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07 marzo 2016

LIBERTÀ IN ALIENAZIONE

Libertà è alienazione? Se il processo che porta l’uomo a diventare uomo è alienazione, come può essere compimento di questo processo liberarsi dall’alienazione, anziché rinnovarla in forme nuove?

D’accordo, non è lo spirito a negarsi bensì l’uomo ad alienarsi nelle sue figure. Alla base di ciò il separarsi dal suo essere, per “cosificare” la realtà in un esterno da se, lo strumento tra le mani, la mano come strumento, sempre una Cosa atta ad essere strumento di rinnovate “cosificazioni”. Il lavoro, dunque, nobilita l’uomo. Lo crea, facendolo sentire a sua volta creato, nella nota inversione di soggetto e predicato. Tra le sue “cosificazioni” troviamo infatti gli enti, creature spirituali, immateriali, in realtà all’origine dotate di un corpo: quello della parola portata, solo portata, dalla voce. Una voce che nasce come suono, vivo, nello spazio, una voce che è all’origine musica. All’inizio fu il verbo. Esso non conosce compossibili perché tutto gli è possibile essere. Un ente che diventa presto Essere.

L’uomo diventa uomo perché diviso dalla natura. L’uomo diventa uomo perché diviso dal suo essere specie. L’uomo diventa uomo perché diviso dalla sua organicità. L’uomo “cosifica” se nell’individuo. Contro la specie e con essa contro la morte. L’individuo “cosifica” se nell’anima prima, e nella coscienza dopo, quando ricondurrà tutto, anche l’individuo, alla natura, dovendosi impadronire finalmente di essa e trasformarla in macchina, motore, forse messo in moto dall’Essere ma a cui non tutto è possibile e di cui ora occorre conoscere i compossibili.

Alienato infine da se stesso: dinanzi allo specchio non c’è più nulla. Solo un altro “ente” mosso da leggi matematizzabili, inclusa la casualità. Questo individuo è così libero da non produrre più significato. Dentro di se non vi è più alcuna libertà.

Torniamo indietro. Alla base del baratto non vi è M – M, che non troverebbe senso senza il valore d’uso, ossia senza l’uomo. Prima del feticismo della merce, vi è stato il feticismo della “cosa” , del prodotto dell’uomo, quindi C – M –C, dove la cosa non ha valore di scambio ma solo d’uso. Da qui la impossibilità di operare uno scambio e la necessità del (D)enaro come (C)osa che rende possibile lo scambio e che quindi deve sostituire la (M)erce nel passaggio tra le (C)ose. Ed è grazie al Denaro, cosa prima di qualsiasi valore d’uso, che tutte le cose possono alienarsi e diventare Merci nella formula M – D – M.  Tutte formule che vanno lette in modo dialettico, dove al centro abbiamo sempre una negazione, una perdita, mentre alla fine vorremmo trovare sempre una cosa aumentata: C – M – C’ (ho una cosa che non mi serve e ne voglio una che invece mi serve e che per vale di più); M – D – M’ (ho una merce che invecchia e perde valore e ne voglio una nuova che in quanto nuova durerà comunque di più, anche se diminuita rispetto alla stessa se la vendessi nuova. Quello che compro è il tempo, il tempo della vita di cui con il denaro invece ci alieneremo); D – M – D’. Processo che si compie solo nell’ultimo passaggio, perché solo il Denaro tra tutte le Merci è quella priva di valore d’uso, non ha compossibili ma solo possibilità. Il Denaro è la forma concreta, cosata, dell’alienazione, della libertà. Libero di potersi trasformare in tutto, ed è questo che diventa il suo valore d’uso, mantenendosi esso stesso una Merce. Ed è questo potenziale valore d’uso del Denaro che lo rende alla sua origine, in M – D – M, una merce proibita, ossia non vendibile ma solo utilizzabile nello scambio. Solo nel capitalismo esso si realizza, ed ancora una volta è il valore d’uso a fare la differenza, perché il Capitale è il valore d’uso del Denaro, quello che desideriamo aumentare. Cosa c’è oltre? Occorre liberarsi dall’alienazione o la libertà è l’alienazione?


In questo processo c’è un Soggetto dimenticato, di cui l’alienazione è il Predicato. All’origine c’è l’uomo, come determinato dal processo stesso. All’origine del processo, fuori dalla Storia, c’è dunque una Specie. Alla fine non c’è alcuna libertà. C’è di nuovo la Specie. L’individuo, un tempo libero, attraverso la dialettica dell’alienazione si è infine cosificato nella Specie. Gli individui dovranno limitarsi a parteciparvi. Cadrebbe così la necessità del Denaro e della Merce. Non vi sarebbe da desiderare infatti nulla di più. Il Comunismo come distopia. Non l’inizio della Storia, come pensava Marx utopico, bensì la sua fine. Un uomo tornato a pieno titolo nella macchina della Natura e da lei governato.

