Hollande e Obama: la loro vittoria segna
il passaggio di mano alla sinistra?
Ero certo toccasse alla sinistra. Dopo decenni di predominio neoliberista solo contrappesati dal new labour sembrava che non potesse essere diversamente. Al contrario l'inquietudine che le risposte di sinistra non ci siano fanno crescere il mio timore che non vi sarà alternanza ma rottura. E se qualcuno si illude che questa rottura consentirà sperimentazioni sociali ancora più avanzate non solo si sbaglia di grosso ma rischia di aprire le porte all'estrema destra. Ritorno al fascismo? Ve ne sono tutte le condizioni. Mi basta leggere una delle ultime interviste al teorico della decrescita, una delle ideologie della sinistra radicale più penetranti e diffuse. A chiare lettere la formula di Latouche è quella della estrema destra e non teme nemmeno di dirlo, sono i suoi estimatori che chiudono le orecchie a tempo per timore di capirlo: bancarotta, uscita dall'euro, piena occupazione con drastica riduzione sia dei consumi sia degli stipendi e soprattutto protezionismo in politica economica e dispotismo come forma di governo. Sì avete inteso bene: dispotismo, dittatura in nome del bene comune. Altrimenti detto fascismo. Da teorico della democrazia diretta Latouche non teme di dire che "l'estrema destra (ha successo) perché non tutto quel che dicono è stupido. C'è una parte insopportabile, ma se sono popolari - e lo saranno sempre di più - è perché hanno capito alcune cose, hanno ragione. E' questo che fa paura". E due sono le cose che l'estrema destra avrebbe capito: che "esiste un buon protezionismo ma non un buon libero scambio" e che "la democrazia sia un'utopia" mentre "la cosa importante è che il potere porti avanti una politica che corrisponde al bene comune, alla volontà popolare, anche se si tratta di una dittatura". Personalmente non sono affatto meravigliato della parabola del pensiero di Latouche. Sono convinto dal suo sorgere che il movimento antagonista nato dalle ceneri delle due grandi stagioni di contestazione che sono il '68 (a predominio marxista) e il post '77 (a predominio ecologista) era oggettivamente una risposta "reazionaria", nel senso romantico e originario del termine di reazione alla modernità in nome non tanto del passato quanto di un futuro utopizzato sotto il segno passatista del "ritorno". Esattamente come ogni ideologia fascista. Manca per ora a questa estrema destra il sostegno di grandi gruppi industriali e nel frattempo la sinistra radicale continuerà a coniugare in termini di sinistra decrescita e dittatura, ma solo per farne ideologia ossia brodo di coltura per ben altri possibili esiti politici, a destra ma illiberali.
Serge Latouche
E intanto la sinistra? Quella vera, quella di governo. Non quella rivoluzionaria ma senza rivoluzione da fare. Ho l'impressione che anche lei mancherà all'appuntamento. Non tanto perché non entrerà nella cabina di comando quanto perché non saprà cosa farci. A questo non contribuisce il racconto prevalente che di questa crisi essa si da. Vissuta come riscatto da anni di dominio neoliberista la sinistra (parlo di quella istituzionale e riformista) interpreta la storia come un movimento progressivo a senso unico dove l'alternanza al governo delle destre corrisponde a passi indietro e deviazioni. Non è corretto! Ed è pericoloso.
I sistemi democratico liberali occidentali si reggono su alternanze di governo in base alla capacità d interpretare le necessità del proprio tempo che destra e sinistra propongono. L'avvento del neoliberismo era una risposta da destra all'impasse che alla fine degli anni settanta le politiche generali d'incremento alla spesa pubblica avevano prodotto. Il new labour non era una risposta subalterna ma semmai tardiva e poco convinta e convincente. La sinistra non ne ha mai prodotto una migliore ma quella che è rimasta ferma non ha oggi ragioni da rivendicare. Invece lo fa e non c'è da stupirsi. Comunque lo avrebbe fatto ed io mi sono illuso durante quest'anno che sarebbe stata la sua ora, parimenti all'avvento del neoliberismo, altrettanto deciso ed estremista nella risposta avversa agli anni del welfare, la sinistra decisa nel riavviare un "new new deal". Compito da darsi quello di aiutare a trovare strade "misurate" e consapevoli che la sfida è nella qualità dei servizi e nel tener conto che il rigore essendo una necessità deve coniugarsi con merito ed efficienza, valori che hanno sempre fatto fatica a diventare patrimonio della sinistra. Temo che la sfida non sia solo questa. Temo che l'ora non stia scoccando per la sinistra e che la storia ci stia riservando altre sorprese.
E spero di sbagliarmi ma la sinistra deve aprire una fase costituente e dimettere tutti gli abiti consunti che ha ereditato dai secoli passati. Purtroppo non vedo uomini e menti che la indirizzino in tale direzione. E non parlo certo solo dell'Italia da cui poco mi aspettavo...
Spero di essere presto smentito.
"Io non credo che morirò. Certo è una possibilità, ma potrebbe non accadere." Così si chiude il testamento di Mario Monicelli. Una frase grandiosa che non riesco nemmeno a commentare, per timore di immiserirla. Nel video che ho scelto, Mario Monicelli ci dice invece, più semplicemente, che la speranza è una trappola, una "invenzione dei padroni" e che quindi il cinema non deve dare speranza ma toglierla. Nel dirlo tra l'altro cita anche l'aldilà e l'invito alla preghiera come esito negativo della speranza in esso.
Ogni maestro rischia di non essere compreso ma resta un dovere tentare di interpretarlo e correre così il rischio di tradirlo. Solo che Monicelli non voleva nemmeno essere chiamato "maestro" e forse non voleva che nessuno parlasse per lui ed ora che è morto forse vorrebbe che la sua voce fosse spenta. O forse tutto questo gli era indifferente, essendosi egli annullato nella morte. Eppure dice Monicelli nello stesso testamento, anzi lo grida: "Voglio morire sulla scena". E ci è riuscito.
Con il suicidio infatti lui ha avuto la sua scena finale. Ha contrapposto la dignità alla vile speranza. Io resto ammutolito dalla radicalità del suo gesto che coincidenza ha voluto arrivasse mentre un pezzo d'Italia chiedeva la parola "per la vita". Non ci sono partiti pro vita o pro morte, per me. Ci sono solo scelte e la sospensione del giudizio nel rispettarle. A me fa male pensare quello che può aver passato Mario Monicelli negli ultimi minuti che lo hanno separato dalla decisione di gettarsi dal quinto piano. Mi fa ancor più male pensare a cosa può aver provato fisicamente durante e dopo la caduta. Avrei di certo preferito una gentile siringa assassina. Ma forse lui, che non amava chiedere, preferiva invece così, la scelta dolorosa di un'ultima "rivoluzione" per girare il mondo dall'altra parte, quella dove tutto si annulla. E come dice nel video non vi è rivoluzione senza sofferenza e dolore. Lunedì notte Paolo Villaggio diceva che Monicelli non aveva fede e che, avvicinandosi alla morte, non poteva non aver raggiunto l'assoluta certezza che non lo attendesse nulla oltre, nient'altro che il nulla. Poi c'è quella frase detta da lui dopo il suicidio del padre, a 30 anni: "Lo capisco e lo accetto. Meglio levarsi la vita se sai che non puoi più viverla con pienezza e dignità" e lui ha fatto la stessa cosa, 61 anni dopo.
Queste le considerazioni che ho fatto di getto lunedì notte e le polemiche di ieri vogliono dire che ci avevo visto giusto. E dirò di più: io non "partecipo" per la dolce morte, né mi piace il suicidio, dico solo che Monicelli non credo volesse il silenzio e il rispetto, cose che si riservano a chi si suicida per debolezza. Anche se mi hanno procurato un intimo fastidio, ho condiviso gli interventi in Aula di Montecitorio che hanno sottolineato il significato politico di questo gesto per l'eutanasia. Alzare la voce nel giorno del lutto è stato un gesto di rispetto per la sua morte e non il contrario, utilizzarla per risollevare il problema, perché questo avrebbe preferito lui: morire sulla scena, appunto. Mi resta invece il dubbio se Monicelli avesse davvero preferito una siringa. Troppa pietà e troppa commiserazione per i suoi gusti. Non credete? Anche con l'eutanasia legalizzata lui secondo me si sarebbe suicidato per farla finita in un colpo e via.
Io non sono né pro vita né pro morte, sono solo per la libertà di scelta che è pari alla libertà di culto. Chi crede che la vita non gli appartiene non potrà accettare il suicidio, chi si lo userà per affermare la sua libertà. In un paese bigotto come l'Italia la morte di Monicelli farà storia. I veri credenti dovrebbero dirgli grazie perché la fede non la si impone per legge e senza libertà è priva di significato e valore.
Sapete come nasce SATISFACION dei Rolling? Maggio 1965, terzo tour americano degli Stones. Keith Richard (non aveva ancora aggiunto la s al suo cognome) si sveglia di colpo in una stanza di Motel in Florida e sonnolente afferra la chitarra accende il registratore e accenna il riff che tutti noi conosciamo. "Sul nastro - racconta Richards (quello rinato con la s) - si sente il rumore del plettro che cade e il resto sono io che russo". Cosa dareste per avere questo nastro? O per poterlo ascoltare? O magari per poterlo sentire in un film che mette in scena la storia dei Rolling Stones? Vi fermate un attimo a pensarci? ... ecco questa la pulsione che mi muove e che mi ha messo sulle tracce dei repertori. Spero di contagiarvi o forse no... Non lo so. Sarà una malattia ma mi è cara.
Sei un meridionale? Un italiano del Sud? Firma l'appello e non fermarti a questo. Su la testa! Qui trovi il testo. Qui la pagina per firmare.
Questo il mio commento insieme alla firma: Finalmente, su la testa! Ben vengano gli imprenditori quando si fanno classe dirigente e quindi si assumono l’onere di portare sviluppo e far crescere un sistema di cui si devono alimentare. Nel Meridione non accade da troppo tempo. La prima rivoluzione da fare nel Meridione è quella liberale perché contagi tutta l’Italia. Facciamo nostro il vero federalismo quello non italiano ma europeo, quello dell’Europa delle regioni. La nostra deve far rimettere i piedi nel Mediterraneo perché l’Europa nacque da un non luogo, dall’acqua, da uno spazio di incontro dove mescolare i confini, tale fu il suo “rapimento”, queste le radici da cui è nata la democrazia. Oggi l’Europa deve tornare ad essere laboratorio di democrazia partecipata e di una nuova cittadinanza. Questa la sfida che i socialisti e democratici di Europa mi auguro portino dentro la dialettica di un rinato meridionalismo nel Sud Italia. Nostre sono le radici dell’Europa e della democrazia. Le abbiamo offese per troppo tempo. Estirpiamo le parti malate e ridiamo speranza anche alle chiome del Nord che senza la nostra linfa rischiano di inaridirsi al sole.
