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27 febbraio 2009

IDA MAGLI SULL'IMMIGRAZIONE MUSULMANA


Invito tutti a confrontarci senza isterismi sulle parole di Ida Magli. Non lo faccio per raccogliere invettive ma per ragionare insieme. Se un intellettuale come Ida Magli ha finito per trovare solo le colonne de Il Giornale per scrivere quello che pensa credo che sia dovuto anche al clima di linciaggio che si riceve a sinistra ogni volta che su questi argomenti si esce dal coro. Intanto nel paese di linciaggio non morale ma reale cresce il desiderio e ora al caso degli stupri si aggiungono anche l'omicidio dei figli da parte dei padri musulmani che ne reclamano la proprietà fisica, religiosa e di nazionalità contro le mogli italiane. Questo desiderio di linciaggio fisico dell'immigrato è impressionante mentre dall'altra parte ci si arrocca dietro posizioni che non abbondano solo di "buonismo" ma purtroppo anche di ignoranza sulle oggettive condizioni di scontro tra culture che l'immigrazione comporta. Intanto, ieri sera, ho visto un notiziario in cui le immagini normali della polizia che scortava dentro la volante il presunto omicida venivano commentate dal mezzobusto con un "evitato il linciaggio..." che non trovava alcun riscontro nel video. In nessuna di queste videocassette commentate da giorni nei TG con sventati linciaggi io ho visto reali scene di linciaggio o situazioni di vero pericolo ma quella di ieri era davvero la più normale scena di arresto che abbia ma visto in TV eppure il commento era sempre lo stesso: sventato il linciaggio. E' evidente che si tratta di clima, di un sapore, di un desiderio da appagare nello spettatore che quel linciaggio non aspetta l'ora di vederlo e sentirselo commentare per giorni ai vari Porta a Porta, qualcuno anche di farlo scendendo magari a fare la Ronda. Per fermare tutto questo occorre mettere in campo l'intelligenza. Quanto scrive Ida Magli può risultare sgradevole ma è il frutto di una maturazione culturale e politica. Io aprirei il confronto piuttosto che lo scontro.

titolo dell'articolo: Neppure l’amore può cambiare un musulmano.
C'è un tremendo equivoco di fondo nell'innamoramento che spinge una donna occidentale, e in particolare italiana, a unire la propria vita a quella di un uomo musulmano: lo ritiene suo contemporaneo. Diverso il fisico, certo; diverso lo sguardo, diversa la lingua, diverso il cibo: tutte cose che sembrano aggiungere fascino, invece che dividere. Anche i modi nel trattare le donne, in fondo, per quanto più autoritari, appaiono rassicuranti e protettivi in confronto a quelli occidentali. Ma pur sempre contemporanei. L'uomo musulmano, invece, appartiene al mondo dell'Antico Testamento, quello di 3000 anni fa, di Abramo e di Mosè, in quanto Maometto ha fondato il Corano sui primi cinque libri della Bibbia. Si tratta di un abisso in confronto al nostro mondo, non soltanto per tutti gli avvenimenti che hanno segnato il divenire del tempo e della storia in Occidente, ma soprattutto per le profondissime differenze di diritto e di costume nei riguardi delle donne. La società musulmana è tipicamente patriarcale. L'uomo è capo e padrone delle mogli e dei figli che gli devono obbedienza in tutto. La legge religiosa è l'unica legge in campo penale e civile. Vige la giustizia del taglione, con la mutilazione delle membra a seconda del tipo di reato e la condanna a morte per lapidazione per i crimini più gravi compreso l'adulterio. Insomma, è indispensabile capire che l'innamoramento non può cambiare nulla a una realtà di questo genere e che sono le donne a ingannarsi quando lo sperano e vi si affidano.
Purtroppo i politici avallano spesso con le loro affermazioni l'idea che gli immigrati possano «integrarsi» nella nostra civiltà e che comunque debbano rispettare le nostre leggi. Si tratta di belle affermazioni di principio che però non fanno i conti con i sentimenti culturali profondi, anche non del tutto consapevoli, e soprattutto non fanno i conti con la diversità di adattamento fra immigrati di sesso femminile e immigrati di sesso maschile. È chiaro che le donne trovano soltanto vantaggi nella libertà, nel rispetto, nell'uguaglianza. Ma per i maschi è tutta un'altra cosa in quanto debbono rinunciare a diritti e costumi che davano loro il potere nella famiglia e il possesso totale sulla persona della moglie e su quella dei figli. Non si pensi che l'affetto possa influire su questi diritti: gli affetti sono plasmati dalle culture.
Messo in chiaro questo presupposto, rimangono per noi in tutta la loro ferocia i delitti di questi giorni. È indispensabile fermare l'immigrazione musulmana. È indispensabile che il governo emani delle norme restrittive sui matrimoni o sulle convivenze miste e che, quando nascano dei figli, la tutela venga sorvegliata dallo Stato. Ma soprattutto è indispensabile eliminare il principio, adottato insieme al «politicamente corretto», di non giudicare le religioni. L'islamismo è una «religione-cultura» totale ed è assurdo non poterne discutere come si fa per qualsiasi altra cultura. Se vogliamo avere rapporti più sereni anche con gli Stati islamici e aiutare almeno l'Africa ad uscire dalla condizione di arretratezza psicologica e sociale, oltre che dalla povertà, in cui si trova, abbiamo il dovere di parlare delle norme coraniche, della Sura che stabilisce l'inferiorità della donna, della necessità di assumere forme di diritto penale e civile adeguate al mondo moderno.
Ida Magli - Il Giornale 27 febbraio 2009