21 agosto 2009

ENTROPIA COME MISURA DEL TEMPO

Il tempo è l’entropia. L’entropia aumenta sempre e con essa, si sa, il disordine. Questo aumento del disordine ci da la misura di quanto tempo è passato. Mettere ordine vuol dire dunque rallentare il tempo? La fisica ci dice che anche l'attività di mettere ordine produce un eccesso di disordine e mantiene valida la legge dell'entropia. Però noi mettiamo ordine in un dato spazio e immettiamo disordine in un altro. La mia scrivania si ordina e la temperatura della stanza sale a causa della mia attività. Ho dunque spostato il disordine da una parte all'altra e siccome il tempo non è assoluto e univoco per tutto l’universo devo anche aver accellerato il tempo nella mia stanza vista da fuori ma rallentato il tempo sulla mia scrivania. Infatti un ordine assoluto e definitivo corrisponderebbe a fermare il tempo. come accade in un buco nero. Un buco nero è quindi un luogo dove tutto viene rimesso nel suo ordine assoluto e definito. Oppure per altri questa è solo un’illusione prospettica, ossia il buco nero che per noi è l’ordine assoluto è dall’altra parte un'immissione di questo stesso ordine, che si è voluto sottrarre alla legge del tempo, in un nuovo flusso entropico, in un disordine altro, un altro universo. In questo secondo caso l’entropia continua e il tempo si limita solo a passare da un’altra parte. E il tempo dei miei libri, dei miei oggetti riordinati, dei libri messi in ordine alfabetico dove passa?

04 gennaio 2009

IDENTITA' (1)

Il Figlio: "Finalmente ho scoperto la differenza tra uniforme e divisa. La prima unisce, la seconda divide. Noi (...omissis...) rifiutiamo le divise e usiamo solo uniformi."
Il Padre: "L'uniforme è sempre una divisa, e viceversa. Unisce un gruppo di persone ma per farlo deve dividerle da tutte le altre."
Il Figlio: (continua...)

16 luglio 2008

SOTTO LA DOCCIA...

Comodo, nella mia doccia, il tubo flessibile che collega l'erogatore alla presa dell'acqua! Però non è esteticamente un granché... Visto l'orgoglio che ci ho messo nel disegnarmi ogni angolo della casa provo non poco fastidio per le docce degli amici che senza tanto pensiero, per merito di un architetto o del negoziante, hanno erogatori che sono dischi volanti, oggetti di design ecc ecc. Eppure... io resto convinto che è bello solo ciò che si dimostra utile al meglio. Con il mio tubo flessibile io posso sciacquarmi in ogni parte del corpo, levarmi la sabbia dai piedi e tutto il resto. I bambini possono scendere l'erogatore alla loro altezza e la bambina può piegarsi e lavarsi i capelli al meglio. Diversamente avremmo un bel getto dall'alto e null'altro. E sulla qualità del design ho i miei dubbi. Tra qualche anno il disco largo e piatto degli erogatori oggi di moda saranno solo indice di vecchiaia e la moda provvederà a farli sentire inadatti e desueti. E' questo un valore estetico? E' questo il valore del design? Devo concludere che l'estetica è dunque subordinata all'etica. Non ho dubbi: è questa la mia conclusione. Con un'importante eccezione: quando ciò che è bello riesce a negare ogni subordinazione alla funzionalità d'uso diventa gesto estetico assoluto, ossia dialettica negativa, etica raddoppiata e capovolta. L'oggetto inutile come supremazia etica, per l'appunto, tanto quanto l'oggetto utile è supremazia dell'estetica. Dialettica hegeliana o logica kantiana? Nel primo caso l'Etica trova se stessa solo dopo essere stata negata da quanto non misurabile e sovrano su di lei: l'oggetto e il gesto inutile e vano. Lo stesso accadrà all'Estetica con l'utile in un movimento dialettico che trova ragione solo nella negazione. Viceversa se ci trovassimo di fronte ad una dualismo kantiano, dovremmo concludere che è Etico ciò che è fine a se stesso e non utile mentre Estetico è solo ciò che si dimostra funzionale. Sarà questo un mio oggetto di riflessione.... sotto la doccia.

24 maggio 2008

E IO DOVE SONO?