Bari, 28 novembre 1977: quella notte ero a casa di Cecilia in Viale Salandra e, giunta la notizia, non si riusciva a crederci. Telefonata dopo telefonata, di voce in voce. Sino alla conferma, certa. Benny era morto, ucciso, accoltellato, dai fascisti. Poggiai la cornetta e schizzai in bagno. Una scarica violenta di diarrea. Mi sembra ancora di ricordare il corridoio e il bagno, del resto non sono certo. Mi chiesi solo se era paura ma la mia mente non dava risposte, si era svuotata di tutto. Mi chiesi se era quel vuoto a chiamarsi coraggio. "Ecco la morte è giunta sino a noi, non siamo più spettatori" pensai. "Ma quanto dovrà costarci? Deve essere così doloroso? Non credo di averlo messo in conto questo dolore...". Dopo un attimo si era usciti tutti, concitati, e diretti verso Piazza Prefettura. Era come andare ad un appuntamento tanto atteso e desiderato ma che si avrebbe preferito rimandare... Il resto è storia. Una storia più piccola di quella desiderata, specie ora che Benny gli aveva sacrificato la sua vita. Valeva molto di più! ...Io con Cecilia scrivevo sui muri, commosso: "Benny ti amo!" falce e martello.
... quello DELLE PRIMARIE, s'intende! NON VINCE infatti Nichi Vendola che senza il popolo delle Primarie del PD non esisterebbe. PERDE DI SICURO la direzione del PD e non solo quella milanese.
Oggi (ndr: ieri) Michele Serra descrive in modo efficace questo paradosso. In una situazione normale non solo il PD ma l'intero centro sinistra avrebbe fatto fatica a trovare un candidato. Ne è stato un esempio l'ultima tornata elettorale per il Sindaco di Roma. Invece grazie alle Primarie avviene il miracolo e per Milano si presentano 3 auto candidature, tutte dalla società civile. A questo punto la Direzione del PD che fa? Ci dice Serra che anziché sentirsi per un giorno Gastone preferisce tornare ad essere Paperino e fa l'unica cosa sbagliata che si potesse immaginare di fare. Ossia, anziché gridare al successo della propria iniziativa e congedare i candidati con un bel "vinca il migliore!", si mette in cagnesco contro tutti e tre, ne esce un quarto tutto targato "apparato" e blinda le Primarie stesse non concedendo agli altri tre le liste degli elettori e altre amenità. Insomma blinda il candidato come se volesse deciderlo a prescindere e cerca di imporlo ai propri militanti con vecchie logiche di disciplina (vi ricordate Boccia in Puglia? fu la stessa cosa!). Come se non bastasse si mette pure in cagnesco e e fa capire a tutti che o vince quello, il suo, oppure ha vinto Vendola. Fantastico! Ma che le fai a fare le Primarie se poi devi dire che hai perso se non vince il candidato "del Partito" (definizione di per se inaccettabile e contraddittoria con le Primarie stesse). Quack Quack! Una mossa da Paperino! Che si merita tutta la sfortuna e suscita persino simpatia per quanto è cocciutamente idiota. Questo è il PD! Ma non è questo il "popolo" del PD!
Avviene però sempre e dappertutto. E' avvenuto lo scorso inverno in Puglia dove gli elettori del PD - e non quella piccola parte che vota SEL - hanno scelto Vendola. Avviene a Bologna dove l'unico candidato favorito ai sondaggi e che proviene anch'egli dalla società civile, Andrea Segrè, lascia la corsa per il clima di sospetti e sgambetti degli apparati di un Partito che anche lui non esita a definire "conservatore" (ndr: di se stesso!). Ed ecco che anche a Bologna salirà Vendola a prendersi una vittoria che vale quanto è valsa in Puglia, dire no a chi vuole rottamare non il vecchio ma l'unica cosa buona e nuova che c'è: le Primarie.
Eppure un dato significativo queste "vittorie" contro l'apparato conservatore del PD ce lo presentano e chiaro: il calo di partecipazione. Colpa delle Primarie? Al contrario, colpa di chi le demolisce cercando di truccarle o di trasformarle in pre elezioni di Partito, contrapponendo il candidato di PD a quello di SEL anche quando questo non c'è ma facendo di tutto perché lo diventi.
Al contempo colpa anche della soluzione "identitaria" date ad essa dalla discesa in campo di Vendola. Infatti nessuna di queste campagne vendoliane riesce a trasformarsi in una espansione di entusiasmi e in una mobiltazione che vada oltre la cerchia più ristretta del "popolo identitario di sinistra". Un "popolo" più largo della somma degli iscritti di PD e SEL ma non più di tanto. Un "popolo" abituato a correre agli appelli anche quando è stanco e a rispondere sempre e comunque come un riflesso condizionato ad ogni stimolo che sia identitario. E' il "popolo" che ha eletto Bersani Segretario anche se giurava di odiare D'Alema ed è lo stesso "popolo" che poi smentisce con soddisfazione Bersani quando cerca di dargli una "Linea che non c'è" pur di dirgli che loro sono ancora più "di sinistra". E' il "popolo di Vendola", ne è lui il Leader naturale, ma lo stesso Nichi aspirava a molto di più un tempo o meglio questo ha voluto farci credere per poi dimostrare che così non è. Infatti questo "popolo" gli consentirà di ritagliarsi uno spazio politico a sinistra del PD. Uno spazio che alcuni nel PD si augurano di veder crescere e di poterglielo presto lasciare, così da levar loro ogni imbarazzo di moderazione opportunistica e interessata. E' il Partito degli Amministratori che da sempre lavora dentro il PD e contro il progetto di un PD maggioritario. Non vedono l'ora di poter fare un pentapartito Fini UDC Rutelli PD e SEL. E a questo gioco ci stanno tutti! Nessuno escluso. Lo hanno dimostrato anche i Forum appena conclusosi a Bari con D'Alema e Vendola già vestiti del loro ruolo.
Tiro allora le mie conclusioni e provo anche a rilanciare la posta:
1) la vittoria di Pisapia a Milano è la vittoria delle Primarie e quindi del PD come nuovo Partito per la democrazia partecipata (che è una cosa seria di cui si discute in tutto il mondo... tranne che nel PD!);
2) Pisapia è un "moderato", già candidatosi con la sinistra radicale ma come indipendente. E' la miopia del PD di oggi e delle sue componenti storiche di ieri a regalarne il successo a Vendola. Se le Primarie si fossero svolte in altro clima la sua sarebbe stata una vittoria del PD e di sicuro avrebbe trascinato al voto un elettorato diverso da quello "identitario" che ha richiamato Vendola e che nei numeri non è incoraggiante (77.000 in tutta Milano... sic!);
3) bene ha fatto la Direzione milanese del PD a dimettersi. Non come quella pugliese dopo la sconfitta tragica di Boccia! Se Sergio Blasi si fosse dimesso avrebbe consentito un rinnovamento del Partito in Puglia mentre così rimane schiavo lui stesso da una parte dei veti incrociati delle minoranze e dall'altra dei condizionamenti di una maggioranza a sua volta minoritaria nella società civile sul piano del voto d'opinione (che in politica ha il suo peso se non si vuole dipendere dai capibastone dei pacchetti di voti che poi finiscono per ricattarti e condizionarti su tutto). Ovviamente oggi non si prospettano affatto dimissioni e nessuno le invocherebbe più ma resta da augurarsi che il Segretario Regionale in Puglia vada avanti nella strada intrapresa con i Forum facendone solo l'inizio di un processo senza rete di sicurezza e non la messa in scena di un copione triste quale quello a cui abbiamo assistito nel suo epilogo politico con D'Alema;
4) la sconfitta a Milano è una sconfitta di tutta la Direzione del PD. Di fronte alla chiara espressione di Nichi Vendola che la sinistra prima di parlare di alleanze deve definire una propria identità le sconfitte ieri in Puglia e oggi a Milano mettono in discussione non tanto Bersani quanto la sua Segreteria politica e la linea scelta - dopo il Congresso! - di lavorare PRIMA alle alleanze e DOPO al programma. Questa linea l'elettorato del PD la sta contestando ma il PD continua a proporla oggi per bocca di Rosy Bindi, per esempio, che ipotizza una coalizione anche con Fini per le prossime elezioni "e il nostro elettorato lo capirà...". Ne sei proprio sicura Rosy?
5) questo "popolo di sinistra" sopra descritto resta immaturo e incapace di essere egemone, legato com'è alla nostalgia di una identità perduta, incapace com'è di uscire dalla tragedia del secolo breve di cui egli stesso è complice responsabile sino a quando non fa un bagno di umiltà dei propri retaggi ideologici. Perché questo avvenga occorre un processo di partecipazione che lo faccia calare sui problemi concreti. Il rischio è che oggi questo "popolo di sinistra" ci faccia perdere ancora ma è un rischio che si deve iniziare a correre. L'unico antidoto è non abbandonarlo al messianismo vendoliano, vuoto di contenuti concreti. L'antidoto è già nei nomi di Pisapia e di Segrè, nella loro autocandidatura fuori dagli apparati del PD, nel seguito che potevano suscitare nella società civile. Una società desiderosa di tornare ad essere società politica, rendendo giustizia a questa avvilente separazione che lo stesso linguaggio ormai testimonia;
6) in Puglia ancor più che altrove si avverte ormai il limite dell'esperienza Vendoliana. Essa coniuga la promessa messianica con una sostanziale povertà di contenuti reali se non quelli di una "buona amministrazione della cosa pubblica" anch'essa vissuta come pura retorica moralistica e non come derivato pratica di una "prassi". Vi è insomma un limite di coraggio politico in Vendola, un limite che è tutto scritto anche nella sua biografia politica. L'appello identitario è costruito come abito per coprire un vuoto di elaborazione politica. Vendola ripropone niente più che il welfare, uno stato sociale da contrapporre a quello liberale tanto più quanto più è possibile. Il resto, il web, internet e tutto quello di cui si parla e si associa a lui, è usato come strumento di marketing politico. Nessuna elaborazione sulla democrazia partecipata, nessuna elaborazione da liberale di sinistra anche su temi che gli potrebbero essere congeniali come la plutocrazia perché liberale Vendola non lo è proprio. Preferisce sognare "mondi nuovi" e proporre come scenario politico l'occupazione del potere, da buon socialdemocratico del primo '900. L'incapacità di Vendola di moblitare ed entusiasmare oltre il "popolo di sinistra" è tutta dentro questo limite politico, testimoniato dal suo stesso linguaggio evocativo, buono per alcuni ceti medi intellettuali ma non per il paese reale, quello dei ceti produttivi;
7) un nuovo Partito non può dunque prescindere dal "popolo di sinistra" perché questo ne è il cuore ma non può nascere dai riflessi identitari quanto invece da nuove vitalità sociali e giovanili. La grave responsabilità storica delle componenti fondative del PD che sono i residui delle due principali esperienze politiche della prima repubblica è evidente. Hanno lasciato entrambe (ex PCI ed ex DC) i loro "popoli" senza strumenti, temendo che questi avrebbero potuti essere diretti contro loro stessi, come sarebbe stato giusto vista l'assenza di una guida politica nel processo di trasformazione, compiuto nel nome del semplice trasformismo. Occorre dunque rottamare ma per farlo occorre costruire l'auto nuova, una nuova classe dirigente. E per farlo occorrono strumenti nuovi, occorre un Partito ma diverso, occorre un processo di selezione democratica di cui si sono appena abbozzate le basi ma su cui ci si è arenati subito. Non basta dire Primarie. Occorre crederci e costruirgli intorno un metodo di lavoro. Lo stesso per i Forum!
