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11 luglio 2009
Il mio ritorno ufficiale e improvviso alla politica...
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anamorfo
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01 maggio 2009
BARI RINASCE SOLO SE AVRA' IL SUO CUORE VECCHIO
Tante sono le centralità che si possono elencare per Bari: il mare, certo; la ex Caserma Rossani dico io, che più centrale e grande non si può; l'Università o il commercio o entrambi per capire di cosa deve vivere questa città. Sicuramente altri, più preparati di me, sapranno dire di più e meglio. Io però credo che il vero Cuore della città sia Bari Vecchia e che se non si capisce cosa farne non si sa dove stiamo andando. E' il problema rimosso di sempre! Nei primi del 900 la città borghese completa l'opera murattiana e abbandona la città vecchia al clero e al popolo per dedicarsi compiutamente all'edificazione della città borghese. Credo che sia il periodo migliore della città quello che più di tutti è stato tradito e devastato dalla nuova borghesia del secondo dopoguerra. Pur essendo cresciuto a Carrassi e avendo visto crescere sotto i miei occhi questa città selvaggia e libera, in cui hanno radici le mie amicizie e in cui passo dopo passo ho solcato la mia vita, nonostante ciò io non amo questa baresità nuova: carrassi picone poggiofranco sono stati il loro Campo. Solcare il ponte della stazione e andare in centro (si diceva "andare in città") era un gesto quotidiano ma quello ero uno spazio meramente scenografico, buono per le grandi occasioni come la processione di San Nicola, per i grandi aquisti annuali (scarpe da Marelli ecc ecc.) o per la gita serale in auto per prendere i panzerotti da Grand'Italia. Diverso dopo conquistarsi in quella città estranea la Piazza, Piazza Umberto, che sostituisce ogni socialità in una città dove non ci si può sedere a panchine e dove nemmeno nei bar è possibile sedersi a studiare. Oggi siamo in rete, ieri l'unica rete possibile dove poter augurarsi ogni giorno un incontro inaspettato, dove aprirsi al mondo era appunto la Piazza Rossa, il Giardino! Piazza Umberto. Il mare non esisteva!
Un luogo particolare era invece la Città Vecchia. I miei genitori non volevano che solcassi il confine di Bari Vecchia. Corso Vittorio Emanuele era la fine della città, al limite si andava sulla muraglia per guardare la processione di San Nicola e come su una loggia guardare dall'alto in basso il popolino e gli ziazì (i pellegrini) accalcarsi alle bancarelle. Proprio per questo entrare nella città vecchia era la prima cosa da farsi per sconfinare nell'altra Classe! La prima volta l'ho fatto mano nella mano con Rosa, la mia prima ragazza. I suoi non ci avrebbero mai visto! Una fantastica occasione per sentirsi liberi di baciarsi e toccarsi, accompagnati dai profumi intensi dei ragù e delle pulizie nelle corti. Ricordo una città vecchia ancora viva, anche se noi, gioventù impegnata e che presto imparerà ad ascoltare i giovani compagni della città vecchia, sapevamo bene che quella città veniva quotidianamente epropriata e violentata, con le migrazioni forzate verso il CEP, il San Paolo, complice una sinistra operaista che ha il mito della Classe Operaia e sa che tra contrabbando, pesca e quant'altro non può costruire il suo scenario politico di tute blu. La Città Vecchia ha continuato così a spopolarsi e degradarsi di continuo, sino a morire, a diventare tetra e oscura, priva ormai dei suoni e dei sapori di un tempo. Così sino al Piano Urban.
Arriviamo così al nuovo tempo: la Movida. Nel giro di pochi anni le zone limitrofe al murattiano si trasformano e diventano di grandissima attrazione. Innegabile il piacere che si prova oggi ad accompagnare gli ospiti di notte in questa città rumorosa e viva in piena notte. Come Catania Bari ha la sua movida notturna. Peccato però a indagare la realtà che questa movida sia stata fatta contro la città, ancora una volta. Nessuno dei residenti di oggi né tantomeno quelli di ieri è stato toccato e coinvolto, se non per essere ingannato e defraudato. E quella pioggia di soldi non ha affatto riqualificato il tessuto nè urbano né sociale, lasciando ancora senza fogna e senza acqua le zone più profonde e quelle più vicine al Porto. Il fenomeno si è fermato ma ripartirà presto, con Simeone Di Cagno Abbrescia che ha già messo le mani su questa città e che vincente da Sindaco porterà a termine il piano ma forse anche perdente, perché Michele Emiliano non gli contrappone nulla di diverso! Anche io sogno una Città Vecchia che affacci sul Porto e da dove i turisti entrino per scoprire subito il meandro di vicoli e trovarsi immersi in una città popolare ricca di artigianato e botteghe ma anche borghese e ricca di commercio e studi artistici o professionali. Una città stratificata, dove torni a vivere un popolo, dove abiti l'architetto e il gallerista ma anche la loro badante e il fornaio che fa la migliore focaccia di Bari per loro e per i turisti che così si affacceranno anche alla Galleria d'Arte. Non sogno affatto una città proletaria contrapposta a una borghese, al contrario. Ma la borghesia baresi sì. E' lei ad essere classista e non interclassista come dovrebbe, perché è una borghesia da poco, di arricchiti, senza cultura e senza identità.