Da pochi giorni ho tra le mani un libro che finalmente promette di rimettere in moto il mio cervello annoiato: "L'Universo Elegante" di Brian Greene. Annuncia una di quelle svolte che segnano per sempre la storia dell'umanità, quelle che Khun chiamava "rivoluzioni scientifiche". Solo che questa sarebbe di tale portata da sconvolgere assetti anche sociali, come d'altro canto tutte le grandi rivoluzioni scientifiche, quali sono state in Occidente la nascita del pensiero greco. la fisica classica, con Galileo Copernico e Newton, e il pensiero evoluzionista in biologia. Questa volta di più! Perchè si giungerebbe ad una Teoria del Tutto come solo il pensiero classico greco aveva osato in passato. Religioni e pensiero comune ne sarebbero inevitabilmente investite. Questa teoria del tutto ha il nome di Superstringhe... potevano scegliere di meglio no?
Da quasi un secolo l'umanità vive appesa nel baratro del Nulla e non lo sa. Quella che giustamente Greene definisce la "congiura del silenzio" tiene gli uomini tranquilli. Pochi sanno che i principi fondamentali della fisica moderna sono tra loro inconciliabili nonostante da decenni trovino conferme sperimentali sempre più probanti. Io personalmente mi ero fatto una ragione personale di ciò ma non speravo che tali enigmi trovassero risposta, non quantomeno durante la mia esistenza in questo mondo.
Dal 1927 con la formulazione del principio di indeterminazione ci viene detto che l'universo è solo una somma di eventi probabilistici. Un assurdo logico. Nulla può avere natura se fondato sulla probabilità. L'unica risposta che mi sono dato è che ogni istante l'universo si moltiplica in altri universi paralleli dando vita nel "tempo" ad una serie infinita di universi dove ogni "futuro" coesiste agli altri in una somma di Coni degli Eventi che crea una grande Sfera di universo spazio temporale comprensivo di ogni probabilità di futuro.
Magra consolazione. Avrei preferito che il mio "io cosciente" fosse quello delle probabilità a me più favorevoli ma devo anche consolarmi che in tantissimi universi paralleli la mia esistenza non è nemmeno contemplata, almeno non in una forma cosciente a se stessa. Tanto mi bastava da tempo per andare avanti!
Avevo chiuso da tempo questo capitolo di ricerca. Riposto i libri di astrofisica e tao della fisica in libreria e nemmeno più sfogliati o spolverati, accontentandomi ogni tanto di aprire questo cassetto di idee solo nella mia mente, a seconda delle occasionali occasioni.
Oggi un libro ha riaperto il cassetto! Vorrei poter vivere in quella condizione giovanile di "permanent vacation" e partire con Gino per la Grecia con il libro in saccoccia, sapendo di potergli dedicare tutte le mattine e i pomeriggi di mare e lettura. Così non è ma troverò il modo di non farne a meno. Se qualche navigatore sperduto del web mi intercetta e vuol farmi compagnia è il benvenuto.
Buona Lettura a me stesso.

01 marzo 2008

Questa mattina mi sono consolato così...

Ricopio questo intevento di Gianni Pardo che mi ha molto consolato, visto che di cadute nel fosso ho riempito la mia vita.

titolo: L'ATTENZIONE POLARIZZATA

Ci sono degli scherzi rivelatori. Ne citiamo due. Per misurare l’intelligenza di uno studente, diceva professore, basta il test della vasca. Io chiedo: “Per vuotare una vasca disponiamo di un cucchiaino, di una tazza e di un secchio. Lei che cosa usa?” La persona normale dice “un secchio”, la persona intelligente dice “tolgo il tappo”. Secondo scherzo. Si chiede: “So che tu sei competente in molte cose, per questo ti chiedo: si dice quattordici e undici fa ventiquattro o quattordici e undici fanno ventiquattro?” Molti risponderebbero “meglio fanno ventiquattro”, provocando la risata dell’altro: “Quattordici e undici fanno venticinque!”
In ambedue queste storielle c’è il sottinteso che si può far passare per scemo un po’ chiunque. In particolare chi ha – o crede di avere – una mentalità logica. In realtà, le persone che dànno la risposta sbagliata sono più intelligenti di quelle che danno la risposta giusta. L’intelligenza, per essere produttiva, deve essere indirizzata al nocciolo del problema. Al test della vasca lo studente che da prima ha detto “il secchio”, e si è visto ridere sul muso, potrebbe dire: “Professore, posso farle una domanda io? Quanta acqua c’è, nella vasca?”. Il professore lo guarderebbe come un marziano ma lo studente potrebbe spiegare che, se acqua ce ne fosse pochissima, e solo nell’incavo del tappo, potrebbe essere il cucchiaino lo strumento più adeguato. Il professore a questo punto direbbe indignato: “Ma lei vuole cavillare? Noi abbiamo presunto che la vasca fosse piena!” “Ed io ho presunto che gli unici strumenti fossero quei tre, che il tappo non si potesse togliere. Allora, chi è lo scemo?”

Chi offre tre possibilità intende con ciò stesso che non ce ne sia una quarta. Diversamente l’interrogato potrebbe rispondere: io non uso né il cucchiaino, né la tazza, né il secchio e neppure tolgo il tappo perché non mi voglio bagnare. Chiamo la donna di servizio. Analogamente, se si offrono due varianti della stessa frase, si chiede una consulenza linguistica, non aritmetica. Chi si accorgesse subito dell’errore nell’addizione potrebbe sentirsi rimproverare che, quando gli mostrano la luna col dito, lui guarda il dito. L’identificazione del problema è fondamentale per la polarizzazione dello sforzo intellettuale nell’unica direzione giusta.

Il linguista non perde tempo per rifare l’addizione, perché non è quello che gli si chiede. Né trova umiliante che non abbia visto il banale errore dell’addizione perché, da umanista, farà probabilmente parte di quelle persone che, ai test d’intelligenza, risultano meno dotate di quanto non siano. Mentre dinanzi ad una sequenza di numeri chi ama la matematica ha forse l’acquolina in bocca, il cervello degli umanisti si chiude immediatamente e mentalmente gli si para davanti un cartello con su scritto, in caratteri enormi, “non hai speranza”.