8) fino a quando il PD continuerà ad essere il Partito della Costituzione come oggi ha detto Bersani definendo cosa è essere di sinistra non avremo messo nemmeno il primo mattone. Il PD deve essere il Partito che prefigura una nuova Costituzione che non rinneghi la prima ma che rinnovi lo spirito costruttivo all'altezza dei tempi che fu dei padri costituenti. Non è questa una partita da lasciare ai propri avversari politici. Non si gioca di rimessa su questo tema come se nessun altro.
Lascio questo messaggio nella bottiglia, lo getto nel mare del web e torno alle mie occupazioni. Il PD per ora non mi offre molto di più! Anche per questo ho troppe cose da dire non sapendo nemmeno dove dirle e a chi... nonostante una tessera, un Circolo territoriale e un Gruppo di discussione non ufficiale ma tollerato (i Volunteers)...
Bari, 16 novembre 2010 A domani!
A Wanda Lograno, Selma Bellomo e altri 2 piace questo elemento.
Manuel Santoro Caro Angelo, penso si potranno avere punti di discussione e di collaborazione con i Volunteers sui punti da te descritti.
Claudia Battafarano Ci sono spunti interessanti, mi riprometto di leggerlo domani a mente lucida, ma ribadisco il concetto a te noto: la sintesi non è il tuo forte! :-)
Mario Michele Pascale Concordo. Parole sagge.
Salvatore Sparapano Io le dimissioni di Blasi continuo ad invocarle...ma a parte questo, si potrebbe solo aggiungere che tra i "paradossi" vi è che la attuale dirigenza del PD che non crede allo statuto del partito. E' legato ancora alla idea del partito fatto dalle sezioni (o "circoli") che seguono la linea dettata dall'alto ossia dalla segreteria. Del resto ciò è coerente con una "nomeclatura" che si autolegittima da sè oramai da decenni. Ed anche SEL non fa eccezione ed anzi sta messa peggio. Essere un "volunteers" significa anche seguire paradigmi che siano opposti a tutto questo.
De Cesare Paolo Luigi Mi dispiace Salvatore ma i titolati a chiedere le dimissioni di Blasi sono gli iscritti al PD. Possono cambiare l'amministratore di una ditta i soci di quella ditta. Per il resto sono abbastanza d'accordo. Adesso non ci resta altro che finire il giro e incontrare i segretari di tutti gli altri partiti:Idv, Sel, Verdi, Rifondazione, Radicali e Psi e spiegare loro che forse avrebbero convenienza a darsi da fare per un Partito Federale, per uno Stato Federale, per un sistema Bipolare, Bipartititico e Uninomnale preceduto da primarie per Legge, accompagnato da semplificazioni nella possibilità di indire referendum circoscrizionali,comunali, provinciali, regionali, nazionali, compresi i referendum propositivi e abrogativi di Leggi fiscali.
De Cesare Paolo Luigi ho messo unn link sui pastori sardi sul gruppo ADV..se perdono loro perdiamo tutti.
Filippo Coppola Le primarie furono pensate per un partito a vocazione maggioritaria,aperto all'esterno,interclassista in grado di intercettare consensi in ogni ceto sociale. Se il PD e', come e', un partito identitario e di sinistra che parla soltanto al solito elettorato di riferimento, se la competizione con Vendola si gioca su quel terreno di rappresentanza ,gli elettori di sinistra preferiscono Nichi (e' piu' originale, oltre che al fatto che ha maggior fascino). Per battere alle primarie gli ex rifondaroli i candidati del PD devono avere una forte caratterizzazione civica e aperta all'esterno, devono apparire autonomi e liberi dalle segreterie di partito e soprattutto con un forte profilo innovativo e riformista. Spero che dopo Milano a Bersani non venga in mente di eliminarle le primarie per evitare di fare ancora brutte figure.
Salvatore Sparapano Bene e tu che sei "titolato" le chiedi o no le dimissioni di Blasi ? Perchè fino ad ora non ho compreso la posizione in merito. Per inciso: non ho bisogno di alcun "titolo" per chiedere alcunché a chicchessia.
Salvatore Sparapano Nel merito: i referendum su leggi fiscali sono vietati dalla costituzione ( e ci mancherebbe). Sul "giro" dei "prefissi telefonici" non saprei a che servirebbe. Piuttosto: apriamo discussioni con chi rappresenta per davvero le forze produttive come gli ordini professionali e le associazioni di categoria e studiare un "piano di lavori" inn comune a livello regionale in tema di amministrazione, economia, ambiente, agricoltura ecc.
Wanda Lograno dissento solo sulla tua opinione in merito ai forum, ai quali non ti ho visto presente...spero tu sia solo sfuggito alla mia attenzione. Il metodo è stato portanto avanti da professionisti "asettici" e tutto il lavoro è stato consegnato nelle mani del segretario e della Direzione, peraltro non è una conclusione ma solo un'inizio, o almeno spero che verrà inteso così.
Cecilia Ranieri grazie Angelo......spero di vederti presto!!!!!
Angelo Amoroso d'Aragona @ Wanda. Ciao Wanda, piacere di leggerti e grazie. Non mi hai visto perché ero a Catania il 6 al Forum tematico a cui avevo deciso di dare il mio contributo e il 13 a Sanremo al Premio Tenco per lavoro. Ti assicuro che però ho partecipato più di tanti "presenti". Come Volunteers abbiamo incontrato De Santis e garantito il massimo sostegno che abbiamo dato anche da qui (ndr: facebook). Inoltre io ho scritto una relazione (lunga ovviamente!) che trovi tra le mie Note per il Forum sull'Innovazione sull'intervento regionale nel settore Cinema. Quindi NON DISSENTI AFFATTO ma sono stato forse poco chiaro io. La pensiamo proprio uguale. Il mio appunto era sui "professionisti asettici" ma al contempo come Volunteers siamo tutti concordi che si deve dare una mano a farlo diventare un punto di inizio, difetti a parte.
NOTA (aperta a tutti) SU PROFILO FACEBOOK COPIATA E INCOLLATA CON I COMMENTI SINO ALLE ORE 10,00 DEL 17 NOV 2010
Non c’è innovazione nella cultura senza sedimentazione dei saperi e senza lavoro sulla memoria e sulla conservazione attiva. In particolare si vuole porre qui l’accento sulla necessità di avviare nel campo dell’intervento della Regione Puglia sul cinema e sull’audiovisivo un intervento organico per la creazione di infrastrutture preposte alla memoria e alla costruzione di una cultura del cinema stesso.
Ho posto personalmente questa esigenza sin dalle prime consultazioni messe in atto dall’Assessore Godelli dopo il suo insediamento. Già in quelle occasioni ebbi modo di ricordare che un intervento che mirasse alla semplice creazione di una Film Commission, pur se da tutti auspicato, sarebbe stato un intervento zoppo. Perché la Puglia cammini con gambe autonome nel terreno della produzione audiovisiva occorrono infatti DUE GAMBE.
Una può e deve essere quella attenta al marketing territoriale, inserendo la Puglia nel sistema globale della produzione audiovisiva, quindi con capacità di attrazione verso le grandi produzioni come fa la Apulia Film Commission.
L’altra gamba, di fondamentale importanza quanto e non meno della prima, deve essere invece un'infrastruttura o una rete di infrastrutture che lavori sulla memoria e sulla conoscenza.
Prima di entrare nel merito di questo occorre precisare che il problema della Puglia è stato quello di essere nei suoi momenti migliori un palcoscenico molto ricco per la distribuzione di cultura. Al contrario poco si è fatto perché nascesse una capacità produttiva. E non perché mancassero risorse artistiche e intellettuali oltre che tecniche. Al contrario ed è inutile spendermi nel ricordarle. Anche nella mia piccola esperienza incontro ingegneri di elettronica che hanno iniziato in Puglia e sono dovuti emigrare non per trovare mercato (il grosso era qui al sud) ma per costruirsi una immagine che desse loro credito. Questa immaturità produttiva genera un doppio provincialismo: quello di fare del localismo un valore perché un trend positivo ma effimero ne consente una facile "vendibilità" e l'altra al contrario di ritenere che qualsiasi ambizione sia esagerazione provinciale in se. La Puglia soffre di entrambe. Posizioni che spesso si scontrano ma che hanno una inconsapevole matrice comune. Vi sono invece compentenze, anche minori, oltre che eccellenze che se messe in rete e portate a fare sistema darebbero al territorio grandi vantaggi in termini di qualità e innovazione. Da dove nasce questa incapacità e perché oggi, nonostante diversi anni di intervento regionale sul cinema, il gap resta tale e si resta una periferia romana del cinema nazionale? Perché, come dice bene la relazione introduttiva, questi inteventi sono ancora lontani dal rientrare nei parametri che la Comunità Europea indica per la sviluppo di una produzione indipendente?
Nella produzione cinematografica da sempre la formula che consente l’innovazione e l’autonomia (senza la quale è inutile pensare ad una presenza “regionale”) è stato quello della originalità dei percorsi artistici e produttivi uniti alla presenza di quelli che un tempo si chiamavano “Cine Club”. Il binomio di indipendenza e cineclub è il filo rosso che lega tutte le esperienze di crescite "regionali" e autoriali (quindi innovative) nella storia del cinema.
Nel primo incontro con la Godelli nacque subito e in modo corale l’esigenza di investire su una Casa del Cinema intesa come mediateca, luogo dove la ricerca lascia traccia di se e si sedimenta, dove gli sguardi critici (grande è la ricchezza di “critici” che il nostro territorio produce e regala a Festival e iniziative editoriali in Italia e nel mondo) aiutino le diverse generazioni a creare nuovi sguardi autoriali sul mondo. La Puglia anche da questo punto di vista non è stata parca di esperienza, talvolta anche d’avanguardia ma sempre è mancata la trasmissione di questi saperi da generazione a generazione. Cosa che è possibile se vi è attività sia di conservazione sia di produzione editoriale. La collocazione a "margine" di cui la Puglia gode e che si è evidenziata con forza dopo gli sbarchi di albanesi del 1991 è un punto di forza che solo una struttura del genere può valorizzare. In un Convegno a Lecce organizzato da un Festival che ha proprio il merito di lavorare anche in questa direzione il Presidente della Apulia Film Commission, Oscar Iarussi, dichiarò in controtendenza con gli altri relatori proprio questa verità: che il cinema europeo come somma di cinematografie nazionali era stato da sempre un fallimento e che gli unici spazi di vitalità tematica e di innovazione nel linguaggio venivano dalle esperienze periferiche, quelle nate ai suoi "margini", nelle linee di confine e lontane dai Centri motore delle cinematografie appunto cosiddette nazionali. Va aggiunto che queste ultime in un mercato sempre più globlale stentano a conservare posizioni di mercato che ne sorreggano lo sforzo produttivo. Il cinema nacque globale quando era muto e la stagione della sua nazionalizzazione linguistica è da tempo messa di nuovo in crisi dalla perdita ormai storica della posizione dominante nel panorama complessivo dei Media audiovisuali.