La borghesia che ha costtuito invece il Petruzzelli e il Teatro Margherita, che ha abbracciato la città vecchia con il Lungomare, che ha voluto pensarsi parisienne prima che barisienne con i grandi Viali e il Corso, quella Bari aveva in mente di sfondare la città vecchia da Piazza Chiurlia e arrivare al mare con Via Sparano, di fronte al Porto, collegando Stazione e Ferrovia. Un progetto pauroso se si pensa allo scempio urbano che avrebbe compiuto ma del tutto legittimo per il tempo. La Roma Umbertina ha distrutto di peggio dei Borghi barocchi e Parigi lo stesso con i suoi sventramenti per i Boulevard. Solo negli anni 50 del 900 inizia a sorgere una sensibiltià verso l'architettura spontanea dei borghi minori di cui la Città Vecchia è un esempio raro e bellissimo. Quello che infatti ferma il processo è sia una composizione sociale difficile da padroneggiare anche a quel tempo sia il fatto che sulla linea di Via Sparano si incontrassero prima la Cattedrale e poi la Basilica e quelle di certo non le si poteva toccare. Pensare di iniziare a fare zig zag ha levato ambizione al progetto di fare di Via Sparano il nervo della città, unendola da cima a fondo (la città finiva con la Stazione e per questo noi continiamo a chiamare Extra Murale la Via Capruzzi). Oggi in modo nuovo e rinnovato occorrerebbe fare lo stesso e sulla carta il progetto per Via Sparano lo prevedeva ma si trasformerà come il Piano Urban in un ennesimo atto di violenza, un taglio netto, una ferità, forse mortale!
Per questo Bari rinasce solo se avrà un cuore nel borgo antico, la Città Vecchia. Allego allora una invettiva di Adele Dentice contro Michele Emiliano. Lei si candida a Sindaco per la lista Per il Bene Comune e io ho rinunciato ad accompagnarla perché ritengo sbagliato ora levare voti a sinistra, mentre mi sarei augurato che in modo indipendente senza chiedere Assessori anche loro avessero concorso ad eleggere Emiliano Sindaco ma senza perdonargli nessuna delle sue dimenticanze e soprattutto mettendo in moto un meccansimo virtuoso e non preelettorale come EmiLAB di cittadinanza attiva. Hanno fatto una scelta diversa e io ho rinunciato a candidarmi con alcuno ma continuo a pensare che Adele Dentice sarebbe il migliore Presidente di circoscrizione possibile per Bari Vecchia. Lei ha una ferita aperta per la Scuola pubblica che ha diretto per anni e che sta vedendo morire senza speranza. Questa mia nota nasce dall'aver ricevuto sulla posta elettronica questo suo appello, che riporto qui in calce. Ho voluto spiegarvi perché io lo ritenga così importante e perché a mio parere questa lista civica abbia a Bari un valore particolare perché pone il problema della Città Vecchia e della sua centralità in qualsiasi strategia di sviluppo.
Angelo Amoroso d'Aragona
ALLEGATO Comunicato Stampa di Adele Dentice del 1 maggio 2009 ore 12,30:
"a un mese dalle elezioni diventa prioritario per il sindaco Salvare la scuola San Nicola trasformandola in un luogo ri-creativo, un annuncio che andava fatto qualche mese fa per essere credibile e in ogni caso andava illustrato agli abitanti e ad un collegio docenti che, al contrario delle presenze istituzionali e delle associazioni e parrocchie presenti l’altra mattina presso l’auditorium La Vallisa , da sempre offre un servizio puntuale all’utenza e al territorio. Mi meraviglia questo interesse per una scuola che inevitabilmente sta morendo perché non ci sono più i numeri , ma soprattutto mi chiedo come mai tale attenzione non si rivolge anche su altri territori più periferici e sulle altre scuole a rischio di chiusura. La risposta è sempre la solita la struttura fa gola e a molti farebbe piacere avere una stanzetta per sistemare le proprie squallide cose, così come a molti ha fatto piacere investire nella città vecchia accelerando un processo di svuotamento del territorio, spostando la popolazione nelle periferie e consentendo agli estranei di invadere gli spazi vuoti trasformandoli in luoghi senza identità. A questo va aggiunto che il processo emigratorio e lo sradicamento della cittadinanza nei luoghi dell’anonimato e dell’isolamento sociale non è stato nemmeno accompagnato da servizi di base che possono collegare le periferie al centro, incrementando l’espansione incontrollata della cultura della violenza in particolare tra i giovani.
Ancora una volta Bari Vecchia, che doveva essere intesa come frammento di un impegno globale di trasformazione, si definisce come immagine della città diseguale dove il disagio e l’emarginazione rimangono le condizioni di vita di coloro che non possono contare sulla pienezza di diritti e vengono spinti a delinquere o ad abbandonare il loro territorio .