Ed è vero. Nell’antichità non avevano trovato il test della vasca da bagno ma ridevano di gusto all’immagine dell’astronomo che, per guardare il cielo, cadeva in un fosso. Non si accorgevano di dire implicitamente che un asino, o loro stessi, risultavano così più intelligenti dell’astronomo. E non comprendevano neppure che, se la civiltà deve andare avanti, invece di irridere il vecchio astronomo caduto nel fosso, la prossima volta avrebbero dovuto fornirgli un asino che lo portasse dove doveva andare, dandogli anche la possibilità di studiare il cielo per strada. Per non cadere nel fosso bastano gli asini.

firmato: Gianni Pardo

L'originale si legge alla pagina di Affari Italiani.

16 gennaio 2008

GLOBAL GOD VS LOCAL GOODS

Evidentemente nei miei post precedenti sui discorsi del Papa per l'Epifania avevo visto giusto. COME SUI RIFIUTI A NAPOLI anche questa volta la politica responsabile entra in campo solo di fronte alle EMERGENZE. Per il resto la parola resta nelle mani del massimalismo di ogni tipo, fondamentalismi religiosi compresi ma ancor peggio i soli e miseri integralismi di ogni tipo e coloro, ateisti e laicisti compresi. Aggiungo solo alcune brevi considerazioni alle ovvietà del giorno dopo che oggi hanno riempito i giornali.
C'é una sinistra anticlericale e una sinistra massimalista che identificano questo Pontefice con l'idea rassicurante per ogni estremista di un Papa Reazionario. Io credo che sia troppo semplice e che invece questo Pontefice sia molto più utile al mondo laico dell'amato Papa Woitjla. Questo Papa tedesco ha la levatura di un filosofo e sposta infatti sul piano teologico il discorso, affrontando senza reticenza e con un radicalismo della ragione il confronto spinoso tra Fede e Ragione. Lo fa con un postulato programmatico rischiosissimo ossia quello di provare il fondamento nella Ragione della Fede. Il suo presunto attacco (da una Università si noti) all'Islam era invece un attacco alla Trascendentalismo, da quello monacale a quello protestante, da quello nichilista a quello appunto islamista. Più che invocare un generico ecumenismo delle fedi questo Papa apre invece ad un confronto con le religioni della tradizione ed in questo senso può meglio dialogare sia con gli ortodossi cristiani, sia con l'Islam. E vorrei ricordare - perché non di poco conto - che nel discorso sopra citato la novità assoluto era la dimostrazione razionalista della incompatibilità tra Fede e Fede imposta con la violenza. Altro che Papa delle Crociate! Un grande messaggio all'Islam, invece! Un argomento da poter riprendere e far rimbalzare per le Scuole coraniche desiderose di trovare alternative all'integralismo islamista. Questo il vero significato di quel discorso e che nessuno nel mondo laico è stato capace di leggere e riproporre all'Islam moderato (ma io preferirei dire democratico e moderno). In questo senso questa Papa è un continuatore e non un demolitore del precedente. E' stupidissima la lettura opposta. Paradossalmente le aperture del precedente erano meno capaci di gettari ponti con le altri religioni delle chiusure di questo. Ne è un esempio la messa detta di spalle. E' questo un gesto che riapre il dialogo con le Chiese Ortodosse e non è un gesto reazionario quanto piuttosto un ritorno alle origini della Fede. Per millenni i fedeli, anche quando erano comunità senza sacerdoti, pregavano in questo modo. Non è Uno che da le spalle come si vuol leggere nei commenti di questi giorni bensì è un Tutti che si rivolgono a Dio (al limite, si potrà dire, attraverso la mediazione di Uno per Tutti, il sacerdote che è comunque l'officiante). Nella messa le spalle del sacerdote caricano di mistero l'eucarestia e fanno sentire al fedele che in quel momento ci si sta volgendo tutti insieme ad un altrove (il cielo, lo spirito santo). Francamente per me il nemico reazionario ha un nome opposto, sono le messe con le canzonette strimpellate alla Sanremo, della serie "volemoci bene" e facciamo festa che mi sembrano al passo con un degradante segno dei tempi. Tranne poi avere nostalgia viaggiando per il mondo per l'intensità rituale di altre confessioni religiose e di altre culture! Il solito razzismo capovolto.
Polemicamente aggiungerei infatti che coloro che hanno tolto la parola al Papa sono gli stessi che hanno ritenuto offensive e da censurare le vignette sull'Islam. Io ho sempre ritenuto geniali le vignette del Male e poi di Cuore sul Papa e avrei difeso anche quelle sull'Islam. I miei amici di sinistra no. Loro si oppongono solo all'integralismo del Papa ma non a quello delle Moschee, nemmeno quando si trasformano in appelli all'omicidio di artisti, scrittori e registi.
A titolo di chiarezza aggiungerò soltanto alcune brevi note di deontologia laica:
- l'invito del rettore dell'università era corretto nella sostanza (il Papa è l'erede del fondatore di quella Università) e nella forma (non era il relatore bensì l'ospite e non è mai accaduto che al discorso dell'ospite segue il contraddittorio, mai!)
- il Papa aveva diritto di parola come altri avevano diritto di contestarla ma nei contenuti e non per impedirgliela
- i veri laici avrebbero avuto un'occasione straordinaria di confronto, un confronto che però è difficile e mette in gioco le questioni fondamentali del nostro futuro prossimo e sulle quali non c'é da stare in difensiva rispetto al richiamo che tutti i fondamentalismi religiosi rappresentano e che non è detto che si traducano tutti in integralismo
- quello a cui abbiamo assistito potremmo chiamarlo un fondamentalismo laicista e/o ateo trasformato in integralismo
- quella che rimane muta e senza argomenti è una sana cultura laica
- in tal senso poco mi importa delle campagne su aborto, sessualità, famiglia e confini della Scienza alle quali basterebbe ricordare a tutti che su queste questioni lo Stato non risponde per eticità ma per mediocre scelta di relativa opportunità (qualcuno oggi ha detto che quando si tratta di fare delle scelte sarebbe bene non tirare in ballo da blasfemi Dio), facendo scelte che devono risultare le migliori in quel momento e che possono sempre essere rimesse in discussione dai ritorni più o meno negativi che esse hanno. L'aborto illegale faceva morire le donne in altissima percentuale, la legge sulla fecondazione fa scappare all'estero chi se lo può permettere, quelle sui limiti alla ricerca fa scappare i cervelli e la legge di famiglia non regolamenta diritti e doveri di tanti conviventi. Semplice no? Perché la Chiesa dovrebbe abbassare i toni poi nel giudicare tutti questi peccatori? Li alzi pure. Aumenterà al limite il tasso di senso di colpa. Comunque sia, nessuna di queste vicende nostrane (local goods nel senso meschino delle "merci della politica con la p minuscola") giustifica quanto accaduto oggi.