16 gennaio 2008

GLOBAL GOD VS LOCAL GOODS

Evidentemente nei miei post precedenti sui discorsi del Papa per l'Epifania avevo visto giusto. COME SUI RIFIUTI A NAPOLI anche questa volta la politica responsabile entra in campo solo di fronte alle EMERGENZE. Per il resto la parola resta nelle mani del massimalismo di ogni tipo, fondamentalismi religiosi compresi ma ancor peggio i soli e miseri integralismi di ogni tipo e coloro, ateisti e laicisti compresi. Aggiungo solo alcune brevi considerazioni alle ovvietà del giorno dopo che oggi hanno riempito i giornali.
C'é una sinistra anticlericale e una sinistra massimalista che identificano questo Pontefice con l'idea rassicurante per ogni estremista di un Papa Reazionario. Io credo che sia troppo semplice e che invece questo Pontefice sia molto più utile al mondo laico dell'amato Papa Woitjla. Questo Papa tedesco ha la levatura di un filosofo e sposta infatti sul piano teologico il discorso, affrontando senza reticenza e con un radicalismo della ragione il confronto spinoso tra Fede e Ragione. Lo fa con un postulato programmatico rischiosissimo ossia quello di provare il fondamento nella Ragione della Fede. Il suo presunto attacco (da una Università si noti) all'Islam era invece un attacco alla Trascendentalismo, da quello monacale a quello protestante, da quello nichilista a quello appunto islamista. Più che invocare un generico ecumenismo delle fedi questo Papa apre invece ad un confronto con le religioni della tradizione ed in questo senso può meglio dialogare sia con gli ortodossi cristiani, sia con l'Islam. E vorrei ricordare - perché non di poco conto - che nel discorso sopra citato la novità assoluto era la dimostrazione razionalista della incompatibilità tra Fede e Fede imposta con la violenza. Altro che Papa delle Crociate! Un grande messaggio all'Islam, invece! Un argomento da poter riprendere e far rimbalzare per le Scuole coraniche desiderose di trovare alternative all'integralismo islamista. Questo il vero significato di quel discorso e che nessuno nel mondo laico è stato capace di leggere e riproporre all'Islam moderato (ma io preferirei dire democratico e moderno). In questo senso questa Papa è un continuatore e non un demolitore del precedente. E' stupidissima la lettura opposta. Paradossalmente le aperture del precedente erano meno capaci di gettari ponti con le altri religioni delle chiusure di questo. Ne è un esempio la messa detta di spalle. E' questo un gesto che riapre il dialogo con le Chiese Ortodosse e non è un gesto reazionario quanto piuttosto un ritorno alle origini della Fede. Per millenni i fedeli, anche quando erano comunità senza sacerdoti, pregavano in questo modo. Non è Uno che da le spalle come si vuol leggere nei commenti di questi giorni bensì è un Tutti che si rivolgono a Dio (al limite, si potrà dire, attraverso la mediazione di Uno per Tutti, il sacerdote che è comunque l'officiante). Nella messa le spalle del sacerdote caricano di mistero l'eucarestia e fanno sentire al fedele che in quel momento ci si sta volgendo tutti insieme ad un altrove (il cielo, lo spirito santo). Francamente per me il nemico reazionario ha un nome opposto, sono le messe con le canzonette strimpellate alla Sanremo, della serie "volemoci bene" e facciamo festa che mi sembrano al passo con un degradante segno dei tempi. Tranne poi avere nostalgia viaggiando per il mondo per l'intensità rituale di altre confessioni religiose e di altre culture! Il solito razzismo capovolto.
Polemicamente aggiungerei infatti che coloro che hanno tolto la parola al Papa sono gli stessi che hanno ritenuto offensive e da censurare le vignette sull'Islam. Io ho sempre ritenuto geniali le vignette del Male e poi di Cuore sul Papa e avrei difeso anche quelle sull'Islam. I miei amici di sinistra no. Loro si oppongono solo all'integralismo del Papa ma non a quello delle Moschee, nemmeno quando si trasformano in appelli all'omicidio di artisti, scrittori e registi.
A titolo di chiarezza aggiungerò soltanto alcune brevi note di deontologia laica:
- l'invito del rettore dell'università era corretto nella sostanza (il Papa è l'erede del fondatore di quella Università) e nella forma (non era il relatore bensì l'ospite e non è mai accaduto che al discorso dell'ospite segue il contraddittorio, mai!)
- il Papa aveva diritto di parola come altri avevano diritto di contestarla ma nei contenuti e non per impedirgliela
- i veri laici avrebbero avuto un'occasione straordinaria di confronto, un confronto che però è difficile e mette in gioco le questioni fondamentali del nostro futuro prossimo e sulle quali non c'é da stare in difensiva rispetto al richiamo che tutti i fondamentalismi religiosi rappresentano e che non è detto che si traducano tutti in integralismo
- quello a cui abbiamo assistito potremmo chiamarlo un fondamentalismo laicista e/o ateo trasformato in integralismo
- quella che rimane muta e senza argomenti è una sana cultura laica
- in tal senso poco mi importa delle campagne su aborto, sessualità, famiglia e confini della Scienza alle quali basterebbe ricordare a tutti che su queste questioni lo Stato non risponde per eticità ma per mediocre scelta di relativa opportunità (qualcuno oggi ha detto che quando si tratta di fare delle scelte sarebbe bene non tirare in ballo da blasfemi Dio), facendo scelte che devono risultare le migliori in quel momento e che possono sempre essere rimesse in discussione dai ritorni più o meno negativi che esse hanno. L'aborto illegale faceva morire le donne in altissima percentuale, la legge sulla fecondazione fa scappare all'estero chi se lo può permettere, quelle sui limiti alla ricerca fa scappare i cervelli e la legge di famiglia non regolamenta diritti e doveri di tanti conviventi. Semplice no? Perché la Chiesa dovrebbe abbassare i toni poi nel giudicare tutti questi peccatori? Li alzi pure. Aumenterà al limite il tasso di senso di colpa. Comunque sia, nessuna di queste vicende nostrane (local goods nel senso meschino delle "merci della politica con la p minuscola") giustifica quanto accaduto oggi.