E in queste dinamiche si inserisce il tentativo fallito di recuperare il valore formativo ed educativo della scuola pubblica, che andava sostenuta verso un salto culturale ed organizzativo di grande radicalità, e che si delinea , invece, come l’ ultimo atto di un processo irreversibile di colonizzazione che trasformerà il cuore storico della città in un luogo anonimo destinato ai turisti e privo della memoria degli uomini."
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27 febbraio 2009
IDA MAGLI SULL'IMMIGRAZIONE MUSULMANA

Invito tutti a confrontarci senza isterismi sulle parole di Ida Magli. Non lo faccio per raccogliere invettive ma per ragionare insieme. Se un intellettuale come Ida Magli ha finito per trovare solo le colonne de Il Giornale per scrivere quello che pensa credo che sia dovuto anche al clima di linciaggio che si riceve a sinistra ogni volta che su questi argomenti si esce dal coro. Intanto nel paese di linciaggio non morale ma reale cresce il desiderio e ora al caso degli stupri si aggiungono anche l'omicidio dei figli da parte dei padri musulmani che ne reclamano la proprietà fisica, religiosa e di nazionalità contro le mogli italiane. Questo desiderio di linciaggio fisico dell'immigrato è impressionante mentre dall'altra parte ci si arrocca dietro posizioni che non abbondano solo di "buonismo" ma purtroppo anche di ignoranza sulle oggettive condizioni di scontro tra culture che l'immigrazione comporta. Intanto, ieri sera, ho visto un notiziario in cui le immagini normali della polizia che scortava dentro la volante il presunto omicida venivano commentate dal mezzobusto con un "evitato il linciaggio..." che non trovava alcun riscontro nel video. In nessuna di queste videocassette commentate da giorni nei TG con sventati linciaggi io ho visto reali scene di linciaggio o situazioni di vero pericolo ma quella di ieri era davvero la più normale scena di arresto che abbia ma visto in TV eppure il commento era sempre lo stesso: sventato il linciaggio. E' evidente che si tratta di clima, di un sapore, di un desiderio da appagare nello spettatore che quel linciaggio non aspetta l'ora di vederlo e sentirselo commentare per giorni ai vari Porta a Porta, qualcuno anche di farlo scendendo magari a fare la Ronda. Per fermare tutto questo occorre mettere in campo l'intelligenza. Quanto scrive Ida Magli può risultare sgradevole ma è il frutto di una maturazione culturale e politica. Io aprirei il confronto piuttosto che lo scontro.
titolo dell'articolo: Neppure l’amore può cambiare un musulmano.
C'è un tremendo equivoco di fondo nell'innamoramento che spinge una donna occidentale, e in particolare italiana, a unire la propria vita a quella di un uomo musulmano: lo ritiene suo contemporaneo. Diverso il fisico, certo; diverso lo sguardo, diversa la lingua, diverso il cibo: tutte cose che sembrano aggiungere fascino, invece che dividere. Anche i modi nel trattare le donne, in fondo, per quanto più autoritari, appaiono rassicuranti e protettivi in confronto a quelli occidentali. Ma pur sempre contemporanei. L'uomo musulmano, invece, appartiene al mondo dell'Antico Testamento, quello di 3000 anni fa, di Abramo e di Mosè, in quanto Maometto ha fondato il Corano sui primi cinque libri della Bibbia. Si tratta di un abisso in confronto al nostro mondo, non soltanto per tutti gli avvenimenti che hanno segnato il divenire del tempo e della storia in Occidente, ma soprattutto per le profondissime differenze di diritto e di costume nei riguardi delle donne. La società musulmana è tipicamente patriarcale. L'uomo è capo e padrone delle mogli e dei figli che gli devono obbedienza in tutto. La legge religiosa è l'unica legge in campo penale e civile. Vige la giustizia del taglione, con la mutilazione delle membra a seconda del tipo di reato e la condanna a morte per lapidazione per i crimini più gravi compreso l'adulterio. Insomma, è indispensabile capire che l'innamoramento non può cambiare nulla a una realtà di questo genere e che sono le donne a ingannarsi quando lo sperano e vi si affidano.
Purtroppo i politici avallano spesso con le loro affermazioni l'idea che gli immigrati possano «integrarsi» nella nostra civiltà e che comunque debbano rispettare le nostre leggi. Si tratta di belle affermazioni di principio che però non fanno i conti con i sentimenti culturali profondi, anche non del tutto consapevoli, e soprattutto non fanno i conti con la diversità di adattamento fra immigrati di sesso femminile e immigrati di sesso maschile. È chiaro che le donne trovano soltanto vantaggi nella libertà, nel rispetto, nell'uguaglianza. Ma per i maschi è tutta un'altra cosa in quanto debbono rinunciare a diritti e costumi che davano loro il potere nella famiglia e il possesso totale sulla persona della moglie e su quella dei figli. Non si pensi che l'affetto possa influire su questi diritti: gli affetti sono plasmati dalle culture.