01 gennaio 2008

APPUNTI DI FILOSOFIA - 2: DIO

Di quale Dio provare l’esistenza? Ed è mai possibile ridurlo ad Uno?
Diamo per scontato che tale domanda è volutamente ingenua. Di nessun Dio proveremo mai l’esistenza altrimenti saremmo già tutti costretti da tempo a crederci. Ciò nonostante noi indaghiamo filosoficamente la questione per conoscere i limiti del nostro pensiero. Quello che per ora posso constatare è che si prima di porsi ogni domanda su Dio bisognerebbe indicare quale Dio si stia cercando. Io ne annoto quattro o meglio due coppie, due per il Dio Esterno alla Natura e due per il Dio Interno alla Natura:
- il Dio Creatore
- il Dio Estraneo al Cosmo ma non suo Creatore
- il Dio Mente del Cosmo
- il Dio Cosmo ma non sua Mente
Nessuno di questi “Dio” resiste alla prova di confutazione del monoteismo. Per ognuno di essi è possibile una versione politeista. Non riesco per ora a vedere differenze tra pensiero mitologico e religione, argomento invece usato da molti filosofi (oltre ovviamente da molti credenti e uomini di Chiesa).

Prova Teleologica
Nella sua accezione classica questa prova è di scarso interesse. Essa consiste nell’asserire che la Natura sarebbe cosa così complessa che si dovrebbe presupporre un suo Progettista. Dio quindi è un Creatore Architetto del Cosmo, come per analogia qualsiasi sistema complesso presuppone un Progettista. Possiamo ben pensare che non sia così: l’analogia non regge. La Teoria dell’Evoluzione ci fornisce un paradigma alternativo e la complessità sarebbe il frutto di miliardi di anni di specializzazione cellulare negli organismi viventi. Stiamo comunque parlando di un Dio Creatore, estraneo alla Natura stessa. Proviamo però ad abbandonare questo Dio. In tal caso la Prova Telelogica torna a poterci interessare. La sua stessa etimologia ci fornisce una via d’uscita diversa: telos sta infatti ad indicare lo “scopo”. Il Cosmo sembra infatti avere un Disegno e nulla ci vieta di pensare questo Disegno non come Progetto esterno al Cosmo stesso ma come propria Finalità interna. Dio non come Creatore ma come Mente del Cosmo. E’ in questa direzione che va il Principio Antropico Forte di molti astrofisici. Esso parte dalla constatazione di una scarsissima probabilità spazio temporale nella catena di eventi che ha portato al big bang può aver consentito la nascita di questo universo e in esso delle condizioni per lo sviluppo di una vita e con essa di una vita cosciente, ossia l’uomo. Qualsiasi altro istante, per altro molto più probabile, per l’evento primo del big bang, non avrebbe condotto a noi. In questi anni è cresciuta una forte obiezione a questo principio antropico forte. Ogni teoria dei giochi sa che qualsiasi caso è sempre probabile al 50% anche se statisticamente dato per improbabile. Anche il più improbabile degli eventi può infatti sempre accadere e quando accade a nulla serve dire che era improbabile. Anzi, potrebbe riproporsi due pochi istanti e rimanere ancora altamente improbabile. La statistica non ha nulla a che vedere con il principio di determinazione. Noi esistiamo dunque in un mondo che ha vinto alla lotteria pur avendo scommesso il minimo (un solo biglietto e nella piazza più sfavorita). Questo non dimostrerebbe che il mondo esiste per noi. L’argomento è convincente ma pieno di insidie. Pur non provando nulla la prova teleologica assolve infatti al suo compito di dare uno scenario logico e razionale alla fede in Dio. Il mistero del big bang apre uno spazio al sentimento religioso e tanto basta. La improbabilità resta infatti un dato di fatto e pertanto l’idea che qualcuno abbia detto “ora” perché questo consentisse lo sviluppo desiderato degli eventi è cosa non trascurabile. Si apre lo spazio ad un Dio Creatore, se inteso come Esterno, o ad un Dio Mente, se inteso come Interno. Diverso è invece interrogarsi meglio su questa catena di eventi che è l’Universo. Il fatto che noi si stia qui nella posizione di Osservatori fa di questa catena di eventi una catena obbligata, pena la non esistenza di noi Osservatori. Questo fa di noi i Creatori a posteriori dell’Universo e rimanda alla questione filosofica dell’esistenza del Mondo fuori da Noi. Dio = Io.