07 gennaio 2008

Lo struzzo del laicismo

Mentre io rifletto sul discorso del Papa del 6 gennaio sulla stampa italiana infuriano le polemiche su ateismo, laicismo e le crociate del Foglio di Ferrara. Mi sembra un dibattito da poco. Di Piergiorgio Odifreddi ho letto con grande fatica "Le menzogne di Ulisse", un compendio storico del pensiero Logico che non consiglierei a nessuno. Lui si vanta di avere una prosa ammaliante e una capacità di trasformare in racconto la matematica ma non è affatto così. Invece ostenta giudizi approssimativi su qualsiasi forma di pensiero non "positivo" (e sono comunque i passaggi più divertenti del libro). Il suo intervento su Repubblica di ieri è un intervento a gamba tesa, pari a quelli di Ferrara contro di lui o contro la Bonino. Gii risponde oggi Boselli per ribadire però cose ovvie che dovrebbero essere il punto di partenza. Ossia "il principio di «eguale rispetto» da parte dello Stato nei confronti delle varie posizioni religiose e anche nei confronti della non religione. Se accettiamo la formula di Martha Nussbaum (il Nord America è in queste discussioni assai attrezzato!) possiamo anche parlare di un principio di «non preferenzialismo». Fare attenzione: la formula è onerosa per tutti, chiede ai religiosi di assegnare uguale dignità alle altre fedi e alle posizioni non-religiose (atee, agnostiche, etsi deus daretur o etsi non daretur fa lo stes so), e chiede ai non religiosi (atei e ma terialisti ottocenteschi compresi) di assegnare uguale dignità a quelle religio se (non equiparandole, per esempio, caro Odifreddi, a oroscopi e altri intrat tenimenti)." (l'intervento integrale nel link nascosto sotto il titolo di questo post). A nessuno viene in mente che vi sono milioni di musulmani alle porte e dentro i loro territori storici che di questi argomenti non tengono alcun conto. Sapere se la religione madre dell'Occidente sia alleata attiva della laicità dello Stato o se invece si ponga sul piano concorrente all'Islam non è cosa da poco. E' uno degli scenari più inquietanti per una guerra non solo di armi che è il nostro immediato futuro. Per quanto mi riguarda ci manca solo che qualcuno per gioco o per voglia di protagonismo faccia finta di far entrare anche l'ateismo in gioco per il dominio teologico sul mondo. Essere atei è una cosa, pretendere che lo sia lo Stato è un'altra. Come io temevo intanto i Laici fanno gli Struzzi e lasciano la parola solo a coloro che sono "contro" (la Chiesa, Dio, ecc.).

GLOBAL GOD 2

Trovo oggi un nuovo rilancio di agenzia del discorso del Papa per l'Epifania. L'accento qui cade sull'impegno cristiano per un mondo che sposi lo sviluppo sostenibile e l'equità. L'impegno laico anche del cristiano sembra qui essere lo scenario contemplato. Il mondo non si salverebbe più hic et nunc perché convertito al Cristianesimo bensì viene salvato dagli uomini, che così si dimostrano all'altezza di un disegno che la Chiesa Cristiana considera opera dello Spirito Santo. Questa chiave di lettura, dai toni molto differenti dall'altra se letta coerentemente con il famoso discorso dello Scandalo sull'Islam, apre interessanti sviluppi. Da una parte si prendono le distanze da tutte le forme di trascendentalismo che connotano ogni fondamentalismo (e il Papa non indicava solo molte scuole coraniche ma anche molte correnti monacali del cattolicesimo, molti dei dissensi con il mondo protestante e ortodosso, oltre che le forme nichiliste e romantiche del pensiero moderno). Dall'altra ci si ricollegava invece alla tradizione razionalista del pensiero occidentale, al pensiero greco antico e agli sviluppi filosofici di questo. Uno spazio d'azione in cui la laicità e il secolarismo - io penso - potrebbe essere maggiormente considerato, mentre, in specie il secolarismo, questo Papa come il precedente, continuano ad indicarlo come nemico. Così facendo e dicendo