Messo in chiaro questo presupposto, rimangono per noi in tutta la loro ferocia i delitti di questi giorni. È indispensabile fermare l'immigrazione musulmana. È indispensabile che il governo emani delle norme restrittive sui matrimoni o sulle convivenze miste e che, quando nascano dei figli, la tutela venga sorvegliata dallo Stato. Ma soprattutto è indispensabile eliminare il principio, adottato insieme al «politicamente corretto», di non giudicare le religioni. L'islamismo è una «religione-cultura» totale ed è assurdo non poterne discutere come si fa per qualsiasi altra cultura. Se vogliamo avere rapporti più sereni anche con gli Stati islamici e aiutare almeno l'Africa ad uscire dalla condizione di arretratezza psicologica e sociale, oltre che dalla povertà, in cui si trova, abbiamo il dovere di parlare delle norme coraniche, della Sura che stabilisce l'inferiorità della donna, della necessità di assumere forme di diritto penale e civile adeguate al mondo moderno.
Ida Magli - Il Giornale 27 febbraio 2009
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29 gennaio 2009
UCCIDERE HITLER PER SALVARE IL NAZISMO? OPERAZIONE VALCHIRIA...
CORRIERE della SERA del 29 gennaio 2009: "Il finto antinazismo di Cruise"
di Bernard Henry Lévy (traduzione di Daniela Maggioni):
L' uscita nelle sale del film «Operazione Valchiria», prima negli Stati Uniti e in Germania e adesso in Francia, è evidentemente una buona cosa. Infatti, è sempre una buona cosa vedere che il mondo rende onore ai propri eroi (in questo caso, Claus von Stauffenberg, anima del complotto del 20 luglio 1944 che, come sappiamo, fallì nel tentativo di uccidere Adolf Hitler). Resta il fatto che questo film, per quanto appassionante esso sia, pone un certo numero di interrogativi: troppo complessi, troppo delicati per essere risolvibili nella sola logica dell'industria hollywoodiana.
Il primo non è sfuggito ai commentatori tedeschi: riguarda la scelta di Tom Cruise per interpretare il ruolo di un uomo che ci è presentato come l'incarnazione stessa dell'onore anti-hitleriano. Non che l'attore abbia mai manifestato una qualunque simpatia per l'hitlerismo. Ma è uno dei dirigenti di una setta, la Chiesa di Scientology, i cui valori, è il minimo che si possa dire, non hanno molto a che vedere con quelli che consentirono di abbattere Hitler. Elitismo… Darwinismo sociale e politico… Educazione intesa come addestramento… Lavaggio del cervello fatto passare come principio di convinzione… Sequestri… Applicazione delle tecniche della cibernetica al coordinamento del legame sociale… Magia nera… Visione apocalittica del mondo… E' questa la scientologia. E' questo, quindi, il credo di Cruise.
Avergli permesso di incarnare Stauffenberg è, da tale punto di vista, un errore, per non dire uno sbaglio— o, come ha detto il figlio Berthold von Stauffenberg quando ne fu informato — un grave, gravissimo oltraggio alla memoria del padre.
Il secondo interrogativo è probabilmente inerente a questo genere di film e porta a chiedersi se l'eroizzazione di un personaggio non avvenga, purtroppo, a discapito della precisione, della sfumatura e della storia stessa. Il film fa ben vedere l'integrità di Stauffenberg. Mostra il suo coraggio, l'elevatezza di vedute, la fermezza d'animo. Ma cosa ci dice dei suoi pensieri? Della sua adesione, entusiasta, al nazismo, nel 1933? Perché non espone nei particolari quello che, del nazismo degli inizi, egli dovette ripudiare per portare a termine il complotto e quello che, invece, conservò? Jünger, per esempio?
Spengler? L'ostilità spietata nei confronti di Weimar e l'idea di democrazia che egli condivideva con gli ex compagni dei corpi franchi i quali, invece, restarono fedeli al nazionalsocialismo e al suo frenetico antisemitismo? La speranza consisteva nello sbarazzarsi di Hitler o dell'hitlerismo? Di un malvagio tiranno o del principio di qualsiasi tirannia? Il progetto era di distruggere il nazismo o di salvarlo? E perché il film non si dilunga sul vero e tragico paradosso della vicenda? Perché non illustra quello che si dovrebbe chiamare il «teorema di Stauffenberg», secondo cui bisognava avvicinarsi molto, moltissimo a Hitler (una prossimità che, tenuto conto di quella che era la società di iper-sorveglianza hitleriana, non poteva essere né finta né fittizia) per avere la possibilità, come Stauffenberg, di accedere alla Tana dei lupi e deporvi la valigetta con l'esplosivo? Non credo di offendere la memoria di chicchessia dicendo che, dopo «Operazione Valchiria», resta aperta la questione della comunità di valori (eh sì!) fra il nazismo e certi suoi avversari; o anche che potrebbe esserci, dopo tutto, e in seconda analisi, una forma di Witz, di logica nascosta, di astuzia della Storia, nell'incontro fra l'attore scientologo e gli autori del complotto del luglio 1944.