Le Film Commission sono nate nel mondo anche dalla necessità per la grande industria di spostarsi loro dai Centri motori, dagli Studios verso i "margini", alla ricerca di paesaggi, costumi e idiomi di cui il pubblico è sempre più affamato. Una ricerca di verità e sguardi sul mondo che avviene in modo strumentale e non produce altro che mode passeggere e che raramente lascia sul terreno opportunità di sviluppo autonomo. Per questa ragione, pur se di pari importanza per camminare, le due gambe hanno una diversa importanza se guardiamo allo sviluppo del territorio e alla sua capacità di innovazione. L’intervento di una Film Commission, priva del secondo partner sopra descritto, autonomo ma in dialogo con essa, è inevitabilmente orientata alla produzione nazionale. Non è possibile infatti creare comparti industriali più piccoli. Qualora invece si avanzi con le due gambe è possibile favorire la nascita di esperienza che si connettano sul più vasto mercato globale e internazionale. La posizione di territorio a margine consente infatti questo tipo di esperienze ma occorre creare un humus che lo alimenti e favorisca.
D’altro canto le stesse Film Commission dovrebbero concepirsi non come Enti Cinema e carozzoni pubblici. L’esperienza validissima della Apulia Film Commission conferma la sua naturale vocazione ad essere Film Commission della Regione Puglia. Più agile sarebbe stato concepirla come tale, consentendo quindi che ad essa territori comunali e provinciali più agile affiancassero proprie Film Commission. L’innovazione parte anche da queste leggerezze d’intervento mentre impossibile diventa dar conto della propria imparzialità su scala regionale ad una Film Commission che si troverebbe obbligata ad operare in nome di ogni Comune e ogni Provincia. Cosa oggettivamente non possibile ma nemmeno auspicabile se obbedisse solo a logiche burocratiche o monetarie.
Al contempo l’altra richiesta subito rivolta alla Regione Puglia era quella di favorire la nascita di poli digitali e di reti di distribuzione indipendenti. Risulta da questo punto di vista dispersivo il lavoro pur egregio compiuto su un centinaio di Laboratori Urbani che avrebbero potuto avere una Regia per comparti produttivi della creatività atta a creare unicità territoriali. Queste realtà anziché moltiplicare tecnologie e servizi a rischio di rapida obsolescenza potevano creare reti di servizi altamente qualificati che avrebbero reso la Puglia uno straordinario esempio di capacità produttiva diffusa.
Lo stesso dicasi per le opportunità che una rete distributiva regionale poteva offrire alle produzioni indipendenti. Produzioni indipendenti che trovano la loro collocazione naturale dentro un CIRCUITO EXTRA COMMERCIALE quello appunto solitamente un tempo affidato ai Cine Club, dove per dirla in termini semplici si consuma il cinema passato, si organizzano retrospettive, si consuma il cinema come prodotto secolare e culturale e non come attualità, raccordandolo quindi ad altre esperienze della conoscenza. Anche per questo con maggiore attenzione alla innovazione, alla ricerca, alla sperimentazione che può avvenire in ambiti extra commerciali ed extra industriali. Oggi questo lavoro non lo fanno più i Cine Club ma le Cineteche e le Mediateche e spesso si associa ad un lavoro ad alto contenuto tecnologico ed innovativo quale è il restauro digitale. Tale lavoro ha perso la connotazione meramente conservativa ma assume la funzione di rimessa in circolazione di contenuti sempre più importanti quali sono i repertori audiovisivi, non meri oggetti museali ma materia prima per nuove produzioni, in specie in quella documentaristica. Quest'ultima è in grande ascesa nel mercato televisivo tematico ma in Italia è ancora gravemente in ritardo per quantità e qualità. Per le produzioni regionali al contempo, se si adottano gli strumenti previsti dalla Comunità Europea e ancora sotto utilizzati in Puglia, vi sono grandi occasioni di sviluppo autonomo dai centri nazionali.
Anche per questo sarebbe importante veder nascere in Puglia uno sportello di ANTENNA MEDIA che potrebbe lavorare su tutta l'area balcanica come è stato per la Regione Piemonte rispetto alle confinanti regioni alpine. Lo stesso occorre dire per il Centro di Produzione RAI che dagli anno '80 è chiuso e si dovrebbe lavorare per una sua riapertura con un disegno originale e che corrisponda ai parametri europei quindi con una netta distinzione rispetto ai soggetti produttori di contenuti che devono essere degli "indipendenti" e non delle ditte in appalto.
E’ infine da annotare che la dimensione interregionale già messa in atto dalla più grossa Associazione di categoria qual è l’AGIS unita alla opportunità politica di due Regioni con Governi politicamente omogenei andrebbe sfruttata per un intervento coordinato. Lo suggerisce il territorio, le opportunità che esso offre e la naturale tendenza degli operatori presenti a operare in questa direzione. La Basilicata ha esperienze già avviate nel campo della conservazione sia privata sia pubblica. Quella privata è addirittura una delle più grandi collezioni di pellicole d’Europa ed è di fama internazionale, la Cineteca di Oppido Lucano. Quella pubblica è uno dei centri di elaborazione di un intervento varato dal Governo Prodi, Mediateca 2000, ed la Mediateca di Matera.
Chiudo aggiungendo che nel mio piccolo ho già cercato di dare seguito a queste direzioni d’intervento con la creazione di una Rete denominata RECIDIVI, acronimo di Rete dei Repertori Cinematografici Digitali e Video. Siamo stati interlocutori attenti sia della Apulia Film Commission, sia dell’Assessorato alla Cultura, sia di quello alle Politiche Giovanili oltre che della Teca del Mediterraneo, Biblioteca del Consiglio Regionale Puglia e della non avviata Mediateca Regionale di Puglia e della Mediateca Provinciale di Matera sopra citata.
Non sono io ad aver cercato Idillio infranto ma lui ad aver cercato me. Ed io ho obbedito come ad un destino, talvolta infastidito dal non potermene liberare. Ancora oggi mi trovo a dover approfondire la ricerca sulla vicenda produttiva del film, di cui poco si conosce. Nulla tuttora sappiamo sulla coppia di regista e attrice comprimaria, nulla sul “Gigus” dell’adattamento per lo schermo e sulla sua eventuale fonte letteraria. Nuove informazioni sono comunque emerse anche durante l’ultima lavorazione di restauro, quella che ci ha consentito di digitalizzare sia gli scarti che gli altri frammenti di repertori cinematografici del fondo documentale. Ne è emersa con certezza la volontà di Orazio Campanella di fondare una casa di produzione. Sono documentabili tentativi di realizzare altri film di natura documentaria come un match sportivo o di pubblicità per una fabbrica di arredi da bagno, in cui si osa anche un nudo femminile. Prodotti di questo tipo a quel tempo trovavano facilmente spazio tra una proiezione e l’altra del film in programmazione nelle sale cinematografiche. Resta comunque la tentazione di leggere il film in chiave simbolica. Il titolo del film e il suo riemergere dall’oblio a ridosso del centenario del cinema aiutarono non poco a vedere nella pellicola la metafora di una condizione a quei tempi ancora da riscattare per il nostro territorio. Quando nel 1996 presentai il film al Nuovo Cinema Palazzo, per una serata di gala fortemente voluta dall’allora Assessore alla Cultura di Bari Domenico D’Oria, mi augurai che il venire alla luce di questa pellicola segnasse la fine dell’Idillio infranto tra il Cinema e la Puglia. Così è stato e potremmo parlare di rito propiziatorio, di un simulacro nascosto per mezzo secolo dentro una cassapanca che liberato rimette in moto un processo interrotto. Ecco dunque che alla tentazione di leggere quale immagine di cinema si celasse dietro l’esperienza filmica si è accompagnata un’indagine più critica, quasi a vincere resistenze provinciali che volevano leggerlo come mera esperienza amatoriale, a meno che non si volesse definire così anche tante esperienze indipendenti dei decenni a seguire, supportate per altro da un alleggerimento della macchina produttiva che per “Idillio infranto” è invece quella pesante del 35mm con l’aggravante di doversi industriare anche nello sviluppo della pellicola stessa. E non è certo per sminuirne il valore che negli stessi termine se ne parla, il 18 marzo 1933, su una delle più autorevoli riviste italiane, «Il Corriere Cinematografico» edito a Torino, prima capitale del cinema in Italia a quel tempo appena spodestata da Roma con la nascita, nel 1931, di Cinecittà. Si scrive del film in prima pagina, tra divi americani e capolavori del tempo. Si dedicano tre colonne e lo si indica come esempio di quel «Cinedilettantismo» che insieme alla «fondazione di Cine-Clubs» potrebbe far nascere «i germi della nostra caratteristica cinematografia nazionale». Sembra troppo ma a ben vedere si tratta della formula che, a seguito dell’esperienza neorealistica ma evolvendo da essa, porterà alla nascita, prima in Francia e poi in tutto il mondo, della Nouvelle Vague: indipendenza più cineclub. Un fenomeno in nuce, come lo era già il neorealismo negli intenti di Blasetti e dei Cine G.U.F., ma che trovò molto tempo dopo le condizioni storiche per realizzarsi. Per me è questo il messaggio che Idillio infranto ci ha consegnato con il suo oblio. È questa una favola che ormai mi accompagna da tempo. Una Fata della Fonte (quella di Acquaviva dove l’acqua “pura defluit”) che alimenta tenacia e spirito d’iniziativa di una comitiva di giovani pugliesi. Poi intervengono due Streghe. Quella “di Fuori” dei parenti e delle condizioni storiche che dicono a questi giovani che l’impresa è troppo ardua per riuscire e quella “di Dentro” che li convince che sono solo dei perdigiorno, dei fannulloni e delle pecore nere. Voler fare cinema non è né impresa culturale né impresa per gente con la testa sulle spalle. Meglio portare il film e tutti i suoi orpelli nella soffitta di una masseria di famiglia e riporlo per sempre dentro una cassapanca. Sepolto. Ma vivo: infatti come nella favola della Bella addormentata ecco ricomparire la Fata buona che opera un sortilegio e preserva intatta la pellicola, la mette in sonno sino al nuovo secolo e sparge tutt’intorno la polverina dell’oblio (potremmo chiamarla, sorridendo, la “gioia del colle”?). Non so perché quella Fata della Fonte abbia poi scelto me per riscoprire la pellicola. L’impresa fu iniziata da altri e io mi limitai a prestare la mia persona ad una causa ovvia e sacrosanta. Rimase invece incastrata in nuovi ostacoli di istituzioni sorde o impotenti. Così il primo elfo della buona sorte, Tommaso Lapegna, si arrese. E io presi il testimone e da allora non l’ho lasciato più. Dopo anni d’insistenza sono particolarmente orgoglioso di aver trovato Partner istituzionali (Teca del Mediterraneo e Cineteca Nazionale) e privati (Club delle Imprese per la Cultura) che hanno capito le potenzialità di un restauro digitale rispetto al primo intervento del 1995. Con Mario Musumeci ho trovato la persona che poteva dare corpo a quest’idea perché non si operasse un semplice restauro conservativo del manufatto bensì, con un’operazione per altro rispetto agli intenti a basso costo, lo si mettesse nelle condizioni, anche migliori del tempo in cui fu realizzato, di vivere nelle sale di cinema e negli schermi digitali di oggi. A noi cineasti pugliesi resta invece il compito di raccogliere il messaggio conservato in quella cassapanca perché trovasse il tempo per essere capito e realizzato. La (ri)nascita del cinema (non solo italiano) resta sempre nella formula già vista dentro Idillio infranto dell’indipendenza e della cinefilia. Ossia di pratiche produttive magari marginali (e non è la Puglia terra per eccellenza di margine, di frontiera?) ma originali, sia nei modi che nei temi, unite ad una prassi di sguardi critici sul cinema presente e riletture “militanti” di quello passato. Una prassi che può affermarsi solo se nascono luoghi preposti alla sedimentazione dei saperi, quali furono un tempo Cinestudi e “Cine Club” e che oggi devono essere strutture che lavorino sulla conservazione e sulla memoria. Ora si deve, ora si può. A noi il compito di dimostrare alla Fata della Fonte di aver scelto il tempo migliore per sottrarre Idillio infranto all’oblio.