Un altro aspetto da considerare è che per molti astrofisici il nostro è solo uno degli infiniti Universi possibili. Se intendo bene, si tratterebbe di ampliare il Cono degli Eventi dalla sua dimensione bidimensionale (prolungamento come Tempo e allargamento come Spazio) per giungere ad un modello sferico che includa tutti gli eventi possibili sin dai primi istanti. In tal caso cadrebbe il principio antropico o almeno non nella sua versione forte, visto che nessuno può dirci che il nostro Universo sia quello preferibile ad altri, l’uno non essendo permeabile dall’altro.
Resta infine di grande importanza sapere se l’Universo rimarrà in espansione continua ed infinita o se collasserà. Il primo caso lascia aperto uno spazio per un Dio Esterno mentre il secondo rende infinita l’alternanza di infiniti eventi e vana ogni ricerca di un momento iniziale e creatore. Con questa considerazione abbiamo aperto la questione della Prova Cosmologica.

29 dicembre 2007

APPUNTI DI FILOSOFIA - 1: DIO

L’esistenza di Dio
Voler provare l’esistenza di Dio è come voler provare l’esistenza di qualcosa ancora prima di aver definito “cosa”. Ogni prova di Dio porta infatti con se una diversa definizione dell’oggetto cercato. In realtà si manifesta ciò che cerchiamo solo dopo averlo trovato o, in negativo, per non averlo trovato.
Ne consegue che Dio è un sentimento, un afflato. Dio come afflato esistenziale per eccellenza. Dio è il rapporto con qualcosa che non possiamo afferrare, con tutto ciò che sfugge alla nostra ragione. Dio è la comprensione del nostro limite. Tale ricerca è dunque alimentata dalla Scienza e non avversata. Ma se così è le Religioni sono oggi Codici ancora attuali per rapportarsi a Dio? Ne dubito ma voglio pensare che dentro di esse si siano stratificate grandi Tradizioni, enormi ricchezze che non possono restare inaccessibili per ragioni mondane.
Ma torniamo alla filosofia e alle prove dell’esistenza di Dio.

Onnisciente, onnipotente e infinitamente buono
Ecco un esempio di qualcosa che non può essere cercato a priori. Troppi attributi tutti insieme. Nessuna prova della sua esistenza può postularli a priori senza dover fallire al primo tentativo. Tali qualità vanno dimenticate e fanno parte del repertorio storico del teismo, ossia dell’ebraismo ovvero del cristianesimo ovvero dell’islam.
Se per esempio pensiamo a Dio come causa prima le suddette qualità non ne conseguono. La più debole di tutte è di certo quella etica. In ogni caso nelle stesse tradizioni teiste non è così scontato che Dio si identifichi con la Natura, quanto al contrario che sia di essa un progetto di redenzione. Esiste un rapporto dialettico tra Dio e Natura che prevede il Male come Negazione dialettica di Dio. [indagare Hegel su argomento – mi mancano conoscenze]. Se dovessimo applicare la Dialettica hegeliana ne conseguirebbe tale schema: Dio – Male – Natura / Natura – Dio Redentore – Palingenesi. Il primo nella posizione di Dio Padre, il secondo nella posizione di Dio Figlio e lo Spirito Santo dentro ogni Sintesi, ossia Natura in forma parziale ovvero Palingenesi in forma omnipermeativa.
Questo il Dio delle principali Religioni del mondo. Ha esso qualcosa a che vedere con la domanda filosofica sull’esistenza di Dio? Cercherò di dimostrare di no. La domanda filosofica nasce infatti dalla Filosofia della Natura mentre qui Dio è un progetto estraneo alla Natura stessa. Non conta sapere se ne è il Creatore (prova teleologica e prova cosmologica), egli è innanzitutto Estraneo alla Natura e la sua presenza in essa è problema successivo.