Resta infine il rischio che questo film faccia vedere l'albero Stauffenberg, nascondendo però la foresta della resistenza tedesca all'hitlerismo, così come la descrive Joachim Fest in un libro che esce in questi giorni in Francia («La résistance allemande à Hitler», ed. Perrin) e che bisogna leggere come contrappunto a «Operazione Valchiria». Infatti, nella casta degli alti ufficiali hitleriani, c'è già una differenza fra cospiratori tardivi (Stauffenberg) e precoci (solo nel 1938, e dall'interno stesso dell'esercito, Hans Oster e Hans von Dohnanyi). Nella galassia generata dall'esplosione del primo nucleo nazional-socialista, ci sono i nazional-bolscevichi che, come Ernst Niekisch, ruppe con Hitler fin dal 1934; i nazional-conservatori nostalgici, come Canaris, di una grande alleanza a Est infranta dalla rottura dell'accordo Stalin-Hitler; i rivoluzionari conservatori, il cui prototipo fu Hermann Rauschning, autore di «La rivoluzione del nichilismo» (ed. Armando 1994). Ma soprattutto ci furono persone semplici, come il falegname Georg Elser, autore di un tentativo di assassinio di Hitler nel 1939. Ci furono associazioni studentesche, come il gruppo «La rosa bianca», che nascosero ebrei durante tutta la guerra. Ci furono socialisti, cattolici, ebrei. Ci furono gli operai di Berlino, eroi di un romanzo di Hans Fallada che, secondo Primo Levi, era il più bel libro sulla resistenza tedesca antinazista. Ci furono, infine, quei weimariani impenitenti, come Willy Brandt, che preferirono esporsi al rimprovero d'essere «disertori» piuttosto che affrontare l'irrimediabile disonore di dover portare l'uniforme della Wehrmacht e, quindi, dei cospiratori del 20 luglio.
Cancellare queste distinzioni, tutte queste distinzioni: è qui la trappola.
Sottolinearle, incriminarle, rifare instancabilmente la distinzione fra la cultura di guerra dei nazisti e di alcuni loro oppositori da un lato e l'antinazismo radicale degli eredi di Willy Brandt dall'altro: è questo il compito che impone la confusione stessa del film. Un compito per la Germania. Un dovere per l'Europa.
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08 giugno 2008
LA STORIA DELLE COSE

Documentario The Story of Stuff con Annie Leonard come conduttrice imbonitrice... Lo si può vedere su You Tube in tre parti, la prima, la seconda e la terza. Qui trovate un estratto tradotto e doppiato per il progetto dePILiamoci a cura di Roberto Lorusso e Nello De Padova.
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29 febbraio 2008
CONOSCI LA WEBARCHIA?
Partecipo per gioco da qualche giorno ad simulazione in web di democrazia diretta. E' un gioco davvero divertente e una straordinaria palestra di politica vera, nel senso della Polis greca. Non ci sono gli ideologismi ma ognuno deve cimentarsi nel tradurre in fatti quelle che considera le sue idee. Ne vien fuori uno spaccato non tanto felice della nostra maturità politica: Questo gioco andrebbe fatto nelle Scuole dell'obbligo!
Intanto in pochi giorni posso vantarmi di essere diventato Leader della prima tematica ossia degli Affari Costituzionali e Ordinamento della Repubblica. Ho scritto la Legge Elettorale che ha preso al momento più voti ed è un Sistema Uninominale come piacerebbe a Pannella ma non secco bensì con il doppio turno.
Avendoci preso gusto ho proposto qualcosa di molto più difficile ed ho toccato il massimo dei Tabù, quello sull'Articolo 1 della nostra Costituzione. L'Italia fondata sul lavoro. Ovviamente mi stanno massacrando ma il dibattito è molto acceso e ne valeva la pena. Al momento perdo ma con un buon consenso di quasi il 25% dei votanti (e l'astensione di un altro 25%). Temevo peggio. SE VOLETE RAGGIUNGERMI E MAGARI AIUTARMI A VINCERE (o a perdere?) SCOPRIRETE ANCHE VOI QUESTO GIOCO (ne iniziano a parlare anche tv e giornali...).
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16 gennaio 2008
GLOBAL GOD VS LOCAL GOODS
Evidentemente nei miei post precedenti sui discorsi del Papa per l'Epifania avevo visto giusto. COME SUI RIFIUTI A NAPOLI anche questa volta la politica responsabile entra in campo solo di fronte alle EMERGENZE. Per il resto la parola resta nelle mani del massimalismo di ogni tipo, fondamentalismi religiosi compresi ma ancor peggio i soli e miseri integralismi di ogni tipo e coloro, ateisti e laicisti compresi. Aggiungo solo alcune brevi considerazioni alle ovvietà del giorno dopo che oggi hanno riempito i giornali.
