08 gennaio 2010

I SEE YOU, AVATAR

premessa
Coincidenza ha voluto che io fossi a Los Angeles nei giorni in cui arrivava nelle sale l’ultimo film di James Cameron, Avatar. Un film che promette tante cose. Due in particolare: di fare record d’incassi per bissare il precedente Titanic e di rappresentare il punto di svolta dal cinema prospettico al cinema bioculare (detto anche 3D con un’espressione commerciale che specie nel mondo dell’animazione e della grafica crea grande confusione).
Ovviamente i quotidiani davano tutti ampio risalto a recensioni più o meno entusiaste e notizie sugli incassi del film. In tutti gli articoli che ho letto i giornalisti scrivevano di non aver ancora visto il film in sala IMAX ma semplicemente in una sala 3D e che nonostante ciò l’effetto era stato travolgente. Ho pensato bene di non perdermi l’occasione di vederlo in IMAX prima di tornare in Italia ma non è stato semplice. Los Angeles è in realtà l’insieme di tante cittadine senza soluzione di continuità e su 52 sale quasi tutte multischermo, Avatar aveva 16 schermi in proiezione tradizionale, 15 in 3D e solo 3 in IMAX (per l’esattezza IMAX 3D Experience). Queste ultime avevano posti prenotati ed esauriti da settimane ma siamo riusciti a sistemarci su un lato della platea prenotandoci per la sera prima della partenza di ritorno in Italia.
Ora mi preparo a confrontare questa visione con quella in 3D. appena il film sarà in Italia. A giorni dunque. Intanto metto giù alcune considerazioni.



l'assenza di dibattito "serio" sul 3D
Attendo questo film da tempo perché, come già detto, viene da anni indicato come il punto di svolta per il 3D. Cameron è un regista scienziato, laureato in Fisica e da sempre ha lavorato per l’industria del cinema occupandosi di effetti speciali prima di passare alla regia. Non è quindi casuale se i temi dei suoi film siano quasi sempre legati a scenari futuri e alla esplorazione della alterità che questi ci possono promettere, non ultimo attraverso la tecnologia. Con Avatar Cameron riesce a mettere tutto insieme, perché il film stesso vuole offrirsi come “esperienza” nell’altro, grazie ad una nuova tecnologia. Ed è questo il commento generale che ho letto nelle recensioni sul film: quella di una meravigliosa esperienza percettiva che ti porta letteralmente a vivere dentro un altro mondo. Il pubblico non potrà rimanere deluso, lo spettacolo è garantito. Peccato però che insieme allo spettacolo sia garantito anche lo snobismo di quanti disdegneranno questo come trovata circense, business, marketing e quant’altro.
Io trovo invece sintomatico di una crisi profonda della critica cinematografica il fatto che sul passaggio al 3D non si confrontino le cosiddette avanguardie del pensiero critico e della prassi autoriale. Incontro tra i primi la saccente liquidazione del 3D come di una banale trovata commerciale, buona per i giocattoli ma non per le cose serie del cinema che vuole produrre Senso e tra gli altri, che a tale produzione di Senso dovrebbero lavorare, una compiaciuta ignoranza se non del totale disinteresse. Voglio ricordare ad entrambi che la generazione della nouvelle vague discusse al contrario con passione di cinemascope e di olografia cinematografica, con importanti implicazioni teoriche sulla natura del cinema. Implicazioni che il cinema bioculare (detto 3D) e le sue parentele con gli scenari della virtualità assoluta ripropongono oggi in modo molto più radicale e concreto. La storia ci insegna che spesso il nominale si trasforma nel suo opposto sostanziale. Così quello che oggi passa per autoriale è invece il vecchio cinema di qualità contro cui l’autorialità insorse con la sua epifania, brandendo come arma proprio quanto quello indicava come commerciale. Cameron, Spielberg, Lucas sono paradossalmente più figli loro di quella stagione di indipendenza che non gli indipendenti europei o delle nazionalità emergenti. Se così non fosse da anni discuteremmo appassionatamente di 3D e virtualità, delle implicazioni ontologiche per il cinema di queste tecnologie. I tre registi citati, insieme a pochi altri, di certo Craven che il suo debutto lo ha già fatto, hanno senza reticenze annunciato al mondo che sarebbero passati in modo radicale a fare solo e soltanto cinema 3D. Noi qui ci attardiamo a pensare che sia una moda passeggera, senza nemmeno la lucidità di capire che a dettare legge saranno i padroni dei Media, i produttori di macchinari ludici oltre che i grandi produttori di contenuti per questi macchinari. In realtà a chi il cinema non solo lo guarda ma lo sogna delle effettiva durata nel tempo del 3D non dovrebbe interessare molto perché quello che conta è quanto esso ci racconta del cinema stesso, del macchinario immaginifico che esso produce e della sua ontologia. Non tocca a noi scommettere sul futuro del 3D ma toccherebbe a noi – posso dire “intellettuali” ? – interrogarci sul Senso del cinema stesso.