CONTRIBUTO AL COFANETTO DVD DI CINETECA NAZIONALE E TECA DEL MEDITERRANEO CON RIEDIZIONE DI "IDILLIO INFRANTO" RESTAURATA CON PASSAGGIO DIGITALE E MUSICATA NEL 2009 - ALTRI CONTRIBUTI DI OSCAR IARUSSI, WALDEMARO MORGESE, NICO GIRASOLE, MARIO MUSUMECI E ANNA CLAUDIA SCAMMACCA
Enzo Del Re è l’esempio di come si possa stare al mondo senza doversi arrendere al mondo. Chiuso nella sua casa, in cima ad una ripidissima scala di almeno trenta scalini, Enzo riesce, anche se con fatica, a piegare il mondo a sé e non farsi piegare da esso. Nonostante la dialisi che lo blocca un giorno si e uno no, nonostante una pensione di 365 euro al mese, nonostante non abbia mai accettato alcun compromesso e non si sia mai fatto produrre un disco da nessun editore, Enzo è riuscito ieri come oggi a cavalcare i palcoscenici più importante dello spettacolo in Italia. Negli anni ’60, appena giunto a Firenze, viene scoperto con Antonio Infantino da Nanni Ricordi per uno dei primi Long Playing stereo della Ricordi, per il quale si utilizzano anche gli orchestrali della Scala di Milano. Subito dopo partecipa da protagonista alla nascita del teatro politico di Dario Fo e Nuova Scena, ma continuando a calpestare con Infantino anche i palcoscenici milanesi di Enzo Jannacci e quelli romani del Folk Studio. Negli anni ’70 intuirà immediatamente il nuovo e sarà uno dei protagonisti assoluti dei concerti organizzati dai Circoli Ottobre di Lotta Continua in tutta Italia, quelli in cui esordiscono Franco Battiato, Pino Daniele e i Napoli Centrale, gli Area, Francesco De Gregari, Claudio Lolli e tanti altri cantautori e musicisti italiani. Oggi Enzo Del Re viene riscoperto ancora una volta e invitato in scena da Vinicio Capossela o dai Têtes de Bois. Il Primo Maggio del 2010 Enzo ha conquistato la piazza che non lo conosceva, da solo, su un palco enorme, con un pubblico di centinaia di migliaia di persone, molto distratte. Lui con la sua sedia li ha messi tutti in riga a cantare canzoni per i più mai ascoltate prima. Una qualità unica quella di Enzo di far cantare a primo ascolto chiunque. Una qualità nascosta dentro la sua arte di poeta della parola prima ancora che di musicista.
Enzo Del Re, nato il 24 gennaio 1944, inizia giovanissimo a comporre, verso la fine degli anni ’50, appena adolescente o, come direbbe lui, adalauscente, perché su ogni parola Enzo esercita la sua arte più segreta e a lui più cara: quella di “stravolgimentologo”. Compone in dialetto molese e molte di queste splendide canzoni le pubblicherà solo nel 1973 nel suo primo Long Playing autoprodotto, “Maul”, il suo disco bianco. Copertina senza titolo e solo un foglio all’interno con la traduzione dei brani. La semplicità e l’essenzialità dei gesti di Enzo sono racchiusi in questo disco che pubblica canzoni con cui Del Re si è accompagnato per anni. Lo ascoltavano incantati i suoi ospiti e gli artisti con cui dal 1966 ha condiviso case che diventavano vere Factory, esperimenti di Comuni nelle campagne toscane, Camere del Lavoro dove prendeva forma la più famosa e importante stagione di teatro politico italiano. Enzo vi arriva insieme ad Antonio Infantino, conosciuto nel 1967 a Firenze, e con il quale in quella città ha partecipato ad una fervente stagione di vivacità artistica che vedeva presenti le avanguardie di tutto il mondo, dal Living Theatre ad Allen Ginsberg. Ed è nella casa del critico d’arte Claudio Popovich che Enzo inizia la sua avventura di Orfeo Melopeo: un modello di vita che lo ha caratterizzato per due decenni. Ne troviamo una esemplare descrizione nella sua ultima produzione su musicasette del 1992 “La leggenda della nascita di Mola”. Canta Enzo di Orfeo: “quando concertava via via compensava l’ospitalità che piena di entusiasmo la gente gli dava e gli riservava / l’accoglienza artisticamente ripagava e appena a cantare si metteva tutti i debiti saldava… / … / e d’avergli dato ospitalità ogni abitante si contendeva il vanto / … “
In queste strofe credo sia riassunto tutto il senso di questa esperienza. Quella straordinaria di Enzo Del Re e quella mia di aver avuto l’occasione di conoscerlo e interpretarlo in questo documentario. Spero di averla restituita in questa chiave. Come dice Waldemaro Morgese che questo documentario ha fortemente voluto e di cui diamo testimonianza nella introduzione del dvd video, in Enzo Del Re si sommano tre modi di porsi che è raro se non unico trovare in una sola figura senza soluzioni di continuità: il melodismo identitario della canzone popolare, la canzone “impegnata” di un artista molto connotato politicamente e la ricerca d'avanguardia sui suoni e sui ritmi, con la scelta di suonare solo il suo corpo e gli oggetti poveri della quotidianità.
“…/ La voce libera al cielo Orfeo forte alzava e tutt’attorno che poesia si sentiva che risuonava / nella voce piena d’immaginazione la commozione… / … / in tutte le piazze sotto l’aria serena Orfeo il cantastorie animava la scena tutt’attorno teneva la popolazione che a sentirlo rimaneva con la massima attenzione.”
Dalla fine degli anni ’70 Enzo Del Re si è ritirato a Mola di Bari. Realizzando questo documentario ci siamo accorti di quanto vivo fosse il ricordo che aveva lasciato nei suoi compagni di strada. Enzo è tornato a cantare solo in dialetto molese, esaltando soprattutto la sua vena di cantastorie ma senza rinunciare alla sua posizione di rigorosa anarchia verso ogni forma di potere. Anche in questo Enzo Del Re non soffre come sconfitta personale il fallimento della stagione rivoluzionaria del ’68. Probabilmente per lui si tratta solo della sconfitta di un potere contro un altro. Il suo anarchismo rimane invece una posizione verso il mondo, parte di quella necessità iconoclasta di controllare ogni gesto e renderlo vivo. Come le sue parole.
“…/ Sempre concerti faceva e i poveri difendeva / … / quando cantava chiarezza faceva perché i segreti dell’universo sconfinato rivelava… /…/ pure contro gli Dei Orfeo si schierava, i segreti svelava, forte denunziava“
QUESTO TESTO ACCOMPAGNA IL DVD "IO E LA MIA SEDIA" EDITO DA EDIZIONI DAL SUD PER LA TECA DEL MEDITERRANEO E CONTENENTE IL MIO DOCUMENTARIO DI UN'ORA SU ENZO DEL RE
IL DOCUMENTARIO E' ARRICCHITO DA UN VIDEOCLIP DI "POVERA GENTE" NELLA VERSIONE ESEGUITA DA ENZO DEL RE PER "QUI TUTTO BENE E COSI' SPERO DI TE" LP NUOVA SCENA 1971
Estate 2005. Sponsor il Vento del Cinema. Dovevamo giungere ad Atene per incontrare il Presidente della Fondazione Mercouri, che si batte per il ritorno, dal British Museum in Grecia, dei Marmi del Partenone. Ci saremmo trovati di fronte ad un signore molto anziano e dall’aria aristocratica: Jules Dassin, classe 1911, regista di film che fanno ancora scuola, come “The Naked City” (1948), o “Rififi” (1955) pellicola che darà vita al genere Polar in Francia, o ancora “Topkapi” (1964). La storia di questo regista, un pò dimenticato, affonda nell’America di Roosevelt e dei primi passi dell’Actor’s Studio. Esordisce con il documentarismo sociale e in realtà non tradirà mai questo sguardo “crudo”, tanto che, per la crudezza delle sue storie di malavita, Dassin nel dopoguerra dovrà fuggire da un’America imbarbarita dalla Guerra Fredda, l’America della caccia alle streghe maccartista. Una caccia al comunista che oggi si scopre essere stata una vendetta antisemita contro un’industria che vedeva gli ebrei in ruolo dominante: quella di Hollywood. A denunciare l’ebreo Dassin, era stato un suo compagno dell’Actor Studio, un grande regista proveniente dall’Oriente europeo: Elia Kazan. Il quale non si pentirà mai della sua scelta patriottica e anticomunista. Di origine armena, dedicherà uno dei suoi film più belli a quelle radici che vorrà lasciare lontane: “America America” (1963). Jules Dassin, invece, proviene da una famiglia di ebrei ucraini ed è già pienamente naturalizzato negli USA ma, dopo l’esilio, scoprirà proprio nel Mediterraneo le sue nuove radici. Un doppio percorso, umano, artistico, politico, addirittura quasi geografico, opposto, l’uno contrario all’altro. Ma torniamo all’esilio. Non protetto da alcuna rete perché non iscritto a nessun Partito, Jules Dassin proverà a lavorare prima in Inghilterra, poi in Francia e infine anche in Italia. In Puglia, a Carpino, nel 1958 gira “La Legge” con un bravissimo Paolo Stoppa, il divo Yves Montand, una non gradita aspirante diva, Gina Lollobrigida e Melina Mercuri, conosciuta l’anno prima in Grecia sul set di “Celui qui doit mourir” dal romanzo di Kazantzakis. Ancora un primato per Dassin: un romanzo di Kazantzakis è per la prima volta adattato per lo schermo ma altri ne seguiranno, come “Alexis Zorba”, con il mitico Anthony Quinn e il famoso tema musicale del Sirtaki, o “The Last Temptation of Christ” di Scorsese. Un amore, quello per la Mercouri, che nasce dunque sul set ma che riporta Dassin all’impegno politico, forse mai come prima. Nel 1968 torna al documentarismo, per Israele, dove gira “Hamilchama al hashalom” (1967), in Italia ancora inedito. Innamorato della Mercouri e dell’idea di una centralità del mondo greco antico, Jules Dassin sposa sia l’attrice, nel 1966, sia la causa della lotta al regime dei Colonnelli in Grecia, subendo con lei un secondo esilio in Francia. Con l’opera geniale “The Rehearsal” (1974) Dassin torna negli USA insieme alla moglie per mobilitare l’opinione pubblica democratica americana contro i Colonnelli. Quante storie dietro questo signore americano che dà battaglia perché i Marmi del Partenone ritornino nell’Acropoli di Atene. Ha fatto costruire un padiglione vuoto in attesa di poterli ospitare e dedica a questa battaglia tutta la sua vita ormai novantenne. Le statue dal British Museum non sono mai partite e nemmeno noi raggiungemmo più l’anziano regista. Il medico ci proibì di intervistare Dassin ormai gravemente malato e con una memoria compromessa. La RAI non volle mantenere il progetto senza la sua testimonianza diretta e i traghetti per la Grecia sono continuati a partire ma senza la nostra troupe. Nel 2008 Dassin è venuto a mancare. Dopo la morte della moglie, avvenuta tredici anni prima, Jules aveva creato e diretto la Fondazione Melina Mercouri dedicandovi tutta la sua vita. La memoria di lei in Grecia era ed è vivissima, protagonista della lotta politica contro i Colonnelli, primo Ministro della Cultura della Grecia democratica, la prima a chiedere alla Gran Bretagna la restituzione dei Marmi del Partenone. Con lei continuerà a girare qualche film in Grecia, meno conosciuti ma non meno importanti, come la Medea “Kravgi gynaikon” (A dream of passion) del 1978, il cui soggetto nasce in Italia ma che da noi è rimasto inedito. Fu infatti Aldo Fabrizi a trascinare con se Dassin in un aula di tribunale per seguire il processo ad una donna che aveva ucciso i propri figli. Anni dopo Dassin ne fece un film con la Mercouri, sua compagna di vita. Ma con lei Dassin aveva interpretato una delle più divertenti pellicole di autorappresentazione, “Never on Sunday” (1960): se stesso nel ruolo dell’intellettuale americano e la Mercouri nel ruolo “rivoluzionario” di una prostituta che si sceglie i clienti ma non lo fa mai di domenica. Un film ancora giovane. Ancora una volta un film che mette in moto un processo, un nuovo vento del cinema. Inno della liberazione sessuale dal film nacque il successo della canzone "I ragazzi del Pireo". In Italia venne cantata da Milva e Dalida ma con un testo censurato e stravolto, unico paese al mondo, era il 1960, da allora vi sono state 400 versioni del brano, riscritto in ogni lingua del mondo ma forse sarebbe il caso di riscriverne le parole in italiano e rendere l'omaggio dovuto ai suoi autori. La colonna sonora di "Never on Sunday" dette infatti l’avvio al successo internazionale di musicisti quali Manos Hadjidakis e Mikis Theodorakis, autore per l’appunto, nel 1964, del famoso Sirtaki “il ballo di Zorba” di cui sopra e che senza Dassin forse non ci sarebbe stato. Sono questi musicisti, grazie a questi film, che lavorarono sui temi della musica popolare greca per trasformarla in un’onda sonora che caratterizzerà gran parte della musica pop degli anni 60 e a cui, oggi, PietrecheCantano dedica giustamente questa edizione del Festival in Valle d’Itria.