C'é una sinistra anticlericale e una sinistra massimalista che identificano questo Pontefice con l'idea rassicurante per ogni estremista di un Papa Reazionario. Io credo che sia troppo semplice e che invece questo Pontefice sia molto più utile al mondo laico dell'amato Papa Woitjla. Questo Papa tedesco ha la levatura di un filosofo e sposta infatti sul piano teologico il discorso, affrontando senza reticenza e con un radicalismo della ragione il confronto spinoso tra Fede e Ragione. Lo fa con un postulato programmatico rischiosissimo ossia quello di provare il fondamento nella Ragione della Fede. Il suo presunto attacco (da una Università si noti) all'Islam era invece un attacco alla Trascendentalismo, da quello monacale a quello protestante, da quello nichilista a quello appunto islamista. Più che invocare un generico ecumenismo delle fedi questo Papa apre invece ad un confronto con le religioni della tradizione ed in questo senso può meglio dialogare sia con gli ortodossi cristiani, sia con l'Islam. E vorrei ricordare - perché non di poco conto - che nel discorso sopra citato la novità assoluto era la dimostrazione razionalista della incompatibilità tra Fede e Fede imposta con la violenza. Altro che Papa delle Crociate! Un grande messaggio all'Islam, invece! Un argomento da poter riprendere e far rimbalzare per le Scuole coraniche desiderose di trovare alternative all'integralismo islamista. Questo il vero significato di quel discorso e che nessuno nel mondo laico è stato capace di leggere e riproporre all'Islam moderato (ma io preferirei dire democratico e moderno). In questo senso questa Papa è un continuatore e non un demolitore del precedente. E' stupidissima la lettura opposta. Paradossalmente le aperture del precedente erano meno capaci di gettari ponti con le altri religioni delle chiusure di questo. Ne è un esempio la messa detta di spalle. E' questo un gesto che riapre il dialogo con le Chiese Ortodosse e non è un gesto reazionario quanto piuttosto un ritorno alle origini della Fede. Per millenni i fedeli, anche quando erano comunità senza sacerdoti, pregavano in questo modo. Non è Uno che da le spalle come si vuol leggere nei commenti di questi giorni bensì è un Tutti che si rivolgono a Dio (al limite, si potrà dire, attraverso la mediazione di Uno per Tutti, il sacerdote che è comunque l'officiante). Nella messa le spalle del sacerdote caricano di mistero l'eucarestia e fanno sentire al fedele che in quel momento ci si sta volgendo tutti insieme ad un altrove (il cielo, lo spirito santo). Francamente per me il nemico reazionario ha un nome opposto, sono le messe con le canzonette strimpellate alla Sanremo, della serie "volemoci bene" e facciamo festa che mi sembrano al passo con un degradante segno dei tempi. Tranne poi avere nostalgia viaggiando per il mondo per l'intensità rituale di altre confessioni religiose e di altre culture! Il solito razzismo capovolto.
Polemicamente aggiungerei infatti che coloro che hanno tolto la parola al Papa sono gli stessi che hanno ritenuto offensive e da censurare le vignette sull'Islam. Io ho sempre ritenuto geniali le vignette del Male e poi di Cuore sul Papa e avrei difeso anche quelle sull'Islam. I miei amici di sinistra no. Loro si oppongono solo all'integralismo del Papa ma non a quello delle Moschee, nemmeno quando si trasformano in appelli all'omicidio di artisti, scrittori e registi.
A titolo di chiarezza aggiungerò soltanto alcune brevi note di deontologia laica:
- l'invito del rettore dell'università era corretto nella sostanza (il Papa è l'erede del fondatore di quella Università) e nella forma (non era il relatore bensì l'ospite e non è mai accaduto che al discorso dell'ospite segue il contraddittorio, mai!)
- il Papa aveva diritto di parola come altri avevano diritto di contestarla ma nei contenuti e non per impedirgliela
- i veri laici avrebbero avuto un'occasione straordinaria di confronto, un confronto che però è difficile e mette in gioco le questioni fondamentali del nostro futuro prossimo e sulle quali non c'é da stare in difensiva rispetto al richiamo che tutti i fondamentalismi religiosi rappresentano e che non è detto che si traducano tutti in integralismo
- quello a cui abbiamo assistito potremmo chiamarlo un fondamentalismo laicista e/o ateo trasformato in integralismo
- quella che rimane muta e senza argomenti è una sana cultura laica
- in tal senso poco mi importa delle campagne su aborto, sessualità, famiglia e confini della Scienza alle quali basterebbe ricordare a tutti che su queste questioni lo Stato non risponde per eticità ma per mediocre scelta di relativa opportunità (qualcuno oggi ha detto che quando si tratta di fare delle scelte sarebbe bene non tirare in ballo da blasfemi Dio), facendo scelte che devono risultare le migliori in quel momento e che possono sempre essere rimesse in discussione dai ritorni più o meno negativi che esse hanno. L'aborto illegale faceva morire le donne in altissima percentuale, la legge sulla fecondazione fa scappare all'estero chi se lo può permettere, quelle sui limiti alla ricerca fa scappare i cervelli e la legge di famiglia non regolamenta diritti e doveri di tanti conviventi. Semplice no? Perché la Chiesa dovrebbe abbassare i toni poi nel giudicare tutti questi peccatori? Li alzi pure. Aumenterà al limite il tasso di senso di colpa. Comunque sia, nessuna di queste vicende nostrane (local goods nel senso meschino delle "merci della politica con la p minuscola") giustifica quanto accaduto oggi.