Avatar come metafora metafilmica
Torniamo intanto ad Avatar. Dopo il successo commerciale di Titanic James Cameron ha investito dodici anni del suo lavoro (e 430 milioni di dollari) su questa scommessa: quella di promuovere un nuovo passaggio epocale nella storia del cinema. Dopo il sonoro, dopo il colore oggi si vuole scrivere un nuovo capitolo che segni il passaggio al bioculare. Ora Cameron lo racconta come un fatto inevitabile, dice che come accadde per il colore la cosa prima riguarderà i film più costosi me nel giro di una ventina d’anni tutta la produzione cinematografica sarà 3D. Ci possiamo credere o meno ma è questa una svolta decisa da un nucleo di registi/produttori americani e tra loro Cameron e forse quello che ci ha investito di più. Occorre dire che l’interesse di Cameron per la realtà virtuale è già manifesto nella produzione di un film importante quanto dimenticato, Strange Days, dell’allora moglie Kathryn Bigelow. Il film, precedente di poco al Titanic, del 1995, ci racconta un passaggio al nuovo
Millennio segnato dalla realtà virtuale. Una rivoluzione tecnologica che avrebbe sconvolto l’umanità rendendo possibile a tutti fare l’esperienza di vivere completamente immersi dentro l’esperienza di un altro corpo, delle sue sensazioni e dei suoi accadimenti. La storia del film è che la pornografia del sesso e della morte avrebbe preso il possesso di questo nuovo media per commerciare film virtuali dove ognuno poteva rivivere il momento della morte violenta di qualcuno. Chi conosce la storia della fotografia e del cinema (e oggi di internet ecc ecc) sa bene quanto la pornografia giochi un ruolo determinante nella diffusione di nuovi Media. Credo che Cameron al tempo di Strange Day stesse pensando davvero alla realtà virtuale. Qualcosa poi ha frenato questa industria, impedimenti tecnici che probabilmente rimandavano troppo in la nel futuro le sue reali applicazioni. Oppure un problema di modalità di fruizione e commercio. Il cinema infatti è nato prima del cinema e la storia forse si è ripetuta. Quando Edison inventò il cinema, anni prima di Lumiere, ragionando da commerciante di apparecchiature pensò di tradurlo in una macchina di consumo individuale. Già dotato di sonoro ognuno avrebbe messo gli occhi dentro una scatoletta e visto il suo film. L’idea non funzionò! Invece Lumiere trasformandolo in macchina teatrale e idonea ad uno spettacolo collettivo inventò il cinema. La realtà virtuale ha lo stesso limite. Ogni spettatore è solo. Indossa il suo casco e vede il suo film. Occorre vendere tante apparecchiature per quanti spettatori si vogliono conquistare. Accadrà. Come è accaduto con la telefonia mobile. Ma dovranno passare anni. Ecco allora ripiegare su qualcosa che ormai si dava per tramontato, il 3D. Già sperimentato a metà del secolo scorso e ogni tanto riesumato per usi più o meno di basso profilo commerciale, il 3D non sembrava potesse avere futuro. Ecco invece che quello che sembra primitivo e ormai antiguato si presenta come la soluzione più convincente se opportunamente riesaminato nei suoi dettagli tecnologici. E’ quanto accaduto in questi anni, specie nel laboratorio della Digital Domain di Cameron. Bisognava superare tutti i limiti di difetto della visione in cui molti spettatori con difetti nella vista incorrono, evitare che il movimento del collo influisse sulla esatta sovrapposizione delle due visioni in chiave stereometrica. Soprattutto occorreva costruire dei mezzi di ripresa che consentissero il controllo esatto della posizione spaziale degli oggetti. Non bastava più divertirsi a lanciare oggetti contro lo spettatore ma bisognava governare tutta questa profondità, evitando che muovendosi gli oggetti perdessero forma o la visione subisse disturbo. In un prossimo futuro ognuno di noi comprerà dall’ottico un paio di lenti per il cinema ma prima ci sarà una guerra dei brevetti. Breve o lunga non si sa. Spesso l’industria si fa danno da sola prolungando la definizione di uno standard che consenta la globalizzazione. Per ora tutto sembra procedere in modo lineare ma non dimentichiamoci che dietro l’ultima impennata di produzioni 3D c’è una cordata di autori produttori con un solo intento e un solo piano convenuto tra loro.