Di certo possiamo dire che il Teatro sta alla Oralità come il Cinema alla Scrittura. Di certo possiamo anche dire che nel Cinema senza il montaggio (interno ed esterno) non ci sarebbero Parole. E' solo il taglio che fa emergere una Parola e ci consente di proseguire di taglio in taglio come se stessimo parlando (ovviamente i più abili nasconderanno questi tagli in un flusso continuo operando un montaggio interno nello sviluppo diacronico dell'inquadratura). Se entrambe le certezze sono vere, l'una contraddice l'altra. Sarebbe infatti altrettanto certo perché consegue da se stessa che le Parole del Cinema non sono le stesse del Teatro, il quale non conosce montaggio nè potendosi ricondurre alcuna delle tecniche di montaggio teatrale alla natura del montaggio cinematografico di creazione di unità discrete. Il teatro non può che offrirsi in un continuum. Il linguaggio del cinema è allora cosa radicalmente differente da quello teatrale, anche se il secondo nel cinema torna come materia prima, spesso sostituendo il profilmico del reale. Dunque anche la prima certezza apparente è venuta a cadere. E dove cerchiamo l'Oralità e la Scrittura nel Cinema? Nel rapporto tra Ripresa e Montaggio per esempio? Montare è come Scrivere. Lo dico sempre quando ci lavoro ed è un criterio che mi orienta molto. Eppure io rifuggo dal montare, mi angoscia, mi sembra sempre di tradire il materiale. Il sogno del cinema puro, almeno per chi come me ha il sogno di un cinema ontologicamente fondato sul reale, è da sempre un cinema che si da come lo sguardo puramente fenomenologico. E dunque? Se la Parole di De Saussure (certe letture giovanile non si scordano mai...) è irripetibile e sempre individuale, almeno sino all'avvento del digitale, anche la Ripresa anche se montata ha una natura irripetibile e individuale. Dunque se il Montaggio serve a creare soluzioni di continuità (ricordiamoci che all'origine gli uomini che usavano un alfabeto per scrivere non mettevano spazio tra le parole e scrivevano un unico rigo di fonemi senza distacco di parole) è anche vero in primo luogo che la sua materia prima rimane il gesto orale unico e irripetibile della "Parole" e in secondo luogo che, come ogni buon montatore sa, l'apparenza del discorso senza soluzione di continuità appare illusoriamente allo spettatore. Il montaggio che c'è non sempre è quello che si vede. Ciò che discontinuo appare continuo, quasi che il desiderio alla base del guardare cinema sia sempre quello di guardare e basta, senza la mediazione del linguaggio. Una Parole che non vuole strutturarsi dentro una Langue?
Ho fatto fatica a cercare un brandello di Rohmer, del suo cinema, ora più che mai il suo corpo, che potesse esprimere il dono che egli mi ha dato. Infine eccolo. Pochi giorni fa citavo il Maestro parlando di Avatar perché sono le pagine più intense sul senso del cinema come sguardo in se. Parlo di pagine scritte, parlo della sua attività di critico cinematografico che precede e poi accompagna sempre meno quella di autore. Sue erano le pagine sull'olografia usate per indicare la strada che il cinema doveva prendere, non le gallerie d'arte bensì l'illusione circense di riprodurre davvero il reale. Ora dopo aver tanto detto di Avatar coincidenza vuole che proprio il Maestro di quelle parole venga meno. E ditemi: cosa vi risulta più vicino all'emozione reale, in se e senza razionalità di sostegno, queste ginocchia di donna alla spiaggia o il selvaggio Avatar stereoscopico? E Rohmer usava mezzi poveri per scelta, una troupe di quattro persone, una Super16 per poter passare al 35mm solo in stampa. Leggerezza utile a cogliere la verità senza troppi inghippi da cinema industriale. Alla fine la vecchia macchina ottocentesca del cinema risulta essere più virtuale di ogni apparato tecnologico futuribile oggi. Potenza del saper fare cinema.
TORNANDO AD AVATAR Prendo questa coincidenza come una verifica sperimentale di quanto ho scritto sul film di Cameron. Il limite del 3D è a mio parere l'eccessivo peso del medium tecnologico. In sala siamo sempre soli ma in un luogo collettivo. Per fare ciò basta il buio. Il buio è una invenzione del Cinema. Prima del Cinema il Teatro restava illuminato in sala e nei palchi si potevano accendere le luci. Il cinema ha avuto bisogno del buio per consentire la proiezione ma questo ha fatto scoprire un artificio banale ma efficace per potenziare l'impatto nella illusoria percezione di solitudine creata dal buio. Per il resto di fronte a noi c'è un'immagine in movimento e siamo avvolti da un suono che si presenta come naturale. Se la realtà virtuale aveva bisogno di troppo anche il 3D non può fare a meno di qualcosa che ci denuncia senza appello il suo artificio, gli occhialini e la precarietà dell'effetto. Troppo per poterci commuovere o spaventare davvero. Forse in futuro costruiranno occhiali che non sembreranno niente di più che occhiali per migliorare la vista. Forse. Sino ad allora resto scettico sulla possibilità che il 3D possa ereditare la potenza del Cinema tradizionale.
premessa Coincidenza ha voluto che io fossi a Los Angeles nei giorni in cui arrivava nelle sale l’ultimo film di James Cameron, Avatar. Un film che promette tante cose. Due in particolare: di fare record d’incassi per bissare il precedente Titanic e di rappresentare il punto di svolta dal cinema prospettico al cinema bioculare (detto anche 3D con un’espressione commerciale che specie nel mondo dell’animazione e della grafica crea grande confusione). Ovviamente i quotidiani davano tutti ampio risalto a recensioni più o meno entusiaste e notizie sugli incassi del film. In tutti gli articoli che ho letto i giornalisti scrivevano di non aver ancora visto il film in sala IMAX ma semplicemente in una sala 3D e che nonostante ciò l’effetto era stato travolgente. Ho pensato bene di non perdermi l’occasione di vederlo in IMAX prima di tornare in Italia ma non è stato semplice. Los Angeles è in realtà l’insieme di tante cittadine senza soluzione di continuità e su 52 sale quasi tutte multischermo, Avatar aveva 16 schermi in proiezione tradizionale, 15 in 3D e solo 3 in IMAX (per l’esattezza IMAX 3D Experience). Queste ultime avevano posti prenotati ed esauriti da settimane ma siamo riusciti a sistemarci su un lato della platea prenotandoci per la sera prima della partenza di ritorno in Italia. Ora mi preparo a confrontare questa visione con quella in 3D. appena il film sarà in Italia. A giorni dunque. Intanto metto giù alcune considerazioni.