ne consegue che esiste un mondo redento da conquistare tramite Dio ma non esiste che perdizione nel tentativo mediocre di costruirne uno migliore ma imperfetto perché semplicemente non di Dio ma degli uomini. Ebbene no. La globalizzazione è la nuova Babele e c'é solo da sperare in una nuova redenzione che compia la Nuova Israele. Ma non si riapre così lo spazio alla tentazione fondamentalista che vede solo nella palingenesi la soluzione della Storia umana? E' con tale pensiero apocalittico che la Chiesa Cattolica e con essa tutte le chiese cristiane dovrebbero avere il coraggio di rompere. I totalitarismi del secolo scorso sono tutti figli di questo paradigma e questo paradigma nasce dal pensiero religioso occidentale. Erano questi i miei dubbi sui laici che fanno gli struzzi e non osano chiedere ragione di questo. Nel bollettino stampa di oggi i toni sono decisamente diversi e pongono l'accento proprio sulla buona volontà dei cristiani. Leggiamone allora le parole (ma è possibile leggere anche il testo integrale):
- "Con la chiamata di Abramo inizia la storia della benedizione cioè "il grande disegno di Dio per fare dell’umanità una famiglia, mediante l’alleanza con un popolo nuovo, da Lui scelto perché sia una benedizione in mezzo a tutte le genti" - si parla ovviamente degli Ebrei e non è poco questo tono - "Questo piano divino è tuttora in corso e ha avuto il suo momento culminante nel mistero di Cristo. Da allora sono iniziati gli "ultimi tempi", nel senso che il disegno è stato pienamente rivelato e realizzato in Cristo, ma chiede di essere accolto dalla storia umana, che rimane sempre storia di fedeltà da parte di Dio e purtroppo anche di infedeltà da parte di noi uomini. La stessa Chiesa, depositaria della benedizione, è santa e composta di peccatori, segnata dalla tensione tra il "già" e il "non ancora". L’arrivo dei Magi dall’Oriente a Betlemme è il segno della manifestazione del Re universale ai popoli e a tutti gli uomini che cercano la verità. Con Gesù Cristo la benedizione di Abramo si è estesa a tutti i popoli, alla Chiesa universale come nuovo Israele che accoglie nel suo seno l’intera umanità. Anche oggi, tuttavia, resta in molti sensi vero quanto diceva il profeta: "nebbia fitta avvolge le nazioni" e la nostra storia. Non si può dire infatti che la globalizzazione sia sinonimo di ordine mondiale, tutt’altro. I conflitti per la supremazia economica e l’accaparramento delle risorse energetiche, idriche e delle materie prime rendono difficile il lavoro di quanti, ad ogni livello, si sforzano di costruire un mondo giusto e solidale. C’è bisogno di una speranza più grande, che permetta di preferire il bene comune di tutti al lusso di pochi e alla miseria di molti. Se c’è una grande speranza si può perseverare nella sobrietà. Se manca la vera speranza, si cerca la felicità nell’ebbrezza, nel superfluo, negli eccessi, e si rovina se stessi e il mondo. La moderazione non è allora solo una regola ascetica, ma anche una via di salvezza per l’umanità. È ormai evidente che soltanto adottando uno stile di vita sobrio, accompagnato dal serio impegno per un’equa distribuzione delle ricchezze, sarà possibile instaurare un ordine di sviluppo giusto e sostenibile. Per questo c’è bisogno di uomini che nutrano una grande speranza e possiedano perciò molto coraggio. Il coraggio dei Magi, che intrapresero un lungo viaggio seguendo una stella, e che seppero inginocchiarsi davanti ad un Bambino e offrirgli i loro doni preziosi. Abbiamo tutti bisogno di questo coraggio, ancorato a una salda speranza".
Ma si parla di coraggio laico o del coraggio della fede? Io nel mio piccolo continuo a pensare che la modernità abbia messo radici nella cultura cristiana grazie alla distinzione tra le cose di Cesare e quelle di Dio. E' in questa separazione che la Chiesa dovrebbe reinventare il suo posto nel mondo.