Dio è la Natura
Altra via d’uscita è ovviamente quella di identificare al contrario Dio con la Natura. Tale percorso è il Paradigma oggi imperante e sotteso nel sentimento di molti ma non sempre in quello popolare e tradizionale dell’Occidente. Esiste un conflitto sotteso e non manifesto da parte delle grandi Religioni teiste. Si evita lo scontro con questo Paradigma a favore invece di una guerra con il Secolarismo, il Razionalismo e l’impero della Tecnica. Se questo avvenga per impreparazione o per ignoranza non mi è dato saperlo. Personalmente ritengo questa però la battaglia decisiva.
Torniamo alla filosofia. Se Dio non è causa prima dell’Universo ma è l’Universo nella sua accezione più ampia ossia dell’Universo che lo si pensi sia come Evento unico sia come Evento tra gli Eventi ovvero come Apparenza Evento di un Essere, ecc… comunque lo si voglia pensare la domanda su Dio si identifica con la domanda sul Mondo e sull’Essere. E’ questo il Dio dei Filosofi ma è un Dio che annulla quello delle Religioni teiste lasciando spazio solo a quelle Orientali e forse tra queste solo al Buddismo.

Panico esistenziale
Ne consegue un panico esistenziale. Trovarsi improvvisamente fuori da tutta la tradizione occidentale e doversi liberare come di una zavorra di quella Dialettica che sopra abbiamo descritto non è facile da dirsi. Opporrò dunque la massima resistenza. Per ora continuerò a chiedermi se la Storia dell’Umanità sia dentro quella Dialettica che porta all’attesa del Redentore, come credono gli Ebrei, o se sia dentro invece alla Negazione del Dio Redentore come per i cristiani o se si possa fare a meno di questa Dialettica Storica (il Redentore) come per l’Islam che si ferma al primo passaggio e lo rende assoluto in questo schema: Dio – Natura – Paradiso, dove ad essere redenta non è la Natura e la Creazione ma soltanto l’Uomo per il quale è già pronta una Creazione purificata dal Male e che lo aspetta dopo la morte.
Possono queste tre Tradizioni teiste continuare ad incontrare la Filosofia?

22 dicembre 2007

ELOGIO DELLA MEDIOCRITA' (hanno aperto i cancelli al paziente Europa lobotomizzato)


Diciotto anni dopo la caduta del Muro cade oggi anche la Cortina di Ferro. Diciotto anni: l'Europa riunificata ha dunque superato l'esame di maturità. Se devo ripensare ai miei diciotto anni, nel 1977 io non ci avrei mai creduto a una simile ipotesi per il futuro. Né tantomeno avrei creduto che sarebbe accaduto senza né guerre (nucleari per giunta!) né rivoluzioni (anti e non filocapitaliste) né sanguinose rivolte (nella peggiore delle ipotesi). Difformemente dai più pensavo che la seconda guerra mondiale non fosse mai finita. Ogni rivoluzione che si rispetti trova compimento a ridosso di una guerra e dal secondo conflitto mondiale non poteva che nascere uno scenario di rivoluzione permanente socialista. Oggi direi che i conti non tornavano ma che il conflitto bellico si fosse congelato nell'esito della Guerra Fredda era un dato di fatto. Finisce dunque oggi la seconda guerra mondiale? Non ho altre risposte possibili e non può che conseguirne un elogio della mediocrità e con esso del capitalismo democratico che ne è l'artefice vittorioso. Solo che non si tratta solo del crollo di una idea politica durata poco più di un secolo. Con l'unificazione pacificata dell'Europa e in particolare con la definizione di un confine per la nazione germanica e quella polacca arriva a compimento qualcosa di molto più antico, l'idea stessa mai realizzatasi di Europa. Si sarebbe dunque compiuto un percorso da una parte millenario che inizia con il crollo dell'Impero Romano e che per la prima volta troverebbe una soluzione pacificata, dall'altra parte - anche se in negativo - un percorso quanto meno centenario che si proponeva di trasformare questo processo storico in una nuova palingenesi mondiale con la rivoluzione comunista. Non dimentichiamoci che tale visione venne proposta come compimento della Filosofia o di una sua presunta missione in cui essa si propone come Scienza Escatologica addirittura della condizione umana (la tesi marxiana del comunismo come fine della preistoria della Storia). Una storia dunque accompagnata da furori e tragedie, senza fine visto l'arco di tempo di cui stiamo parlando. Non riesco dunque a compiacermi della mediocrità con cui oggi si compie. Siamo usciti dalla tragedia come lobotomizzati e un furore polemico prende in me il sopravvento. La grande tragedia del fascismo è stato ridotta al Male e con esso neutralizzato ma non superato (il Male non si sconfigge mai, per definizione) e quella del comunismo ha lasciato sul campo solo una grande confusione e nemmeno la si osa definire una tragedia. Non fa comodo agli ex comunisti e nemmeno al vincente capitalismo democratico che sembrerebbe non amare il Pensiero di sè in generale (c'è da annotare - ed è importante - che non a caso per parlare dell'uno e dell'altro il primo bisogna chiamarlo "nazismo" e l'altro "stalinismo", cosicchè sotto le cenere entrambi rimangono vivi come zombie pronti a risorgere). Sì, l'Europa arriva al suo traguardo vincente ma come un essere umano che si placa perché sottoposto a Lobotomia. Il centro del mondo credo che ormai sia altrove ma non riesco a capacitarmi di ciò e torno a leggere la nostra Filosofia e ad interrogarla ancora una volta. Ma con quale lente, con quale prospettiva?

