua morte ma di te nessuno. Scusami Benny se anche io, oggi, ho partecipato a quest’inutile gioco. Preferisco tornare al silenzio e ad un giusto senso di colpa nei tuoi confronti.

Bari, 28 novembre 2007

08 ottobre 2008

BIFO BIFO 40 40

Delirante editoriale di Bifo in prima pagina di Liberazione. Fame, guerra e catastrofi di ogni natura ci libereranno dal capitalismo e quindi ben vengano. Dovremo solo imparare a "vivere di poco". Non solo è possibile ma si vive anche meglio. Nel frattempo pur chiedendo scusa corregge Marx: non solo il capitalismo non è una cosa ma è un rapporto bensì, a detta di Bifo, è un rapporto introiettato. Insomma il capitalismo è una attitudine mentale, pensare lo sfruttamento come cosa necessaria e naturale. Se smettiamo di pensarlo anche il capitalismo muore: alla faccia del materialismo! Non era stato Marx a spiegarci che sono le condizioni materiali di esistenza e i rapporti che si determinano a farci pensare in un modo o in un altro? Bifo non ha corretto Marx, l'ha demolito! E il nuovo mondo che annuncia nascerà dalla scarsità delle risorse, dalla fame e dalla incapacità produttiva. Attraversando guerre, razzismo e carestie. Come ogni romantico anche Bifo si augura il peggio ma per il bene dell'umanità. Non è che gli manchi qualche sana lettura? Voi cosa gli consigliate? E sarebbe questa la Rifondazione Comunista? Per non parlare del mare aperto dello stare al governo di cui oggi parla Luigi Quaranta nel suo editoriale per il Corriere del Mezzogiorno? Si può mai pensare di coniugare tali strumentazioni politiche con il chiedere la fiducia agli elettori per governare una Regione? Luigi Quaranta non crede nemmeno lui a quello che scrive, solo lavora per volerlo far credere a noi. E anche questo noi è tutto da discutere. Luigi Quaranta parla di un popolo di sinistra che finalmente vede realizzato il proprio sogno ma forse la platea era composta più da assessori e consiglieri preoccupati per il loro futuro prossimo perché non solo questo messaggio io non credo che sia mai giunto al "popolo di sinistra" ma quando è stato tentato è stato anche rifiutato. Si veda la sconfitta di Veltroni e linee editoriali, come quella di Liberazione, che sanno di far contento il proprio "popolo" parlando vecchi linguaggi anticapitalisti. Io di certo preferirei dedicarmi al buon governo e non in senso miseramente etico ma come politica del fare e del riformare, quando serve. Il problema è che nessuno sta pensando di farlo, né a sinistra né a destra, né in Italia né in Puglia, né Emiliano né Vendola. Altrimenti avrebbero preso il coraggio tra le mani e parlato al loro "popolo" con onestà riformatrice. E soprattutto avrebbero dato prove migliori di se! E se queste prove sono state compromesse dagli apparati dei partiti avrebbero chiesto oggi al "popolo" di sostenerli, instaurando un rapporto fiduciario diretto che invece entrambi hanno negato, pur essendoci nelle primarie e nella primavera pugliese che li ha sostenuti tutte le premesse. E non è certo un felice dibattito tra D'Alema e Vendola alla ex Festa dell'Unità oggi ribattezzata non so come a dimostrarci(mi) il contrario, caro Quaranta.