06 gennaio 2008

GLO-GOD

Il nuovo Papa delinea sempre meglio il suo pensiero. Come non condividerlo quando dice: ''La globalizzazione non è sinonimo di ordine mondiale. I conflitti per la supremazia economica e l'accaparramento delle risorse energetiche, idriche e delle materie prime rendono difficile il lavoro di quanti, a ogni livello, si sforzano di costruire un mondo giusto e solidale. C'è bisogno di una speranza più grande, che permetta di preferire il bene comune di tutti al lusso di pochi e alla miseria di molti."
I problemi sorgono dopo. La speranza più grande di cui ci parla Papa Benedetto XVI non solo è Dio ma è unicamente il Dio dei cristiani, quello del Nuovo Israele, sinonimo di un Nuovo Ordine mondiale.
E' difficile pensare che possa essere diverso da così per un cristiano che non voglia essere un "cristiano della domenica". Il cristianesimo è una religione universalista e che non contempla forme di relativismo dell'esperienza spirituale.
Al contempo ricordare questo e dargli forza come ha fatto il Papa pone la Chiesa Cattolica e le chiese cristiane con essa in una posizione di competizione assoluta con le altre religioni. Esattamente come fa il fondamentalismo islamico.
Non credo che il Papa possa averci lasciato senza risposte su questo ma non se ne trova traccia nelle comunicazioni degli uffici stampa. E il mondo laico che fa? Fa finta di non capire? Non si interroga? Anche questo è un modo per non ascoltare. Chi non vuole apparire "contro", "anticlericale" o "ateo" risolve il problema facendo lo Struzzo.