l'assenza di dibattito "serio" sul 3D Attendo questo film da tempo perché, come già detto, viene da anni indicato come il punto di svolta per il 3D. Cameron è un regista scienziato, laureato in Fisica e da sempre ha lavorato per l’industria del cinema occupandosi di effetti speciali prima di passare alla regia. Non è quindi casuale se i temi dei suoi film siano quasi sempre legati a scenari futuri e alla esplorazione della alterità che questi ci possono promettere, non ultimo attraverso la tecnologia. Con Avatar Cameron riesce a mettere tutto insieme, perché il film stesso vuole offrirsi come “esperienza” nell’altro, grazie ad una nuova tecnologia. Ed è questo il commento generale che ho letto nelle recensioni sul film: quella di una meravigliosa esperienza percettiva che ti porta letteralmente a vivere dentro un altro mondo. Il pubblico non potrà rimanere deluso, lo spettacolo è garantito. Peccato però che insieme allo spettacolo sia garantito anche lo snobismo di quanti disdegneranno questo come trovata circense, business, marketing e quant’altro. Io trovo invece sintomatico di una crisi profonda della critica cinematografica il fatto che sul passaggio al 3D non si confrontino le cosiddette avanguardie del pensiero critico e della prassi autoriale. Incontro tra i primi la saccente liquidazione del 3D come di una banale trovata commerciale, buona per i giocattoli ma non per le cose serie del cinema che vuole produrre Senso e tra gli altri, che a tale produzione di Senso dovrebbero lavorare, una compiaciuta ignoranza se non del totale disinteresse. Voglio ricordare ad entrambi che la generazione della nouvelle vague discusse al contrario con passione di cinemascope e di olografia cinematografica, con importanti implicazioni teoriche sulla natura del cinema. Implicazioni che il cinema bioculare (detto 3D) e le sue parentele con gli scenari della virtualità assoluta ripropongono oggi in modo molto più radicale e concreto. La storia ci insegna che spesso il nominale si trasforma nel suo opposto sostanziale. Così quello che oggi passa per autoriale è invece il vecchio cinema di qualità contro cui l’autorialità insorse con la sua epifania, brandendo come arma proprio quanto quello indicava come commerciale. Cameron, Spielberg, Lucas sono paradossalmente più figli loro di quella stagione di indipendenza che non gli indipendenti europei o delle nazionalità emergenti. Se così non fosse da anni discuteremmo appassionatamente di 3D e virtualità, delle implicazioni ontologiche per il cinema di queste tecnologie. I tre registi citati, insieme a pochi altri, di certo Craven che il suo debutto lo ha già fatto, hanno senza reticenze annunciato al mondo che sarebbero passati in modo radicale a fare solo e soltanto cinema 3D. Noi qui ci attardiamo a pensare che sia una moda passeggera, senza nemmeno la lucidità di capire che a dettare legge saranno i padroni dei Media, i produttori di macchinari ludici oltre che i grandi produttori di contenuti per questi macchinari. In realtà a chi il cinema non solo lo guarda ma lo sogna delle effettiva durata nel tempo del 3D non dovrebbe interessare molto perché quello che conta è quanto esso ci racconta del cinema stesso, del macchinario immaginifico che esso produce e della sua ontologia. Non tocca a noi scommettere sul futuro del 3D ma toccherebbe a noi – posso dire “intellettuali” ? – interrogarci sul Senso del cinema stesso.
Avatar come metafora metafilmica Torniamo intanto ad Avatar. Dopo il successo commerciale di Titanic James Cameron ha investito dodici anni del suo lavoro (e 430 milioni di dollari) su questa scommessa: quella di promuovere un nuovo passaggio epocale nella storia del cinema. Dopo il sonoro, dopo il colore oggi si vuole scrivere un nuovo capitolo che segni il passaggio al bioculare. Ora Cameron lo racconta come un fatto inevitabile, dice che come accadde per il colore la cosa prima riguarderà i film più costosi me nel giro di una ventina d’anni tutta la produzione cinematografica sarà 3D. Ci possiamo credere o meno ma è questa una svolta decisa da un nucleo di registi/produttori americani e tra loro Cameron e forse quello che ci ha investito di più. Occorre dire che l’interesse di Cameron per la realtà virtuale è già manifesto nella produzione di un film importante quanto dimenticato, Strange Days, dell’allora moglie Kathryn Bigelow. Il film, precedente di poco al Titanic, del 1995, ci racconta un passaggio al nuovo Millennio segnato dalla realtà virtuale. Una rivoluzione tecnologica che avrebbe sconvolto l’umanità rendendo possibile a tutti fare l’esperienza di vivere completamente immersi dentro l’esperienza di un altro corpo, delle sue sensazioni e dei suoi accadimenti. La storia del film è che la pornografia del sesso e della morte avrebbe preso il possesso di questo nuovo media per commerciare film virtuali dove ognuno poteva rivivere il momento della morte violenta di qualcuno. Chi conosce la storia della fotografia e del cinema (e oggi di internet ecc ecc) sa bene quanto la pornografia giochi un ruolo determinante nella diffusione di nuovi Media. Credo che Cameron al tempo di Strange Day stesse pensando davvero alla realtà virtuale. Qualcosa poi ha frenato questa industria, impedimenti tecnici che probabilmente rimandavano troppo in la nel futuro le sue reali applicazioni. Oppure un problema di modalità di fruizione e commercio. Il cinema infatti è nato prima del cinema e la storia forse si è ripetuta. Quando Edison inventò il cinema, anni prima di Lumiere, ragionando da commerciante di apparecchiature pensò di tradurlo in una macchina di consumo individuale. Già dotato di sonoro ognuno avrebbe messo gli occhi dentro una scatoletta e visto il suo film. L’idea non funzionò! Invece Lumiere trasformandolo in macchina teatrale e idonea ad uno spettacolo collettivo inventò il cinema. La realtà virtuale ha lo stesso limite. Ogni spettatore è solo. Indossa il suo casco e vede il suo film. Occorre vendere tante apparecchiature per quanti spettatori si vogliono conquistare. Accadrà. Come è accaduto con la telefonia mobile. Ma dovranno passare anni. Ecco allora ripiegare su qualcosa che ormai si dava per tramontato, il 3D. Già sperimentato a metà del secolo scorso e ogni tanto riesumato per usi più o meno di basso profilo commerciale, il 3D non sembrava potesse avere futuro. Ecco invece che quello che sembra primitivo e ormai antiguato si presenta come la soluzione più convincente se opportunamente riesaminato nei suoi dettagli tecnologici. E’ quanto accaduto in questi anni, specie nel laboratorio della Digital Domain di Cameron. Bisognava superare tutti i limiti di difetto della visione in cui molti spettatori con difetti nella vista incorrono, evitare che il movimento del collo influisse sulla esatta sovrapposizione delle due visioni in chiave stereometrica. Soprattutto occorreva costruire dei mezzi di ripresa che consentissero il controllo esatto della posizione spaziale degli oggetti. Non bastava più divertirsi a lanciare oggetti contro lo spettatore ma bisognava governare tutta questa profondità, evitando che muovendosi gli oggetti perdessero forma o la visione subisse disturbo. In un prossimo futuro ognuno di noi comprerà dall’ottico un paio di lenti per il cinema ma prima ci sarà una guerra dei brevetti. Breve o lunga non si sa. Spesso l’industria si fa danno da sola prolungando la definizione di uno standard che consenta la globalizzazione. Per ora tutto sembra procedere in modo lineare ma non dimentichiamoci che dietro l’ultima impennata di produzioni 3D c’è una cordata di autori produttori con un solo intento e un solo piano convenuto tra loro. Ora è evidente che il 3D è stato riesumato per arrivare il più vicino possibile a quello che già Strange Days raccontava e che Avatar ripropone con un racconto mitologico: l’esperienza di perdersi nell’altro. Tutto Avatar racconta di questo. I suoi protagonisti vivono in due corpi con una sola mente, alternandosi nel sonno e nella veglia. Il buon selvaggio del Pianeta a suo volta Altro da noi (Pandora il nome dato dai terrestri) è anch’esso capace di connettersi ad altri esseri animali e vegetali, vivendone pienamente l’esperienza percettiva. Lo fanno attraverso strane fiorescenze dei loro capelli che guarda caso assomigliano proprio ai cavi sottili di un sofisticato circuito elettrico. Si ripropone così con forza la stessa domanda che negli anni sessanta si ponevano gli allievi di André Bazin: che cos’è il cinema? Una forma di rappresentazione della realtà visiva o lui stesso reinvenzione di realtà, realtà virtuale? In Italia solo Pasolini scese su questo terreno di domande in un noto contrasto teorico con il mostro sacro dell’intellettualismo critico Jean-Luc Godard. Non quindi di realismo si dovrà parlare, come forma anch’esso di codice rappresentativo, bensì di sogno mitologico d’esperienza di realtà. E’ quello che fa scrivere a Rohmer che il cinema sarebbe morto quando sarebbe finito nelle gallerie d’arte mentre per vivere aveva bisogno ancora del carrozzone da circo di Melies e della meraviglia per l’illusione di realtà del treno di Lumiere. In Oriente l’arrivo delle prime proiezioni cinematografiche fu subito salutato come prova della natura illusoria della realtà stessa. Tema che è stato la chiave di successo di Matrix, indipendentemente dal valore del film stesso. Il passaggio al 3D che sia di breve durata o definitivo ci testimonia di quale materia è fatta un film: la stessa dei sogni. Strano quindi che in tutti i commenti letti a Los Angeles su Avatar tutti pur lodando la meraviglia dello spettacolo criticassero la banalità e l’ovvietà della sceneggiatura. Chi scrive che si tratta niente più che di una riedizione di Balla con i Lupi e chi lo trova una miscellanea di tutta la retorica politicamente corretta sul Vietnam (con citazioni da Apocalipse Now, ecc ecc.). Una debolezza del film che rinnoverebbe senza novità il mito del buon selvaggio in cambio di quasi tre ore di spettacolo puro. Non è così! Il mito del buon selvaggio c’è, la critica alla guerra americana pure (mai Cameron si era spinto politicamente come in questo film) ma quello che conta è che il mito di un rapporto organico con la natura è qui motivato dalla capacità di questi selvaggi di unirsi l’un l’altro, di connettersi tra loro e con tutto ciò che è organico. Loro posseggono una tecnologia! E l’idiozia degli apparati militari terrestri è quella di ragionare in modo vecchio. Le loro pesanti tecnologie militari verranno sconfitte da archi e freccia non per rendere omaggio a Indiani d’America e Vietcong bensì perché gli Indigeni di Pandora possiedono tecnologie più raffinate, non fatte di metalli pesanti ma di materiale organico. Avatar, come testimonia la scelta del titolo, è un film utopico sulla Rete e sulle nuove tecnologie che mirano a creare livelli superiori di organizzazione e di Mente olistica. Potrà essere pure ingenuo ma ci troviamo di fronte ad una scrittura che interpreta perfettamente la materia del film. Il nome stesso del pianeta potrebbe rimandare alla sua etimologia di ciò che è capace di contenere il tutto, che ha in dono il tutto o tutti i doni. Alla fine il genere umano sceglie di trasferirsi per sempre nell’Avatar capace appunto di essere con il tutto in rete. I see you, è il motto di questi Avatar. Banale? Non credo.