26 febbraio 2008

CON IL CHE SAREBBE STATO PEGGIO

La parte migliore di Castro è quella del paternalismo dispotico e nazionalista, per intenderci quella che emerge dal film di Oliver Stone. Ma è bene non simpatizzare mai per i tiranni e quindi è bene dare a questo giudizio un segno politico negativo. Anche Mussolini sembrava accettabile all’Occidente liberale prima che facesse scoppiare la guerra mondiale come alleato organico di Hitler e dell’Impero Nipponico. E la maggior parte degli italiani lo adorava come i tedeschi Hitler e i giapponesi l’Imperatore. Solo che il giudizio storico su Fidel Castro potrà essere più benevolo, collocando la sua azione nel quadro del rapporto radicalmente insano tra le due Americhe, quella del Nord e quella del Sud. E le responsabilità degli USA in questo non sono da poco. Speriamo di poter vedere Obama in azione. Saprebbe riscattare 60 anni di Presidenza americana che non brillano mai per valore? Personalmente non ho mai visto nemmeno l’astro di Kennedy, martirizzato dall’attentato ma incapace sia di fermare il comunismo (il muro di Berlino, Cuba) sia di fermare la guerra e l’appoggio ai regimi totalitari di destra (Vietnam e Sudamerica). Insomma incapace di una vera alternativa democratica e di sinistra all’anticomunismo reazionario. L’unico valore dei Kennedy è nella politica interna mentre il peggio è in quella estera. E dopo Roosevelt questa connotazione per me grandemente negativa ha connotatato tutto il Partito Democratico. Ho purtroppo paura che anche Obama nasca sotto questo segno. Ma torniamo a Fidel Castro.
Quello che mi preme dire è che la parte peggiore di Fidel Castro è quella più vicina al Che. Il quadro della guerra fredda spiega molto ma è anche a causa di suoi compagni di lotta, come Che Guevara, che questa svolta comunista ha luogo. Se gli USA in Cile come in Vietnam avessero sostenuto la nascita di una borghesia liberale e moderna, di una democrazia con un libero mercato, probabilmente Fidel Castro sarebbe stato loro alleato. Ma questa è una storia impossibile, nemmeno immaginabile. Mi serve solo a dire che, contrariamente a quanto pensano i molti se non i tutti, se la svolta comunista di Cuba fosse stata realmente motivata dalla ideologia al potere, piuttosto che dall'alleanza con l'URSS, il regime sarebbe diventato ancora più dispotico, tirannico e coercitivo di quanto è stato. E non è Fidel l’uomo che segue questa strada ma il Che. Il divario tra i due è proprio qui. Guevara capisce che il socialismo reale ha poco a che fare con l’utopia comunista, mentre a Fidel interessa solo lo scenario strategico utile a non soccombere agli USA. E’ quindi proprio la buona fede e il fervore del Che Guevara che avrebbe riservato il peggio a Cuba. Fede e Fervore che non avrebbero potuto produrre altro che un nuovo Terrore. Ma la storia non si fa con i se e non potremo mai sapere se un Che al potere sarebbe stato peggio o meglio di un Pol Pot o tanto umano da ricredersi sul comunismo provocando una catastrofe come a Praga. In ogni caso per il popolo cubano sino alla caduta del Muro non poteva andargli meglio ma peggio. Resta infatti il dato di fatto che il comunismo di maniera di Fidel Castro ha salvato il popolo cubano dal peggio ma non dal male di un regime comunque tirannico anche se paternalista e in fin dei conti moderato.
(se il mio post vi ha fatto arrabbiare perché ho toccato il santino del Che oltre che quello meno luminoso del Fidel, postate qui i vostri commenti)

22 dicembre 2007

ELOGIO DELLA MEDIOCRITA' (hanno aperto i cancelli al paziente Europa lobotomizzato)


Diciotto anni dopo la caduta del Muro cade oggi anche la Cortina di Ferro. Diciotto anni: l'Europa riunificata ha dunque superato l'esame di maturità. Se devo ripensare ai miei diciotto anni, nel 1977 io non ci avrei mai creduto a una simile ipotesi per il futuro. Né tantomeno avrei creduto che sarebbe accaduto senza né guerre (nucleari per giunta!) né rivoluzioni (anti e non filocapitaliste) né sanguinose rivolte (nella peggiore delle ipotesi). Difformemente dai più pensavo che la seconda guerra mondiale non fosse mai finita. Ogni rivoluzione che si rispetti trova compimento a ridosso di una guerra e dal secondo conflitto mondiale non poteva che nascere uno scenario di rivoluzione permanente socialista. Oggi direi che i conti non tornavano ma che il conflitto bellico si fosse congelato nell'esito della Guerra Fredda era un dato di fatto. Finisce dunque oggi la seconda guerra mondiale? Non ho altre risposte possibili e non può che conseguirne un elogio della mediocrità e con esso del capitalismo democratico che ne è l'artefice vittorioso. Solo che non si tratta solo del crollo di una idea politica durata poco più di un secolo. Con l'unificazione pacificata dell'Europa e in particolare con la definizione di un confine per la nazione germanica e quella polacca arriva a compimento qualcosa di molto più antico, l'idea stessa mai realizzatasi di Europa. Si sarebbe dunque compiuto un percorso da una parte millenario che inizia con il crollo dell'Impero Romano e che per la prima volta troverebbe una soluzione pacificata, dall'altra parte - anche se in negativo - un percorso quanto meno centenario che si proponeva di trasformare questo processo storico in una nuova palingenesi mondiale con la rivoluzione comunista. Non dimentichiamoci che tale visione venne proposta come compimento della Filosofia o di una sua presunta missione in cui essa si propone come Scienza Escatologica addirittura della condizione umana (la tesi marxiana del comunismo come fine della preistoria della Storia). Una storia dunque accompagnata da furori e tragedie, senza fine visto l'arco di tempo di cui stiamo parlando. Non riesco dunque a compiacermi della mediocrità con cui oggi si compie. Siamo usciti dalla tragedia come lobotomizzati e un furore polemico prende in me il sopravvento. La grande tragedia del fascismo è stato ridotta al Male e con esso neutralizzato ma non superato (il Male non si sconfigge mai, per definizione) e quella del comunismo ha lasciato sul campo solo una grande confusione e nemmeno la si osa definire una tragedia. Non fa comodo agli ex comunisti e nemmeno al vincente capitalismo democratico che sembrerebbe non amare il Pensiero di sè in generale (c'è da annotare - ed è importante - che non a caso per parlare dell'uno e dell'altro il primo bisogna chiamarlo "nazismo" e l'altro "stalinismo", cosicchè sotto le cenere entrambi rimangono vivi come zombie pronti a risorgere). Sì, l'Europa arriva al suo traguardo vincente ma come un essere umano che si placa perché sottoposto a Lobotomia. Il centro del mondo credo che ormai sia altrove ma non riesco a capacitarmi di ciò e torno a leggere la nostra Filosofia e ad interrogarla ancora una volta. Ma con quale lente, con quale prospettiva?