29 dicembre 2007

APPUNTI DI FILOSOFIA - 1: DIO

L’esistenza di Dio
Voler provare l’esistenza di Dio è come voler provare l’esistenza di qualcosa ancora prima di aver definito “cosa”. Ogni prova di Dio porta infatti con se una diversa definizione dell’oggetto cercato. In realtà si manifesta ciò che cerchiamo solo dopo averlo trovato o, in negativo, per non averlo trovato.
Ne consegue che Dio è un sentimento, un afflato. Dio come afflato esistenziale per eccellenza. Dio è il rapporto con qualcosa che non possiamo afferrare, con tutto ciò che sfugge alla nostra ragione. Dio è la comprensione del nostro limite. Tale ricerca è dunque alimentata dalla Scienza e non avversata. Ma se così è le Religioni sono oggi Codici ancora attuali per rapportarsi a Dio? Ne dubito ma voglio pensare che dentro di esse si siano stratificate grandi Tradizioni, enormi ricchezze che non possono restare inaccessibili per ragioni mondane.
Ma torniamo alla filosofia e alle prove dell’esistenza di Dio.

Onnisciente, onnipotente e infinitamente buono
Ecco un esempio di qualcosa che non può essere cercato a priori. Troppi attributi tutti insieme. Nessuna prova della sua esistenza può postularli a priori senza dover fallire al primo tentativo. Tali qualità vanno dimenticate e fanno parte del repertorio storico del teismo, ossia dell’ebraismo ovvero del cristianesimo ovvero dell’islam.
Se per esempio pensiamo a Dio come causa prima le suddette qualità non ne conseguono. La più debole di tutte è di certo quella etica. In ogni caso nelle stesse tradizioni teiste non è così scontato che Dio si identifichi con la Natura, quanto al contrario che sia di essa un progetto di redenzione. Esiste un rapporto dialettico tra Dio e Natura che prevede il Male come Negazione dialettica di Dio. [indagare Hegel su argomento – mi mancano conoscenze]. Se dovessimo applicare la Dialettica hegeliana ne conseguirebbe tale schema: Dio – Male – Natura / Natura – Dio Redentore – Palingenesi. Il primo nella posizione di Dio Padre, il secondo nella posizione di Dio Figlio e lo Spirito Santo dentro ogni Sintesi, ossia Natura in forma parziale ovvero Palingenesi in forma omnipermeativa.
Questo il Dio delle principali Religioni del mondo. Ha esso qualcosa a che vedere con la domanda filosofica sull’esistenza di Dio? Cercherò di dimostrare di no. La domanda filosofica nasce infatti dalla Filosofia della Natura mentre qui Dio è un progetto estraneo alla Natura stessa. Non conta sapere se ne è il Creatore (prova teleologica e prova cosmologica), egli è innanzitutto Estraneo alla Natura e la sua presenza in essa è problema successivo.

Dio è la Natura
Altra via d’uscita è ovviamente quella di identificare al contrario Dio con la Natura. Tale percorso è il Paradigma oggi imperante e sotteso nel sentimento di molti ma non sempre in quello popolare e tradizionale dell’Occidente. Esiste un conflitto sotteso e non manifesto da parte delle grandi Religioni teiste. Si evita lo scontro con questo Paradigma a favore invece di una guerra con il Secolarismo, il Razionalismo e l’impero della Tecnica. Se questo avvenga per impreparazione o per ignoranza non mi è dato saperlo. Personalmente ritengo questa però la battaglia decisiva.
Torniamo alla filosofia. Se Dio non è causa prima dell’Universo ma è l’Universo nella sua accezione più ampia ossia dell’Universo che lo si pensi sia come Evento unico sia come Evento tra gli Eventi ovvero come Apparenza Evento di un Essere, ecc… comunque lo si voglia pensare la domanda su Dio si identifica con la domanda sul Mondo e sull’Essere. E’ questo il Dio dei Filosofi ma è un Dio che annulla quello delle Religioni teiste lasciando spazio solo a quelle Orientali e forse tra queste solo al Buddismo.

Panico esistenziale
Ne consegue un panico esistenziale. Trovarsi improvvisamente fuori da tutta la tradizione occidentale e doversi liberare come di una zavorra di quella Dialettica che sopra abbiamo descritto non è facile da dirsi. Opporrò dunque la massima resistenza. Per ora continuerò a chiedermi se la Storia dell’Umanità sia dentro quella Dialettica che porta all’attesa del Redentore, come credono gli Ebrei, o se sia dentro invece alla Negazione del Dio Redentore come per i cristiani o se si possa fare a meno di questa Dialettica Storica (il Redentore) come per l’Islam che si ferma al primo passaggio e lo rende assoluto in questo schema: Dio – Natura – Paradiso, dove ad essere redenta non è la Natura e la Creazione ma soltanto l’Uomo per il quale è già pronta una Creazione purificata dal Male e che lo aspetta dopo la morte.
Possono queste tre Tradizioni teiste continuare ad incontrare la Filosofia?