Ora è evidente che il 3D è stato riesumato per arrivare il più vicino possibile a quello che già Strange Days raccontava e che Avatar ripropone con un racconto mitologico: l’esperienza di perdersi nell’altro. Tutto Avatar racconta di questo. I suoi protagonisti vivono in due corpi con una sola mente, alternandosi nel sonno e nella veglia. Il buon selvaggio del Pianeta a suo volta Altro da noi (Pandora il nome dato dai terrestri) è anch’esso capace di connettersi ad altri esseri animali e vegetali, vivendone pienamente l’esperienza percettiva. Lo fanno attraverso strane fiorescenze dei loro capelli che guarda caso assomigliano proprio ai cavi sottili di un sofisticato circuito elettrico. Si ripropone così con forza la stessa domanda che negli anni sessanta si ponevano gli allievi di André Bazin: che cos’è il cinema? Una forma di rappresentazione della realtà visiva o lui stesso reinvenzione di realtà, realtà virtuale? In Italia solo Pasolini scese su questo terreno di domande in un noto contrasto teorico con il mostro sacro dell’intellettualismo critico Jean-Luc Godard. Non quindi di realismo si dovrà parlare, come forma anch’esso di codice rappresentativo, bensì di sogno mitologico d’esperienza di realtà. E’ quello che fa scrivere a Rohmer che il cinema sarebbe morto quando sarebbe finito nelle gallerie d’arte mentre per vivere aveva bisogno ancora del carrozzone da circo di Melies e della meraviglia per l’illusione di realtà del treno di Lumiere. In Oriente l’arrivo delle prime proiezioni cinematografiche fu subito salutato come prova della natura illusoria della realtà stessa. Tema che è stato la chiave di successo di Matrix, indipendentemente dal valore del film stesso. Il passaggio al 3D che sia di breve durata o definitivo ci testimonia di quale materia è fatta un film: la stessa dei sogni.
Strano quindi che in tutti i commenti letti a Los Angeles su Avatar tutti pur lodando la meraviglia dello spettacolo criticassero la banalità e l’ovvietà della sceneggiatura. Chi scrive che si tratta niente più che di una riedizione di Balla con i Lupi e chi lo trova una miscellanea di tutta la retorica politicamente corretta sul Vietnam (con citazioni da Apocalipse Now, ecc ecc.). Una debolezza del film che rinnoverebbe senza novità il mito del buon selvaggio in cambio di quasi tre ore di spettacolo puro. Non è così! Il mito del buon selvaggio c’è, la critica alla guerra americana pure (mai Cameron si era spinto politicamente come in questo film) ma quello che conta è che il mito di un rapporto organico con la natura è qui motivato dalla capacità di questi selvaggi di unirsi l’un l’altro, di connettersi tra loro e con tutto ciò che è organico. Loro posseggono una tecnologia! E l’idiozia degli apparati militari terrestri è quella di ragionare in modo vecchio. Le loro pesanti tecnologie militari verranno sconfitte da archi e freccia non per rendere omaggio a Indiani d’America e Vietcong bensì perché gli Indigeni di Pandora possiedono tecnologie più raffinate, non fatte di metalli pesanti ma di materiale organico. Avatar, come testimonia la scelta del titolo, è un film utopico sulla Rete e sulle nuove tecnologie che mirano a creare livelli superiori di organizzazione e di Mente olistica. Potrà essere pure ingenuo ma ci troviamo di fronte ad una scrittura che interpreta perfettamente la materia del film. Il nome stesso del pianeta potrebbe rimandare alla sua etimologia di ciò che è capace di contenere il tutto, che ha in dono il tutto o tutti i doni. Alla fine il genere umano sceglie di trasferirsi per sempre nell’Avatar capace appunto di essere con il tutto in rete. I see you, è il motto di questi Avatar. Banale? Non credo.