19 dicembre 2007

ARBEIT MACHT FREI?

Effetti ipnotici dei raduni di massa: assorto come di rado nei miei pensieri mi sono chiesto quale sciocchezza sia questa "sacralizzazione" del lavoro. Chi, come me, ha fatto il 77 si era buttato alle spalle queste ovvietà della sinistra storica (la si definiva così in quei tempi). Il lavoro è innanzitutto una merce (chiaro no? il lavoro è quello che noi mettiamo in vendita del nostro saper fare). Chi è quel pazzo che vorrebbe mettere una merce alla base di un patto civile come la Costituzione? Da noi è stato fatto ("L'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro") ma la cosa peggiore è che oggi nemmeno negli ambienti della sinistra più radicale sento un eco di quella critica radicale del lavoro. Tutti vanno orgogliosi di questo articolo primo che è invece un'oscenità, una negazione del vero valore della concetto di cittadinanza che è il cardine della democrazia. Anche Grillo si scaglia contro la precarietà con argomenti non solo pratici, che tutti approvano se dimostrati veri (ma di cui è legittimo quindi dubitare). Egli invece naviga in questo mare dove il lavoro è fonte di identità. Eppure proprio il web e, ancor più, l'era nuova del web (quella per intenderci dove nasce un'enciclopedia con il lavoro collettivo di tutti coloro che ne usufruiscono, fuori quindi dalla condizione del lavoro e del vendere prestazioni che ne è alla base) è testimone che il legame tra identità e lavoro è finalmente saltato in aria. Una delle poche profezie marxiane che si stanno attuando. Che poi questo non voglia dire necessariamente "liberazione" né tanto meno "liberazione dal lavoro" è un'altra cosa. In ogni caso qualcuno a sinistra dovrebbe iniziare a provare imbarazzo per quella frase nei campi di concentramento sul Lavoro che Libera l'Uomo. Non si trattava di ironia! Il lavoro è una maledizione divina, pone la condizione umana come condizione tragica. E' sbagliato volersene liberare (perché sarebbe un'utopica palingenesi foriera solo di tragedie) ma è altrettanto sbagliato voler cantare la condizione umana come armonica e organica. La solita questione della Modernità che troverà soluzione nella Post Modernità solo quando si sarà ristrutturata sulla condizione tragica dell'umano di cui essa stessa rappresenta il punto limite di arrivo. Il problema (nuovo rispetto all'uomo Greco che è l'iniziatore di questo processo bimillenario) è che nella Modernità si è tornati a questa condizione ma toccandone il limite, il Limes. Non c'é più il centro della Polis a governare questa condizione e si è soggetti ad una forza centrifuga che fa nascere istinti centripeti.  Accadde la stessa cosa alla fine dell'Impero Romano e da allora fu interrotto infatti quel processo di cui parlavo. Non dimentichiamoci che corrispose alla fine di quella divisione storica del lavoro che aveva reso possibile la prima modernità, quella greco romana. Parlo ovviamente della Schiavitù. Finita la schiavitù crollò il suo corollario ossia la cittadinanza. Ne conseguì un ideale organicista del rapporto tra uomo, natura e società ossia il sistema feudale. Senza dirselo, si trasformarono tutti in schiavi. Il ritorno alla classicità del pensiero Greco, il ritorno alla centralità dell'economia di scambio e con essa della borghesia, il ritorno della Polis, mettono fine al sistema feudale ma non è un cerchio che si ripete quanto una spirale che si ripete sì ma ogni volta nuova. E questa volta la schiavitù si chiama lavoro salariato ma non è più escluso dalla cittadinanza, quasi il contrario diventa paradigmatico della condizione umana mentre chi se ne affranca realmente entra quasi in una condizione di invisibilità. Oggi questo processo sembra essere giunto alla sua fine, ad un punto limite. L'uomo libero è altro dal lavoratore, è individuo, persona, piuttosto è un consumatore. A cosa deve corrispondere la fine di questo scenario moderno che ha nel lavoro salariato il corrispettivo della schiavitù antica? Vogliamo un altro crollo e nuovi organicismi? Io no e non ho nostalgia dei crolli che i tentativi rivoluzionari sia di destra (fascismo) sia di sinistra (comunismo) hanno subito, ma non per questo voglio sentirmi meno capace di una critica (forse sarebbe meglio dire comprensione, per non essere equivocati, ma la critica è una comprensione attiva, militante, ossia rivolta al futuro e quindi alla politica e non alla mera storicizzazione) radicale del presente. Scusate "compagni" se è poco...