25 marzo 1994

IL MARE DENTRO

Che un animale ne mangi un altro non modifica la situazione fondamentale: ogni animale è nel mondo come acqua dentro l'acqua. (G. Bataille)

L'acqua rende crudeli e la crudeltà è spesso tutt'uno con la mitezza e l'intelligenza. Carattere mediterraneo.

L'acqua è spesso un confine, un limite oltre il quale si scopre l'infinito, l'origine o l'annullamento di ogni storia: l'abisso. Allora, dentro i confini, sullo spazio di terra ferma, crescono le identità, i continenti: isole grandi o isole imperfette, che hanno bisogno di nuovo dell'acqua, dei fiumi, per ridarsi confini. Il nostro mare, no: lui è forse un limite per i nostri passi, un luogo dove fermarsi a guardare oltre, ma è un confine dentro, dove ci si ferma più per ascoltare, o per ascoltarsi dentro. Infatti noi lo sappiamo, lo abbiamo sempre saputo, oltre quelle onde, oltre quella distesa verde e azzurra che porta con sé l'idea del nulla, vi sono invece i nostri vicini, vi siamo nuovamente noi, o una nuova modulazione del nostro essere.

Un tempo il Mediterraneo era il cuore dell'universo pensato. Intorno a lui il reticolo delle strade romane. E se le strade fanno pensare al viaggiare dei nostri pensieri, il mare fa pensare al loro confondersi in un cuore indistinto di impressioni, dove le parole giocano a diluirsi se non a perdersi in un oscuro abisso che precede il linguaggio. Il mediterraneo è stato così, nell'antichità. Il tempo in cui si conosceva l'opacità della parola era il tempo in cui alle strade si preferivano le rotte di mare, il mare come reticolo di strade, da una sponda all'altra della Terra.

Intorno all'acqua v'era la Terra. E l'acqua scorreva, una grande acqua che attraversava le cose e le nutriva. Di solito, altrove, sono grandi fiumi, che attraversano il Mondo. Il mare è diverso, acqua nell'acqua, il Mondo vi si annulla per rinascere all'orizzonte. L'universo ebbe allora un cuore d'acqua, con l'infinito dentro: la profondità oscura e non definibile dell'Essere. Quell'universo aveva al centro un mite oceano: era il Mare Dentro.

Così è stato, a lungo tempo. Eppure, con la nascita dell'Europa, il mare divenne un muro di cinta. Ciò che era stato unito dovette dividersi, ed è una lunga Storia. E' la storia delle identità, dove "sono i buoni muri di cinta a fare i buoni vicini". Ma i muri non si fanno d'acqua ed il mare divenne il confine minaccioso oltre il quale spuntava l'Altro. L'Europa si disse cristiana e si fece continentale e sul suolo di terra tutta la storia ha giocato la partita delle identità. Non ultime le Nazioni, frazioni di senso dei continenti. Eppure le identità sono come le parole, per avere senso hanno bisogno di confini, di definizioni ma hanno anche bisogno della poesia e dello scambio, per non perdere la necessità ed il senno.

Perché ogni parola è una zolla di terra, ha l'acqua dentro.

Anche l'Europa potrebbe ripensarsi con il mare dentro, come alle sue origini. E lo scambio di allora potrebbe ritornare ad essere quello di oggi, ricchezza di identità, mercato della necessità. Dentro l'acqua del mediterraneo ritroveremmo l'eco di una comune appartenenza, così le identità etniche e linguistiche, religiose, culturali e territoriali che l'acqua stessa, in un rimando infinito di senso, continuerà a creare, perché luogo indifferente dove le identità si annodano e si scambiano.

...

E' quello che il cinema mi ha insegnato. Non il racconto quanto la visione delle cose. Anche il cinema ha l'acqua dentro, se lascia i confini delle definizioni, del senso, per ridare parola alle cose, nel loro Muto apparire in immagini e suoni. Il cinema come prova ontologica della poesia, il cinema come visione poetica della realtà. Il cinema con il mare dentro.

Bari, Teatro Kysmet, 25 marzo 1994
Manifesto programmatico per le "videomemorie" di Angelo Amoroso d'Aragona