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Due sfide linquistiche: Fuoco/Fuori Fuoco e Quadro/Fuori Quadro
Terza e ultima sfida. Quella del linguaggio cinematografico. Avatar è in questo una pietra miliare. Con esso possiamo confrontarci seriamente con tutte le domande che il 3D pone sul piano di un riadattamento del linguaggio al mezzo o viceversa. Personalmente ho delle riserve sulle scelte di Cameron, anche se tutti volevano che ci si confrontasse radicalmente con questo problema. Si tratta del rapporto con il fuori quadro e della profondità di campo. Mai come in Avatar le due cose appaiono connesse. Cosa è infatti un oggetto prepontemente in primo piano ma sfocato se non qualcosa che sta “fuori” pur essendo dentro la cornice del quadro? Avatar è pieno di questi oggetti. Anziché divertirsi a lanciare oggetti verso lo spettatore Cameron è stato molto attento a riempire il quadro visivo di oggetti di quinta, quasi sempre fuori fuoco. L’intenzione è chiara e debitoria fortemente verso la tradizione del linguaggio cinematografico e pittorico prima (ma relativamente, come dirò dopo). Anche questo strumento nasce dal desiderio di superare la rappresentazione artistica e creare immagini virtuali. Sullo schermo piatto un modo per dare profondità all’immagine è appunto quella di avere un piano di fuoco molto ristretto, che corrisponda al centro dell’attenzione del nostro sguardo. Muovere poi questo piano di fuoco corrisponde a far vivere allo spettatore l’esperienza di uno sguardo che indaga, che vive, che interroga e sceglie cosa vedere in base alla situazione determinata dal dramma. L’immagine stereoscopica e bioculare fino ad oggi era priva di questa dinamica. Tutto risultava disegnato nei contorni e a fuoco con un effetto paradossale di non realismo o di esasperato iperrealismo, non parametrabile alla dinamica della visione umana. Eppure in pittura l’iperrealismo produce un effetto di realtà ma non un quadro è un oggetto statico e siamo noi a indagarlo. Il film invece è un oggetto dinamico dove il nostro sguardo deve convincersi di muoversi all’unisono con il film. Nel cinema prospettico questo accade senza problemi ma mi dispiace constatare, grazie proprio ad Avatar, che non può accadere nella visione bioculare. Se il film non è solo prospettico ma stereometrico, gli oggetti si muovono davvero nello spazio e se io mi vedo davanti agli occhi una foglia o una tazza di caffè è inevitabile che voglia anche solo per un attimo metterla a fuoco per poi tornare a guardare meglio l’attore. In Avatar questo non è possibile e io ho provato un continuo fastidio per questo impedimento. Non vorrei che in un prossimo futuro questo voler piegare il 3D ai canoni linguistici della visione prospettica su un piano risulti una ingenua resistenza al nuovo, come furono la resistenza al colore o al sonoro di tanti grandi artisti del muto e del bianco nero. Tutto questo si collega anche al misurarsi di Cameron con il fuori quadro. In realtà nella tradizione pittorica occidentale il Quadro l’ha fatta da padrona per secoli. C’era già la cornice a dirci che l’universo era rappresentato e risolto dentro di essa. Dove invece l’oggetto in cornice, affresco o tela che fosse, non esisteva, come in Giappone, l’uso del fuori quadro tramite l’elemento di quinta si impone subito. Grazie alle quinte il quadro può infatti assumere cornici mobili e soprattutto può tornare a quella natura di sguardo soggettivo, perché una tenda o un oggetto dietro il quale io mi pongo testimonia di una profondità che include lo spettatore. Nella