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02 gennaio 2008
DALLA CINA CON FURORE
In quattro giorni su You Tube lo hanno già visto in 100.000 e vi sono già un centinaio di commenti. Essendo in cinese in occidente pochi capiscono di che si tratta. Io sono stato tentato di girarlo subito. Pensavo fosse un caso di censura politica: una protesta in occasione delle future Olimpiadi. Non è così. Anche in Cina si vive di gossip televisivo. La donna si chiama Hu Zi Wei ed è la moglie di un noto commentatore sportivo della Televisione di stato CCTV di nome Zhang Bin. Lui vuole separarsi da lei e lei lo accusa di avere un amante francese. Una moglie disperata. Nei commenti c'é chi trova poco dignitoso il suo modo di fare e chi invece non vorrebbe più vedere Zhang Bin in TV. Democrazia, Libertà... a quanto pare ai cinesi arriva solo il peggio ma questo peggio è forse quello che anche gli italiani amano di più della democrazia e della libertà. Un bel grattacapo.
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19 dicembre 2007
ARBEIT MACHT FREI?
Effetti ipnotici dei raduni di massa: assorto come di rado nei miei pensieri mi sono chiesto quale sciocchezza sia questa "sacralizzazione" del lavoro. Chi, come me, ha fatto il 77 si era buttato alle spalle queste ovvietà della sinistra storica (la si definiva così in quei tempi). Il lavoro è innanzitutto una merce (chiaro no? il lavoro è quello che noi mettiamo in vendita del nostro saper fare). Chi è quel pazzo che vorrebbe mettere una merce alla base di un patto civile come la Costituzione? Da noi è stato fatto ("L'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro") ma la cosa peggiore è che oggi nemmeno negli ambienti della sinistra più radicale sento un eco di quella critica radicale del lavoro. Tutti vanno orgogliosi di questo articolo primo che è invece un'oscenità, una negazione del vero valore della concetto di cittadinanza che è il cardine della democrazia. Anche Grillo si scaglia contro la precarietà con argomenti non solo pratici, che tutti approvano se dimostrati veri (ma di cui è legittimo quindi dubitare). Egli invece naviga in questo mare dove il lavoro è fonte di identità. Eppure proprio il web e, ancor più, l'era nuova del web (quella per intenderci dove nasce un'enciclopedia con il lavoro collettivo di tutti coloro che ne usufruiscono, fuori quindi dalla condizione del lavoro e del vendere prestazioni che ne è alla base) è testimone che il legame tra identità e lavoro è finalmente saltato in aria. Una delle poche profezie marxiane che si stanno attuando. Che poi questo non voglia dire necessariamente "liberazione" né tanto meno "liberazione dal lavoro" è un'altra cosa. In ogni caso qualcuno a sinistra dovrebbe iniziare a provare imbarazzo per quella frase nei campi di concentramento sul Lavoro che Libera l'Uomo. Non si trattava di ironia! Il lavoro è una maledizione divina, pone la condizione umana come condizione tragica. E' sbagliato volersene liberare (perché sarebbe un'utopica palingenesi foriera solo di tragedie) ma è altrettanto sbagliato voler cantare la condizione umana come armonica e organica. La solita questione della Modernità che troverà soluzione nella Post Modernità solo quando si sarà ristrutturata sulla condizione tragica dell'umano di cui essa stessa rappresenta il punto limite di arrivo. Il problema (nuovo rispetto all'uomo Greco che è l'iniziatore di questo processo bimillenario) è che nella Modernità si è tornati a questa condizione ma toccandone il limite, il Limes. Non c'é più il centro della Polis a governare questa condizione e si è soggetti ad una forza centrifuga che fa nascere istinti centripeti. Accadde la stessa cosa alla fine dell'Impero Romano e da allora fu interrotto infatti quel processo di cui parlavo. Non dimentichiamoci che corrispose alla fine di quella divisione storica del lavoro che aveva reso possibile la prima modernità, quella greco romana. Parlo ovviamente della Schiavitù. Finita la schiavitù crollò il suo corollario ossia la cittadinanza. Ne conseguì un ideale organicista del rapporto tra uomo, natura e società ossia il sistema feudale. Senza dirselo, si trasformarono tutti in schiavi. Il ritorno alla classicità del pensiero Greco, il ritorno alla centralità dell'economia di scambio e con essa della borghesia, il ritorno della Polis, mettono fine al sistema feudale ma non è un cerchio che si ripete quanto una spirale che si ripete sì ma ogni volta nuova. E questa volta la schiavitù si chiama lavoro salariato ma non è più escluso dalla cittadinanza, quasi il contrario diventa paradigmatico della condizione umana mentre chi se ne affranca realmente entra quasi in una condizione di invisibilità. Oggi questo processo sembra essere giunto alla sua fine, ad un punto limite. L'uomo libero è altro dal lavoratore, è individuo, persona, piuttosto è un consumatore. A cosa deve corrispondere la fine di questo scenario moderno che ha nel lavoro salariato il corrispettivo della schiavitù antica? Vogliamo un altro crollo e nuovi organicismi? Io no e non ho nostalgia dei crolli che i tentativi rivoluzionari sia di destra (fascismo) sia di sinistra (comunismo) hanno subito, ma non per questo voglio sentirmi meno capace di una critica (forse sarebbe meglio dire comprensione, per non essere equivocati, ma la critica è una comprensione attiva, militante, ossia rivolta al futuro e quindi alla politica e non alla mera storicizzazione) radicale del presente. Scusate "compagni" se è poco...