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Due sfide linquistiche: Fuoco/Fuori Fuoco e Quadro/Fuori Quadro Terza e ultima sfida. Quella del linguaggio cinematografico. Avatar è in questo una pietra miliare. Con esso possiamo confrontarci seriamente con tutte le domande che il 3D pone sul piano di un riadattamento del linguaggio al mezzo o viceversa. Personalmente ho delle riserve sulle scelte di Cameron, anche se tutti volevano che ci si confrontasse radicalmente con questo problema. Si tratta del rapporto con il fuori quadro e della profondità di campo. Mai come in Avatar le due cose appaiono connesse. Cosa è infatti un oggetto prepontemente in primo piano ma sfocato se non qualcosa che sta “fuori” pur essendo dentro la cornice del quadro? Avatar è pieno di questi oggetti. Anziché divertirsi a lanciare oggetti verso lo spettatore Cameron è stato molto attento a riempire il quadro visivo di oggetti di quinta, quasi sempre fuori fuoco. L’intenzione è chiara e debitoria fortemente verso la tradizione del linguaggio cinematografico e pittorico prima (ma relativamente, come dirò dopo). Anche questo strumento nasce dal desiderio di superare la rappresentazione artistica e creare immagini virtuali. Sullo schermo piatto un modo per dare profondità all’immagine è appunto quella di avere un piano di fuoco molto ristretto, che corrisponda al centro dell’attenzione del nostro sguardo. Muovere poi questo piano di fuoco corrisponde a far vivere allo spettatore l’esperienza di uno sguardo che indaga, che vive, che interroga e sceglie cosa vedere in base alla situazione determinata dal dramma. L’immagine stereoscopica e bioculare fino ad oggi era priva di questa dinamica. Tutto risultava disegnato nei contorni e a fuoco con un effetto paradossale di non realismo o di esasperato iperrealismo, non parametrabile alla dinamica della visione umana. Eppure in pittura l’iperrealismo produce un effetto di realtà ma non un quadro è un oggetto statico e siamo noi a indagarlo. Il film invece è un oggetto dinamico dove il nostro sguardo deve convincersi di muoversi all’unisono con il film. Nel cinema prospettico questo accade senza problemi ma mi dispiace constatare, grazie proprio ad Avatar, che non può accadere nella visione bioculare. Se il film non è solo prospettico ma stereometrico, gli oggetti si muovono davvero nello spazio e se io mi vedo davanti agli occhi una foglia o una tazza di caffè è inevitabile che voglia anche solo per un attimo metterla a fuoco per poi tornare a guardare meglio l’attore. In Avatar questo non è possibile e io ho provato un continuo fastidio per questo impedimento. Non vorrei che in un prossimo futuro questo voler piegare il 3D ai canoni linguistici della visione prospettica su un piano risulti una ingenua resistenza al nuovo, come furono la resistenza al colore o al sonoro di tanti grandi artisti del muto e del bianco nero. Tutto questo si collega anche al misurarsi di Cameron con il fuori quadro. In realtà nella tradizione pittorica occidentale il Quadro l’ha fatta da padrona per secoli. C’era già la cornice a dirci che l’universo era rappresentato e risolto dentro di essa. Dove invece l’oggetto in cornice, affresco o tela che fosse, non esisteva, come in Giappone, l’uso del fuori quadro tramite l’elemento di quinta si impone subito. Grazie alle quinte il quadro può infatti assumere cornici mobili e soprattutto può tornare a quella natura di sguardo soggettivo, perché una tenda o un oggetto dietro il quale io mi pongo testimonia di una profondità che include lo spettatore. Nella nostra tradizione pittorica questo nasce appunto con la modernità e con il barocco. Il cinema ne deve fare grande uso. Grazie alle quinte il fuori quadro viene in qualche modo portato dentro, evocato, creando uno spazio pienamente tridimensionale. Il dubbio è che si siano messi in atto degli stratagemmi creati per dare tridimensionalità all'immagine piana prospettica del cinema tradizionale. Strumenti che possono risultare sbagliati e che sono debitori verso un linguaggio che vuole conservare il quadro e la sua forza compositiva. Lo stesso problema che si poneva Rohmer di fronte all'ipotesi di un cinema ologrammatico che avrebbe distrutto ogni scelta di punto di vista. Ci si chiedeva che fine avrebbe fatto l'arte del cinema e Rohmer rispondeva con coraggio che il cinema non era nell'arte ma nel gioco illusorio di realtà, appunto. Nonostante i suoi limiti. Io sono tra quelli che provavano fastidio quando venne introdotto il Dolby Surround per gli oggetti sonori che mi giravano intorno o mi comparivano su un lato se non alle spalle (della Sala non della visione! Mitico il grugnito alle spalle nella caccia al cinghiale in Ran di Kurosawa, uno dei primi a sperimentare questo nuovo strumento). Non essendoci alcuna visione quegli oggetti finivano per rendermi artificiale l’immagine, facendomi scoprire la sua illusorietà. Se io giro la testa per vedere dov’è chi urla e scopro che lì c’è solo la parete della Sala evidentemente qualcosa non ha funzionato. Ovviamente nel frattempo mi sono abituato ma è evidente che il Suono ha fatto passi da giganti verso la tridimensionalità che l’immagine inizia a fare appunto solo ora. Con il 3D le due cose iniziano a funzionare di più. Non vi sono grandi sorprese in tal senso in Avatar ma è già possibile pensare che un oggetto spostato sulla sinistra possa essere associato ad una immagine che esca dallo schermo e si collochi in un punto della sala. Sino ad un certo punto però. Sicuramente non potrà andare alle mie spalle. In una sala Disney del parco giochi in Florida lo fanno ma ricorrendo ad un trucco: dal film 3D Paperino viene lanciato sul fondo della sala e nel momento del botto, quando tutti istintivamente girano la testa per vedere dove è finito un manichino animato viene fatto comparire sul retro della Sala, è Paperino che si è conficcato con la testa nella parete di fondo e dimena gambe e culetto da Papero all’aria. E’ un gran finale che strappa risate e applausi. Questo trucco ci racconta bene quello che sto esaminando in Avatar. Io ho visto il film in IMAX, una Sala dove lo schermo è davvero gigantesco e vuole coprire tutto il campo visivo, avvolgendoti e coprendo il campo visivo anche se muovi la testa. Eppure i bordi ci sono! Appare allora evidente che qualsiasi oggetto che esca dallo schermo per venirmi incontro funzioni se non è tagliato dal quadro. Cameron volendo superare questi limiti usa invece moltissimo le quinte che invece sono per definizione tagliate dalla cornice del quadro e questo crea un conflitto percettivo, perché l’oggetto è avanti al quadro eppure tagliato da esso. Evidente dunque che il sogno è la virtualità piena e il 3D un ennesimo gioco a crederci. Come gli spettatori di Lumiere sapevano bene che nessun Treno gli stava finendo addosso ma vollero giocare a crederci e si divertirono a spaventarsi. Lo stesso continueremo a fare noi in 3D in attesa di Strange days che prima o poi verranno e di cui Avatar ci parla come ritorno ad una età dell’oro. E’ la materia del cinema. Grazie Cameron di aver rinnovato il sogno. Il nuovo secolo è iniziato.
E accompagnarono fino alle porte della città la povera creatura, che ad ogni passo cadeva in ginocchio, implorando pietà con le mani giunte. Era già scesa la notte. La giovane camminò come un automa, addentrandosi nel deserto finché il vento caldo che soffiava nell'oscurità fustigandole i capelli le fece aprire gli occhi. Allora le sue narici si dilatarono per accogliere le esalazioni che arrivavano chissà da dove e, fermandosi rivolta alla città, si spogliò. Si tolse il vestito e tutto ciò che fino a quel momento aveva mascherato la sua natura originaria fino a rimanere nuda. E allora, tendendosi con la coda diritta e i duri occhi fosforescenti, la leonessa ruggì.
Caro Segretario del Partito Democratico di Puglia Sergio Blasi, noi iscritti, simpatizzanti ed elettori del PD ti scriviamo questa lettera aperta per chiederti di compiere un gesto di coraggio, dando prova della novità politica che il PD, dopo questo Congresso, vuole rappresentare anche in Puglia. Ridare slancio – come tu scrivi - a quel “laboratorio originale, frutto dell’incontro virtuoso tra la politica e la società” richiede oggi un gesto di coraggio e noi ce l’aspettiamo in primo luogo da te.
Quanto da te scritto nel Programma per il PD pugliese, sulla necessità di ricorrere per le cariche monocratiche alle Primarie, e l’esperienza di democrazia e di confronto partecipato di cui il PD negli ultimi mesi, proprio attraverso le Primarie, ha saputo dar prova a tutto il Paese stride con le notizie che ci giungono, ogni giorno, di trattative per le prossime elezioni regionali svolte al chiuso delle Segreterie dei Partiti e soltanto intente a contare il numero dei voti che ogni lista può portare in cambio di questo o quel accordo sulle posizioni di potere. Non è questa la politica che vogliamo. Per la scelta del prossimo Candidato vogliamo che si discuta di Programmi e di impegni che nel prossimo mandato ci si assume con l'elettorato. Noi firmatari di questa lettera siamo convinti, al contrario, che evitare le Primarie tradisca solo la paura di perdere consensi qualora ci si sottoponesse all'esame spietato che ogni competizione vera porta con sé. E' invece lo “spettacolo della politica di palazzo” che sta già iniziando a danneggiarci e ti invitiamo quanto prima a fermarlo, anche per evitare che la Puglia sia svenduta sui tavoli di trattative nazionali.
E' giunto il momento che il Partito Democratico non solo si assuma la responsabilità piena d'essere la principale forza politica della coalizione ma si faccia anche forte del suo primato e della sua originalità per questa esperienza unica in Europa delle Primarie.
Caro Segretario, noi firmatari con questa lettera ti chiediamo di fissare la scadenza per la presentazione dei Candidati, invitando per altro alla prima candidatura il Presidente uscente Nichi Vendola. Contemporaneamente si invitino le forze politiche interessate ad entrare in coalizione a presentare proprie Candidature a questa competizione leale e partecipata, unitamente ad un loro Programma, oppure a convergere su quelle già esistenti. Candidature vere che potranno nascere anche all’interno dello stesso Partito Democratico perché differenti nel Programma.
Caro Segretario, è per il peso che nelle Primarie vere tornano ad avere i Programmi di governo che noi firmatari chiediamo al Partito Democratico di Puglia di non fermarsi solo ad indire le Primarie ma di contribuire da subito con una proposta politica radicalmente riformatrice in settori chiave quali i grandi Enti pubblici, le Aziende Pubbliche, le Fondazioni, l’Acquedotto Pugliese e, non ultimo, il Sistema Sanitario, dove, come tu hai detto nell’intervento in Assemblea Regionale, "Il PD deve farsi protagonista di un’azione legislativa che impugni il machete e spezzi le relazioni tra la politica e la gestione della Sanità. Deve farlo mettendo in campo la sua credibilità attraverso la separazione netta fra l'interesse degli imprenditori e la gestione del potere".
Occorre quindi tradurre queste parole in un’azione programmatica condivisa con il coinvolgimento dei cittadini e degli utenti anche nella proposizione di appositi strumenti legislativi, non ultimo con una Legge Regionale che renda legali, come in Toscana, le Primarie per l’elezione delle cariche e dei candidati. Tutto questo nel segno sia del “federalismo progressista”, che deve vederci rilanciare la sfida della modernizzazione del Sud, sia della sussidiarietà come “protagonismo nella gestione dei poteri” in alternativa a vecchi e nuovi statalismi.
Se il Partito saprà usare l’occasione delle Primarie anche per mettere in moto questo processo di ascolto e radicamento sul territorio avremo vinto insieme due sfide: quella elettorale e quella del rilancio nel prossimo futuro della Puglia come laboratorio politico originale di “Regione d’Europa”. Sono le tue parole e noi vogliamo vederle messe in pratica.
Ti invitiamo pertanto, con calore e solidarietà, ad agire tempestivamente e con un gesto di discontinuità sullo spettacolo presente che la politica offre agli italiani ma di continuità con quella Primavera pugliese che vide vincente sia il Governatore Nichi Vendola sia il Presidente del PD di Puglia Michele Emiliano. Chiunque dei candidati sarà vincente alle Primarie per le Regionali 2010 sarà vincente anche alle elezioni. Ne siamo convinti.
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