nostra tradizione pittorica questo nasce appunto con la modernità e con il barocco. Il cinema ne deve fare grande uso. Grazie alle quinte il fuori quadro viene in qualche modo portato dentro, evocato, creando uno spazio pienamente tridimensionale. Il dubbio è che si siano messi in atto degli stratagemmi creati per dare tridimensionalità all'immagine piana prospettica del cinema tradizionale. Strumenti che possono risultare sbagliati e che sono debitori verso un linguaggio che vuole conservare il quadro e la sua forza compositiva. Lo stesso problema che si poneva Rohmer di fronte all'ipotesi di un cinema ologrammatico che avrebbe distrutto ogni scelta di punto di vista. Ci si chiedeva che fine avrebbe fatto l'arte del cinema e Rohmer rispondeva con coraggio che il cinema non era nell'arte ma nel gioco illusorio di realtà, appunto. Nonostante i suoi limiti.
Io sono tra quelli che provavano fastidio quando venne introdotto il Dolby Surround per gli oggetti sonori che mi giravano intorno o mi comparivano su un lato se non alle spalle (della Sala non della visione! Mitico il grugnito alle spalle nella caccia al cinghiale in Ran di Kurosawa, uno dei primi a sperimentare questo nuovo strumento). Non essendoci alcuna visione quegli oggetti finivano per rendermi artificiale l’immagine, facendomi scoprire la sua illusorietà. Se io giro la testa per vedere dov’è chi urla e scopro che lì c’è solo la parete della Sala evidentemente qualcosa non ha funzionato. Ovviamente nel frattempo mi sono abituato ma è evidente che il Suono ha fatto passi da giganti verso la tridimensionalità che l’immagine inizia a fare appunto solo ora. Con il 3D le due cose iniziano a funzionare di più. Non vi sono grandi sorprese in tal senso in Avatar ma è già possibile pensare che un oggetto spostato sulla sinistra possa essere associato ad una immagine che esca dallo schermo e si collochi in un punto della sala. Sino ad un certo punto però. Sicuramente non potrà andare alle mie spalle. In una sala Disney del parco giochi in Florida lo fanno ma ricorrendo ad un trucco: dal film 3D Paperino viene lanciato sul fondo della sala e nel momento del botto, quando tutti istintivamente girano la testa per vedere dove è finito un manichino animato viene fatto comparire sul retro della Sala, è Paperino che si è conficcato con la testa nella parete di fondo e dimena gambe e culetto da Papero all’aria. E’ un gran finale che strappa risate e applausi. Questo trucco ci racconta bene quello che sto esaminando in Avatar. Io ho visto il film in IMAX, una Sala dove lo schermo è davvero gigantesco e vuole coprire tutto il campo visivo, avvolgendoti e coprendo il campo visivo anche se muovi la testa. Eppure i bordi ci sono! Appare allora evidente che qualsiasi oggetto che esca dallo schermo per venirmi incontro funzioni se non è tagliato dal quadro. Cameron volendo superare questi limiti usa invece moltissimo le quinte che invece sono per definizione tagliate dalla cornice del quadro e questo crea un conflitto percettivo, perché l’oggetto è avanti al quadro eppure tagliato da esso. Evidente dunque che il sogno è la virtualità piena e il 3D un ennesimo gioco a crederci. Come gli spettatori di Lumiere sapevano bene che nessun Treno gli stava finendo addosso ma vollero giocare a crederci e si divertirono a spaventarsi. Lo stesso continueremo a fare noi in 3D in attesa di Strange days che prima o poi verranno e di cui Avatar ci parla come ritorno ad una età dell’oro. E’ la materia del cinema. Grazie Cameron di aver rinnovato il sogno. Il nuovo secolo è iniziato.