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anamorfo
h.
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25 marzo 1994
IL MARE DENTRO
Che un animale ne mangi un altro non modifica la situazione fondamentale: ogni animale è nel mondo come acqua dentro l'acqua. (G. Bataille)
L'acqua rende crudeli e la crudeltà è spesso tutt'uno con la mitezza e l'intelligenza. Carattere mediterraneo.
L'acqua è spesso un confine, un limite oltre il quale si scopre l'infinito, l'origine o l'annullamento di ogni storia: l'abisso. Allora, dentro i confini, sullo spazio di terra ferma, crescono le identità, i continenti: isole grandi o isole imperfette, che hanno bisogno di nuovo dell'acqua, dei fiumi, per ridarsi confini. Il nostro mare, no: lui è forse un limite per i nostri passi, un luogo dove fermarsi a guardare oltre, ma è un confine dentro, dove ci si ferma più per ascoltare, o per ascoltarsi dentro. Infatti noi lo sappiamo, lo abbiamo sempre saputo, oltre quelle onde, oltre quella distesa verde e azzurra che porta con sé l'idea del nulla, vi sono invece i nostri vicini, vi siamo nuovamente noi, o una nuova modulazione del nostro essere.
Un tempo il Mediterraneo era il cuore dell'universo pensato. Intorno a lui il reticolo delle strade romane. E se le strade fanno pensare al viaggiare dei nostri pensieri, il mare fa pensare al loro confondersi in un cuore indistinto di impressioni, dove le parole giocano a diluirsi se non a perdersi in un oscuro abisso che precede il linguaggio. Il mediterraneo è stato così, nell'antichità. Il tempo in cui si conosceva l'opacità della parola era il tempo in cui alle strade si preferivano le rotte di mare, il mare come reticolo di strade, da una sponda all'altra della Terra.
Intorno all'acqua v'era la Terra. E l'acqua scorreva, una grande acqua che attraversava le cose e le nutriva. Di solito, altrove, sono grandi fiumi, che attraversano il Mondo. Il mare è diverso, acqua nell'acqua, il Mondo vi si annulla per rinascere all'orizzonte. L'universo ebbe allora un cuore d'acqua, con l'infinito dentro: la profondità oscura e non definibile dell'Essere. Quell'universo aveva al centro un mite oceano: era il Mare Dentro.
Così è stato, a lungo tempo. Eppure, con la nascita dell'Europa, il mare divenne un muro di cinta. Ciò che era stato unito dovette dividersi, ed è una lunga Storia. E' la storia delle identità, dove "sono i buoni muri di cinta a fare i buoni vicini". Ma i muri non si fanno d'acqua ed il mare divenne il confine minaccioso oltre il quale spuntava l'Altro. L'Europa si disse cristiana e si fece continentale e sul suolo di terra tutta la storia ha giocato la partita delle identità. Non ultime le Nazioni, frazioni di senso dei continenti. Eppure le identità sono come le parole, per avere senso hanno bisogno di confini, di definizioni ma hanno anche bisogno della poesia e dello scambio, per non perdere la necessità ed il senno.
Perché ogni parola è una zolla di terra, ha l'acqua dentro.
Anche l'Europa potrebbe ripensarsi con il mare dentro, come alle sue origini. E lo scambio di allora potrebbe ritornare ad essere quello di oggi, ricchezza di identità, mercato della necessità. Dentro l'acqua del mediterraneo ritroveremmo l'eco di una comune appartenenza, così le identità etniche e linguistiche, religiose, culturali e territoriali che l'acqua stessa, in un rimando infinito di senso, continuerà a creare, perché luogo indifferente dove le identità si annodano e si scambiano.
...
E' quello che il cinema mi ha insegnato. Non il racconto quanto la visione delle cose. Anche il cinema ha l'acqua dentro, se lascia i confini delle definizioni, del senso, per ridare parola alle cose, nel loro Muto apparire in immagini e suoni. Il cinema come prova ontologica della poesia, il cinema come visione poetica della realtà. Il cinema con il mare dentro.
Bari, Teatro Kysmet, 25 marzo 1994
Manifesto programmatico per le "videomemorie" di Angelo Amoroso d'Aragona
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anamorfo
h.
9:14 PM
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