5 commenti:

anus ha detto...

minchia, hai scritto 4000 righe e dici pure che Avatar è innovativo...
i pochi che arriveranno in fondo alla tua recensione si troveranno di fronte ad un paladino del marketing.
complimenti!

anamorfo ha detto...

il marketing è roba da femminucce, qui ti trovi di fronte a molto di più, qui si vuole determinare lo sviluppo industriale di un intero comparto produttivo, Cameron sta costruendo un futuro industriale di cui lui sarà tra i principali agenti ma questa caro mio è la storia del cinema che è arte + industria, tutto spiegato se leggi con attenzione e non conti solo le parole :-)

marcello ha detto...

permetti che delle migliaia di parole che hai scritto ne ho saltate un bel pò, ho una vita qua fuori..
se poi Cameron e i suoi amichetti Spielberg e Jackson vogliono dar vita al più grande colpo di stato della mafia di Hollywood e tu ci vuoi sguazzare dentro, benvenuto.
non riesco a comprendere chi possa esaltare avatar al di là di chi effettivamente da esso trae benefici economici (i 3 di sopra).
la campagna mediatica verso questo film è stata senza precedenti, le menzogne sulla computer grafica sono evidenti a chiunque non si faccia lavare il cervello..
e tutto questo sorvolando su una trama banale buonista e trita e ritrita...

Alberobackstage ha detto...

Quando caro Angelo iniziammo insieme la "lenta guerra batteriologica" contro il vecchiume culturale audiovisvo della nostra assonnata e nepotistica Puglia, partimmo, ti ricordi, da Camerun. Era il 1998. "I am the King of the world" con questa frase di Leonardo Di Caprio Camerun Titanic si apriva la mia relazione al primo Forum degli autori della storia di Puglia. Non era di impedimento alla conquista dei popoli del mondo e dei sui box-office e dei sui immaginari, l'avere una visione del mondo partigina di un popolo di solo 4 milioni di abitanti come i pugliesi. Gli Irlandesi. Si compiva e si chiudeva la benefica "Esplosione delle Nazioni" che la crisi del Panstatalismo militarizzato (dell'est europa) aveva scatenato.
Se non erano "provinciali" i balli popolari irlandesi e la birra, non lo erano neanche i nostri balli e i nostri vini. Infatti "La Notte della Taranta" ebbe nascita proprio nella stiva del Titanic.
Il cinema è della stessa materia dei sogni, ma TRANCE e IPNOSI al sogno sono parenti stretti. E sono emotività globale scatenabile con strumenti che prescindono dalle lingue nazionali. Oggi Camerun ci costringe ad un altro giro di boa. Sono contento che la lezione ce la dà ancora lui.Ci dovremmo reincontrare gli stessi di allora. Sono passati 12 anni. Un numero forte e simbolico dall'egitto ai due testamenti. Al concetto delle unità di misura del tempo. Ragzzi non ci resta che scrivere i nostri Avatar.Non è mai troppo presto.

Anonimo ha detto...

e chi è camerun?
un regista negro?

poi era già famosissimo e tu dici che diffondendolo hai battuto il vecchiume?
ma di che stai parlando?
quanti anni hai?